15 dic. 2012

Caro amico ti pubblico. Ora, a prescindere dal fatto che nel caso specifico Rocca abbia ragione, viene da chiedersi cosa spinga la redazione del Post a pubblicare come articolo di rilevanza un'opinione così banale da essere alla portata di chiunque - in rete - un quarto d'ora dopo la notizia della strage. La risposta è semplice: la marchetta, il gettone di presenza, il leccaculismo, le tre regole auree del giornalismo italiano.

13 dic. 2012

E il liberismo è di sinistra. Il fantasma del Christian Rocca che fu scrive adesso che uccidere coi droni è di destra. Salotti aperti per un altro anno.

16 nov. 2012

I sommersi e il salvato (chi ha detto Bengasi?). Mi chiedo solo cosa sarebbe successo, a livello di media e di opinione pubblica internazionale, se al posto di Obama ci fosse stato qualsiasi presidente repubblicano in lizza per la rielezione.

8 nov. 2012

Contenti voi/2. Io non so perché scriviate tanto. Se schierate un moderato di centro contro uno di estrema sinistra, vince il moderato di centro. Se schierate un moderato di centro contro un moderato di sinistra intelligente, vince il moderato di sinistra intelligente. Se schierate un estremista di destra contro un moderato di sinistra anche stupido, vince il moderato di sinistra anche stupido. Se schierate due estremisti uno contro l'altro, perdono tutti. E così via.

7 nov. 2012

Contenti voi. Condivisibile il commento di Federico Punzi sulla riconferma di Obama, salvo per un aspetto: il candidato repubblicano centrista, moderato, quasi fusionista, serve solo a perdere bene contro un liberal dalle caratteristiche simili, mai a vincere. L'ansia da moderazione che ha investito i supporters di Romney nell'ultimo periodo ha di fatto garantito la riconsegna dell'America al suo avversario. Se ti trovi davanti un democratico scaltro e col vento della stampa in poppa e rinunci a galvanizzare le folle, arrivi secondo.

28 oct. 2012

Stato di diritto. Appena ascoltato alla tv spagnola a proposito dei processi a politici e banchieri: "Una vittoria dell'avvocato, una sconfitta della società". Per dire la coscienza giuridica.

27 oct. 2012

Silenzio non vale. In attesa di sapere cosa pensa Aung San Suu Kyi di questo. Antecedenti.

26 oct. 2012

Un passo avanti, due indietro. La finzione della village democracy in Cina è ben rappresentata dalla storia di Wukan, il villaggio che saltò alle cronache lo scorso anno per una rivolta che, apparentemente, aveva piegato le autorità. Dodici mesi dopo, gli insorti hanno adottato linguaggi e modi dei loro predecessori. La rimozione di alcuni funzionari di partito e la cooptazione di persone fino al momento estranee all'amministrazione pubblica non significava affatto che l'apparato accettasse di perdere il controllo del territorio e dell'attività politica che vi si svolgeva. Al contrario, si trattava di un modo per neutralizzare la protesta e ricondurla nei binari consueti. Questo è quel che succede in Cina da anni e continuerà allo stesso modo finché una vera rivoluzione civile rompa il monopolio centrale del partito unico.
Il secolo stronzo/5. A proposito di rimozioni, The Nation riesce a scrivere un necrologio di Hobsbawm senza accennare nemmeno una volta alla sua orgogliosa adesione all'esperimento comunista e alle sue conseguenze. Questa la frase più esplicita al riguardo:
In 1952, Hobsbawm helped to found Past and Present, which became the world’s most influential English-language historical journal. Its board included many Marxist scholars—Christopher Hill, E. P. Thompson and others—who left the Communist party in the wake of 1956. Hobsbawm, as noted above, did not follow them out of the party, but he made his intellectual home with them. He remained on the editorial board until his death.
Segue spiegazione della sua passione per il jazz.
Ecco l'Hobsbawm-pensiero in poche, disgraziate, battute, a beneficio di chi lo dimentica o lo rimpiange (ahinoi):
HOBSBAWM: You didn’t have the option. You see, either there was going to be a future or there wasn’t going to be a future and this [the Communist Party] was the only thing that offered an acceptable future.
IGNATIEFF: In 1934, millions of people are dying in the Soviet experiment. If you had known that, would it have made a difference to you at that time? To your commitment? To being a Communist?
HOBSBAWM: This is the sort of academic question to which an answer is simply not possible…I don’t actually know that it has any bearing on the history that I have written. If I were to give you a retrospective answer which is not the answer of a historian, I would have said, ‘Probably not.’
IGNATIEFF: Why?
HOBSBAWM: Because in a period in which, as you might imagine, mass murder and mass suffering are absolutely universal, the chance of a new world being born in great suffering would still have been worth backing. Now the point is, looking back as an historian, I would say that the sacrifices made by the Russian people were probably only marginally worthwhile. The sacrifices were enormous; they were excessive by almost any standard and excessively great. But I’m looking back at it now and I’m saying that because it turns out that the Soviet Union was not the beginning of the world revolution. Had it been, I’m not sure.
IGNATIEFF: What that comes down to is saying that had the radiant tomorrow actually been created, the loss of fifteen, twenty million people might have been justified?
HOBSBAWM: Yes.
Non si fa così. Il padrone di Zara dona 20 milioni di euro a Caritas. Ovviamente i progre protestano.
Per la pensione. Grande inchiesta del NYT sulle ricchezze della famiglia Wen, ovvero il clan del primo ministro cinese. Resto dell'idea che nelle dittature il problema essenziale sia la repressione, non la corruzione, e quindi mi piacerebbe di più leggere un bel reportage sul sistema concentrazionario del PCC, black jails comprese. Ma accontentiamoci, a volte una cosa tira l'altra. E poi giornalisticamente è davvero un bel lavoro.

24 oct. 2012

La continuazione della sinistra con altri mezzi. La vittoria di nazionalisti, separatisti e filo-etarras nel País Vasco, e quella degli stessi soggetti politici che si prospetta in Catalogna a fine novembre, a parte le letture ovvie, ne contiene una che mi pare non sia stata ancora sufficientemente esplicitata. Quando la sinistra decise, con Zapatero, di sciogliere le briglie del fondamentalismo identitario, per puro calcolo politico, firmò probabilmente la propria sentenza di morte, almeno nei territori interessati. Il nazionalismo, forma primordiale di populismo, è naturalmente destinato ad inghiottire gran parte dell'elettorato attratto da parole d'ordine come comunità, solidarietà (nazionale), corporativismo, perfino collettivismo. Come la sinistra socialdemocratica o comunista, i nazionalisti fanno appello alla retorica pubblica contro l'individualismo, ai diritti della massa (e, per estensione, del territorio) in contrapposizione a quelli della persona. Ma, al contrario della sinistra che l'ha persa da tempo, hanno dalla loro una spinta emotiva in grado di rispondere all'esigenza di caudillismo che si sta chiaramente manifestando nella società spagnola. Non credo che il PSE (socialisti baschi) e il PSC (socialisti catalani) siano in grado di trarre le dovute conclusioni dalle loro rispettive débacles elettorali, ma farebbero bene a farlo. L'esplosione dell'isteria identitaria è destinata a far piazza pulita del loro discorso politico, ormai svuotato di contenuti e a disposizione del miglior offerente. Proprio un bel lavoro.
I dissociati. La Vanguardia, terza pagina, titolo sul dibattito dell'altra sera: Romney si allontana dai neocon. Funziona così la stampa, qui: si attribuisce un'etichetta assurda a qualcuno che non ti piace (Romney sta ai neocon come La Vanguardia al rigore giornalistico); si crea una narrativa intorno a quell'etichetta; quando la realtà dimostra che l'etichetta è fasulla si attribuisce al soggetto/oggetto etichettato un cambiamento rispetto alle presunte posizioni iniziali. Di modo che la responsabilità della dissociazione non ricadrà mai sul giornalista che ha inventato e diffuso la balla, ma sul soggetto/oggetto della balla inventata e diffusa dal giornalista. E via tutti contenti, ché il Barça ha vinto di nuovo all'ultimo minuto.

23 oct. 2012

Quanto mi manca il texano/2. Ci sarebbe da scrivere parecchio sul caso Armstrong ma non ho molto tempo. Mi limito a poche considerazioni.

1) Il processo cui è stato sottoposto - che non si può nemmeno definire indiziario, in quanto basato essenzialmente su testimonianze firmate dopo la sentenza di condanna - è un chiaro esempio di inversione dell'onere della prova, volto a rendere impossibile una difesa cui giustamente Armstrong ha deciso di rinunciare.

2) Che questo sia avvenuto negli Stati Uniti, sulla spinta di un clamore popolare nato e cresciuto oltreoceano (cioè da noi), dimostra come la civiltà giuridica sia un bene a rischio perfino nelle democrazie più consolidate.

3) Leggere, sulla stampa europea, che non importa che Armstrong abbia superato indenne tutti i test anti-doping cui è stato sottoposto, visto che alla fine la sua colpevolezza è stata dimostrata dal suo stesso rifiuto di difendersi e dalle accuse dei suoi ex-compagni, dà la cifra della considerazione in cui è tenuto lo stato di diritto da parte delle nostre opinioni pubbliche. Fatte le debite proporzioni, è come giustificare le condanne dei processi staliniani in base alle confessioni ottenute dagli imputati.

4) Il sospetto che ha accompagnato Armstrong fin dalle sue prime vittorie non deriva da un convincimento basato su fatti concreti ma dal pregiudizio che, soprattutto in Europa, è riservato ai vincenti di qualsiasi categoria, specialmente se americani. Ad Armstrong non è mai stato perdonato di essere un reduce, un combattente, un esempio di sacrificio e di determinazione. Nessun doping potrà mai cancellare la sua impresa colossale come sportivo e la sua traiettoria esemplare come essere umano. La ricerca spasmodica dell'inganno da parte dei suoi detrattori è cominciata nel momento stesso della sua affermazione come ciclista. Non era concepibile che un sopravvissuto alla malattia si dimostrasse così superiore a qualsiasi altro atleta senza aiuti illeciti. Dal sospetto alla colpevolezza il passo sarebbe stato breve, si trattava solo di trovare i capi di imputazione e qualche compagno di strada disposto a tradirlo. Oggi gli inquisitori hanno la loro vittima.

5) Il problema dello sport non è il doping, ma gli organismi anti-doping. La cultura del sospetto necessaria alla loro sopravvivenza sta distruggendo l'essenza stessa della competizione. L'ipocrisia insita nel meglio puliti che vincenti serve solo a spegnere ogni interesse per la performance, il risultato, la vittoria, che sono da sempre il sale di qualsiasi avvenimento sportivo di alto livello. Per eccellere è necessario arrivare al limite, creare condizioni fisiche e ambientali che consentano di superarsi, allenarsi più e meglio di chiunque altro. Stabilire un confine tra pratiche lecite (gli allenamenti in altitudine o l'assunzione di determinate sostanze consentite, per fare alcuni esempi) e quelle illecite non risponde a nessuna logica coerente, meno che mai quella della parità di condizioni di partenza, in quanto nessun atleta si preparerà mai alla competizione usando gli stessi metodi di un altro. Sarebbe ora di passare pagina e accettare la realtà per quella che è. Armstrong vinceva perché era il migliore e nessuna droga ha mai consegnato a un mediocre sette Tour de France.
Quanto mi manca il texano. Era difficile dimostrarsi più insipidi del peggior presidente dai tempi di Carter, in politica estera. Ecco, Romney ce l'ha fatta.
P.S. Ovviamente a Rocca Romney è piaciuto perché ha fatto vedere "che tra i due candidati non c’è alcuna differenza di posizione". Come tra Obama e Bush, aggiunge in conclusione. E' la balla che Rocca ha venduto in questi quattro anni, una fesseria a cui peraltro non crede nemmeno lui, che infatti inizia il pezzullo scrivendo di un Obama "realista e poco idealista". Ma come, non era uguale a Bush, quello dell'esportazione della democrazia? Ah già, ma Bush in realtà era di sinistra, come Rocca, mentre Obama è di sinistra-destra come Bush padre. Ops, aspetta, ma Bush padre non era proprio come Kissinger, aveva anche un non so che di Clinton. Ma no dai, che Clinton era tutto di sinistra anche se non ha esportato un bel niente. Ma allora, la sinistra esporta o no? Chissenefotte, l'importante è il Dry Martini con Renzi.

21 oct. 2012

Il tempo contratto. Questa storia è incredibile.
Generazione Tocqueville. Erano (eravamo) partiti per fare la rivoluzione liberale e sono finiti aggrappati alle braghe di Alfano. Meno male che non ho mai pagato la quota.
Un altro aiutino. Quando avete detto che si farà il dibattito tra i candidati sulla politica estera?

20 oct. 2012

E la svastica, no? Si vede che il secolo stronzo continua nel XXI, altrimenti non si spiegherebbe questo poster dell'UE con falce e martello in bella vista, come simbolo di unione e condivisione. Sono questi i frutti dell'opera di autori come Hobsbawm, ahinoi, come direbbe Nomfup.

19 oct. 2012

Il secolo stronzo/4. Vale la pena ritornare brevemente su un'intervista che Hobsbawm concesse all'inizio di quest'anno alla rivista In These Times. Lo storico recentemente scomparso parla della primavera araba e, tra le altre cose, ad un certo punto dichiara quanto segue:
The Arab Spring is encouraging. I didn’t expect to see in my lifetime a genuine, old-fashioned revolution with people going on the streets and overthrowing regimes, something like the 1848 revolution, which is actually the origin of the name Arab Spring.
Se ne deduce che Hobsbawm ha completamente cancellato dal proprio orizzonte ideologico le rivoluzioni anti-comuniste del 1989 che posero fine all'esperienza totalitaria nell'Europa dell'Est, vale a dire l'evento che ha segnato in maniera decisiva la fine del secolo breve. Per Hobsbawm non esiste, non merita riconoscimento, semplicemente non conta come "genuino" movimento popolare anti-regime. Probabilmente nella sua lista è classificato come disordine sociale controrivoluzionario. Dov'era Hobsbawm nell'89? Asserragliato negli stanzoni di qualche comitato centrale? Dal giustificazionismo, al negazionismo, alla rimozione.

18 oct. 2012

Chi ha detto Renzi?/4. Indovinate chi ha scritto la prefazione del libro di Moltedo sulla campagna elettorale USA? Nomfup, nella presentazione, sottolinea che l'introduzione di Matteo Renzi "è una occasione in più per riflettere su quanto l’America stia cambiando anche la politica dalle nostre parti". Io penso invece che sia un'occasione in più per riflettere su come in Italia sia impossibile fare informazione senza leccare le parti basse al potente o all'emergente di turno. Per quelli come me - che per fortuna vostra sono pochi - un libro sull'America commentato da Renzi, che c'entra con Washington quel che io con la meccanica quantistica e che ultimamente firma anche la carta igienica pur di ottenere visibilità, diventa automaticamente non acquistabile. Per dire gli errori di comunicazione. Ma forse il libro di Moltedo si rivolge solo agli elettori del centrosinistra, anzi agli scissionisti del PD. Bell'affarone.

17 oct. 2012

Chi ha detto Renzi?/3. Dai post-it del Post:
I responsabili della campagna di Matteo Renzi smentiscono di aver investito col loro camper un uomo mascherato da Massimo D’Alema
Poi uno dice sei fissato.
La premessa è erronea. A parte che il True Progressivism dell'Economist si riduce a tre idee piuttosto banalotte, un pout-pourri di destra e sinistra che non si sa da che parte prendere; il punto principale, però, è che perfino una delle riviste più prestigiose del mondo sembra confondere due concetti piuttosto diversi, la diseguaglianza e l'ingiustizia sociale. Si tratta di una visione moralistica del dato economico, tipica degli avversari del capitalismo che, perfino quando ne riconoscono i successi, non possono fare a meno di criticarne le intenzioni (atteggiamento uguale e contrario a quello riservato al socialismo). L'Economist non rientra ovviamente in questa categoria, ma il ragionamento in questione si avvicina pericolosamente a quello descritto. La mia opinione è che la diseguaglianza sociale non sia un problema di per sé, in un contesto di crescita dell'economia e di creazione della ricchezza, che è poi la condizione essenziale del capitalismo. Lo diventa - più a livello psicologico che reale - quando l'economia ristagna e lo sviluppo si ferma. Anche in questo caso, però, non si tratta di una questione di giustizia sociale, ma di impoverimento generale, che colpirà in maniera diversa a seconda delle situazioni di partenza. Per farla breve, se tutti diventiamo più ricchi e viviamo meglio, la diseguaglianza resta un fenomeno fisiologico, insito nella natura stessa delle cose umane. Se diventiamo tutti più poveri, oggettivamente il discorso non cambia, ma cambia la percezione del problema. L'unico caso in cui la diseguaglianza diventa intrinsecamente ingiusta, a mio avviso, si verifica quando, in un contesto di crisi economica, alcuni approfittano delle difficoltà dei più per arricchirsi in maniera esponenziale e soprattutto illegale. Ma sono casi estremi, che non servono comunque a dimostrare il teorema secondo cui diseguaglianza e ingiustizia sociale sarebbero sinonimi.
Che vuoi che sia. Che l'intervento della Crowley sulla Libia sia stato un colpo alle parti basse di Romney lo ha riconosciuto perfino la stessa moderatrice a dibattito concluso. Riassunto, Obama ha mentito, come sa chiunque ne abbia seguito le circonvoluzioni nei quindici giorni successivi all'attacco di Bengasi. Ovviamente nessuno scandalo, un po' perché Romney è un signore e un po' perché la bufala in diretta ha favorito il presidente in carica, bello e democratico, e non quel puzzone del suo sfidante, gretto e repubblicano.
Scoopiazza, qualcosa resterà. Oggi su Giornalettismo, che è uno dei siti più letti - pare - in Italia, c'è un gran titolo in prima pagina che annuncia la verità sulla morte di Gheddafi. Dice proprio così, la verità. Solo che poi leggi l'articolo e di verità non è che ce ne trovi molta, anzi quasi niente. Insomma nel titolo c'è una notizia che nel testo manca. Da noi, nel 2012, il giornalismo online di successo funziona così: o fai riassunti e li spacci per analisi, o spari un titolo bello grosso e poi non dici niente, o copi un modello altrui svuotandolo di contenuti. O sei di sinistra. Una bella merda, insomma, che tutti si fermeranno ad annusare.
Altro che Obama-Romney. Dopo lunghissimi giorni di silenzio, sintomo di una profonda riflessione in fieri, finalmente Pippo Civati spiega sul Post perché non si candida alle primarie del centrosinistra. In effetti qui se lo stavano chiedendo praticamente tutti: ma perché Matteo sì e Pippo no? Pippo, dì qualcosa di sinistra. Pippo, non lasciarci in sospeso. Meno male che Il Post c'è.
P.S. Sul piano inclinato che conduce direttamente da Sofri a Rocca, come non segnalare il doppio endorsement del direttore di sinistra di IL, Obama e Renzi pari sono. Io me l'immagino un mondo con Obama alla Casa Bianca, Renzi a Palazzo Chigi, Luca e Christian giullari di corte a smanettare sull'Ipad e Costa che scondinzola dietro. Un mondo pieno di interviste tremendamente cool, di pacche sulle spalle, di strizzatine d'occhio, di gente che si chiama per nome, di serate al Dry Martini. Quanto pagherei per farne parte.

16 oct. 2012

I lungimiranti. Mettendo a posto gli archivi del blog, ancora semivuoti dopo l'emigrazione da Splinder, sono inciampato su alcuni post che segnalavano l'amore dei radicali per il liberale Zapatero. Era il 2006, dall'insediamento erano passati già due anni, e dai megafoni pannelliani si alzavano lodi sperticate per il presidente del governo spagnolo, innalzato alla categoria di statista e incluso nel famoso slogan Blair-Fortuna-Zapatero, il cui senso sfugge ancora oggi ai più. Un po' come la storia dell'esilio di Saddam. Roba da chiudere Radio Radicale e buttare le chiavi nel Tiberis.
Chi ha detto Renzi?/2. Nello sterminato catalogo di IL, illustrato dal suo onnisciente direttore di sinistra, tra un Dave Eggers e un Martino Cervo (che giri dà la vita, eh?), verso la fine, vicini all'esaurimento dopo tanta erudizione, quando pensate che sia quasi ora di chiudere la rivistona e andarvene a fare una, trovate un bel saggio di Matteo Renzi, Adesso tocca a noi si intitola, cioè più che un saggio è il suo manifesto politico e culturale. 'Sti cazzi, 'sto IL.
Dilettanti a Washington. In base a quale sofisticato ragionamento la Clinton pretenderebbe di favorire Obama assumendosi la responsabilità di un fallimento?

15 oct. 2012

Banditi a L'Avana. Hanno condannato un poveretto a quattro anni di galera nel gulag cubano. Un ragazzotto del PP, che si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, un po' per idealismo, un po' per ingenuità. Dovevano far fuori Oswaldo Payà, dissidente di lunga militanza, hanno procurato le pallottole ma a sparare ci hanno messo l'inconsapevole Carromero. Dopo il solito processo farsa, vergognosamente descritto dalla stampa occidentale come un giudizio in piena regola, con tanto di avvocati difensori e giuria, sulla testa dello spagnolo è caduta una sentenza pesante come un macigno: per il quanto, il come e soprattutto il dove. Ovviamente il regime si gioca la carta dell'appello, per far pressione sulla diplomazia di Madrid, per il momento desaparecida en combate. Carromero guidava l'auto finita fuori strada lo scorso luglio, incidente nel quale morirono Payà e Cepero, attivisti per la democrazia. Poche settimane prima, in un altro strano incidente, la vettura dello stesso Payà si era ribaltata, senza conseguenze per il conducente. Al secondo tentativo l'imboscata è riuscita. Adesso, con la sentenza di condanna, il castrismo pretende di dimostrare di avere a cuore le sorti dei suoi cittadini, anche quelli più scomodi, e scarica ogni responsabilità sul malcapitato. Nel libro del comunismo caraibico non mancano le pagine infami e questa è una di quelle, scritta nel silenzio generale, con la complicità di quella UE freschissima di Nobel per la Pace. Nobel per omissione. La legalità rivoluzionaria, oltre che un ossimoro, è un magma vomitevole di menzogne e ricatti, sostenuto dall'omertà della maggior parte della sinistra europea. Purtroppo non c'è un Goldhagen che racconti l'epopea ignobile dei volenterosi carnefici di Castro, brevi manu e per corrispondenza.

14 oct. 2012

Il secolo stronzo/3. Per dire la sudditanza psicologica e l'irredimibilità della sinistra. Un esempio vicino a noi, così non dite ma quelli chi sono. Il blog Nomfup, che non è mica Il Manifesto, commentava così la scomparsa di Hobsbawm:
Scomparso, ahinoi, Eric Hobsbawm.
Dove quell'ahinoi non è - mi permetto di interpretare - umana pietas per un signore che non c'è più, ma apprezzamento per uno storico la cui opera si ammirava e le cui idee, come minimo, non si condannavano.
I casi sono due: o alla redazione di Nomfup non sanno chi è Hobsbawm e quali posizioni ha sostenuto nel corso della sua esistenza, o semplicemente ne approvano il lavoro e il punto di vista ideologico. In entrambi i casi a sinistra continuano ad avere un problema, quello delle tre scimmiette. Non si può stare con Nguyen Chi Thien e con Hobsbawm nella stessa stanza.
Il secolo stronzo/2. La differenza fra chi il comunismo l'ha sofferto sulla propria pelle e chi l'ha giustificato e appoggiato dal salotto di casa sua. Nguyen Chi Thien (strano, non lo conoscete?) vs. Hobsbawm.
Imagine that Hobsbawm had fallen in love with Nazism as a youth and spent the rest of his career whitewashing Hitler’s atrocities. Suppose he’d refused for decades to let his Nazi Party membership lapse, and argued that the Holocaust would have been an acceptable price to pay for the realization of a true Thousand-Year Reich. It is inconceivable that he would have been hailed as a brilliant thinker or basked in acclaim; no self-respecting university would have hired him to teach; politicians and pundits would not have lined up to shower him with accolades during his life and tributes after his death.
Yet Hobsbawm was fawned over, lionized in the media, made a tenured professor at a prestigious university, invited to lecture around the world.

12 oct. 2012

Bombardate la Norvegia (reloaded). Dopo il Nobel per la Pace ad Arafat, trovo del tutto coerente la decisione di assegnare il premio all'UE. Sorprende lo stupore, sono decenni che il mondo gira in direzione ostinata e contraria alla decenza e al senso del ridicolo. Se esistesse ancora il socialismo reale la prossima volta toccherebbe al PCUS. Bisogna rendersi conto che il politicamente corretto è il tic totalitario del nostro tempo, il metadone dei tossicodipendenti dell'ideologia. Perfettamente logico, peraltro, che il riconoscimento arrivi da una nazione che ha punito un serial killer con ventun anni di hotel a quattro stelle. Per me l'unica differenza fra Oslo e Teheran è la bomba atomica.

11 oct. 2012

Realismo e levitas. Consiglierei ai più giovani, ma non solo, la lettura di un un piccolo gioiello stilistico, opera di Roberto Piccoli. Si intitola Breviario del giovane politico ed è una raccolta di pensieri sulla pratica della politica, partendo dalle lezioni dei maestri Guicciardini, Machiavelli e Mazzarino. E' un testo corto ma non facile, decisamente originale nei contenuti ma soprattutto nella forma. Qui la presentazione dell'autore. Ma il libro è molto più interessante di quanto dice lui.
Chi ha detto Renzi? Da quasi ventiquattr'ore sul Post non c'è un pezzo su Renzi. Lo avranno scaricato come fecero con Fini? Come, non ricordate il famoso Fini vince, il gemellaggio col Secolo, i 5-6 pezzi settimanali su finiani, farefuturi, Perine e generazioni Italia? Per gli smemorati ecco un riassuntino, ancora in attesa di replica.
Ma torniamo a Renzi. Beninteso, il sostegno all'Obama de' noantri è un'altra cosa. C'è tutto un processo, una maturazione dietro. Sofri si era innamorato di Fini perché per mandar via Berlusconi valeva tutto, si sa che la sinistra è puttana. Quindi ha fondato il suo Post in linea con quella che al momento sembrava la dottrina vincente, il post-fascismo del XXI secolo. Come spesso capita agli entusiasti, una volta accortosi - va be', c'è voluto un annetto, che volete che sia - di aver preso una cantonata, fece finta di nulla e passò ad altro, fiducioso che nessuno dei suoi gliel'avrebbe fatto notare. E così fu. Si sa che la sinistra è omertosa. Con Renzi, anzi Matteo, no. Renzi è dei loro: ggiovane, de' sinistra, tecnologgico, ganzo. Dalla democrazia proletaria a Matteo il salto è grande, ci mancherebbe. E puntuale è partita la campagna per le primarie, che vale la pena seguire, non si sa mai che il Sofri ggiovane, de' sinistra, tecnologgico, ganzo pure lui, un bel giorno si dimentichi tutto, come quella volta.
Tralascio quel che c'è stato prima dell'inizio del tour, e mi limiterò solo ai pezzi principali, senza contare pensierini, editorialini, post-it e virgolettati in cui il suddetto è citato almeno una volta.
Solo un'eccezione: quel favoloso Renzi contro l'antiberlusconismo, che Sofri dev'esserci rimasto male.
11 settembre 2012: Il logo della "campagna elettorale" di Matteo Renzi
13 settembre 2012: Inizia la campagna di Renzi
16 settembre 2012: Il video di Matteo Renzi a Lucca
25 settembre 2012: Quelli di destra che votano Renzi alle primarie
26 settembre 2012: "Lo show di Renzi funziona"
27 settembre 2012: Le risposte di Renzi
8 ottobre 2012: Una risposta da Matteo Renzi (un'altra, risponde molto Renzi)
9 ottobre 2012: Renzi a Che tempo che fa
9 ottobre 2012: Chi sono gli elettori di Renzi
10 ottobre 2012: Cosa ha detto oggi Matteo Renzi
Come vedete siamo ancora in fase di avviamento, ma negli ultimi giorni l'attività della redazione del Post si sta intensificando. Certo, sarà difficile eguagliare la fase finiana del direttore.
Seguiranno aggiornamenti.

10 oct. 2012

Il vuoto davanti. Dai nazionalisti intenti a catalanizzare tutto, ai ministri che rispondono (a parole) con la necessità di spagnolizzare gli studenti catalani. E' diventato uno scontro fra dementi la politica, in questo paese di nazioni inventate. Alla base del delirio, l'equivoco colossale - condiviso pressoché all'unanimità da partiti e opinione pubblica - per cui è compito dello stato, del potere pubblico, imporre un modello culturale ed educativo, così come economico, sociale e via dicendo. Nessuno in Spagna discute più la pretesa che l'istituzione prevalga sull'individuo, nessuno mette in dubbio che la massa debba avere la meglio su tutto il resto, stato di diritto compreso. La massa che si è prestata a farsi bandiera catalana durante Barça-Real Madrid, ha rappresentato graficamente la sua sottomissione volontaria al ruolo attribuitole da una classe politica fallimentare e fallita: quello di strumento inerte e ubbidiente. Tutto già visto, ma qui nessuno sa nulla, nessuno ricorda nulla. Questo declino ha molti padri, viene da lontano, ma gli ultimi dieci anni di intossicazione ideologica sono stati decisivi. Qualsiasi seme di liberalismo che fosse sopravvissuto alle avventure delle sinistre rivoluzionarie prima e del franchismo poi, è stato sterminato dai virus del relativismo, del qualunquismo e del politicamente corretto. Si apre adesso un vero e proprio baratro ma la contrapposizione non è quella falsa, tra cittadini e classe politica, che i giornali vendono da mesi. E' il divario fra una mentalità corrotta, assistenziale, protezionista  e la modernità quello che condanna questo paese di nazioni inventate all'irrilevanza. Sempre che vada bene.

9 oct. 2012

I dibattiti un po' servono. Primo e ultimo sondaggio che pubblico su questo blog. Un sacco di dati interessanti, anche se poi la realtà è quella di novembre.
Nati ieri. Daniele Raineri è bravo ed è sempre nelle zone di guerra. Uno dei pochi che scrivono ancora di quello che vedono e non di quello che leggono da qualche altra parte. Però fa un po' cadere le braccia quando dice che "è tempo di cominciare a distinguere" i terroristi dagli attivisti. Io non sono così vecchio ma ricordo che la battaglia terminologica in questione risale almeno a 9 anni fa, ai tempi della guerra in Iraq. Fu allora che certa stampa, la maggioritaria, cominciò a chiamare resistenti e attivisti perfino i membri di Al Qaeda che facevano saltare in aria gli iracheni al mercato con una frequenza quasi quotidiana. Era allora che bisognava cominciare a distinguere, e qualcuno di noi ci ha fatto più di una battaglia dai suoi blog. Il problema del giornalismo attuale è che non ha memoria e non contestualizza. Ogni giorno è un giorno nuovo, si ricomincia sempre daccapo. Così è più facile sembrare originali, senza dover sempre ricordarsi delle spalle dei giganti (nani a loro volta) su cui si è appoggiati. Quelli del Foglio e gli ex di turno, poi, sono specialisti in questa sorta di perenne giovinezza argomentativa. Basta leggere i tweets di Bellasio, di un'ingenuità disarmante per uno che per qualche ragione sta dove sta.

8 oct. 2012

Catalogna, ottobre 2012. Una quasi-unanimità spaventosa.

6 oct. 2012

Serve altro? In Spagna, qualche giorno fa, il ministro di educazione, cultura e sport ha detto due cose abbastanza importanti. La prima: le scuole catalane sono una fabbrica di indipendentismo. La seconda: il governo spagnolo è disposto a pagare alcuni istituti scolastici catalani per fomentare l'insegnamento in lingua spagnola. Le due affermazioni sono in contraddizione, anche se non lo sembrano. Spiego perché. Che il sistema educativo catalano sia finalizzato alla diffusione del catalanismo e del nazionalismo è talmente evidente che bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersene. Basti pensare che il famoso modello di immersione linguistica (ovvero, tutte le classi in catalano e lo spagnolo trattato come lingua straniera), nato in teoria per difendere la minoranza linguistica di casa, è diventato ormai uno strumento di affermazione identitaria, un veicolo per un insegnamento-indottrinamento volto alla creazione dell'uomo catalano. Da qui per successive onde espansive, l'appropriazione della letteratura, della storia, perfino della geografia in chiave catalanista. Siccome si tratta di un fatto evidente, ai limiti del banale, la levata di scudi contro l'affermazione del ministro è stata pressoché unanime, come si usa nei sistemi irregimentati: come ti permetti, che cazzo dici, non sai di cosa parli, tornatene a casa. E vengo alla seconda dichiarazione. Un governo coerente, che facesse seguire alle parole i fatti, procederebbe subito a far rispettare la legge: se in Catalogna esiste un bilinguismo sancito in primo luogo dalla costituzione, la discriminazione dello spagnolo nelle scuole non è accettabile. Non importa se in Catalogna siano poche le famiglie che abbiano richiesto di scolarizzare i propri figli in istituti in cui la lingua veicolare sia lo spagnolo, si tratta di far rispettare un principio. Invece che fa l'esecutivo, per bocca del suo ministro? Si pente della denuncia appena fatta e, riconoscendo la propria sconfitta ideologica, si dichiara disposto a pagare, cioè a comprare alcune scuole catalane affinché insegnino in lingua spagnola. Che è come dire che a Barcellona la legge dello stato non si applica e che il governo, pur essendone cosciente, è impotente al riguardo e deve ricorrere ad una sorta di tangente educativa. Il che conduce dritti dritti a una conclusione: se il nazionalismo regionale è oggi in Spagna ai massimi livelli è soprattutto colpa della pavidità, incompetenza e mediocrità di una classe politica che ha aperto ai fondamentalisti dell'identità tutte le porte, in cambio di nulla.

4 oct. 2012

Darsi all'ippica, no? Lo stucchevole, inutile, fighetto, snob, perditempo dibattito tra le due testate più stucchevoli, inutili, fighette, snob, perditempo del panorama giornalistico italiano sulla squadra più forte di tutti i tempi. Gli altri giocano, vincono e incantano, i nostri riempiono paginate sul nulla. Andate a lavorare.
Negli intervalli gridava mamma. Posto che normalmente chi perde i dibattiti poi vince le elezioni, è bastato uno come Romney per ridimensionare il presidente più sopravvalutato della storia. L'impatto è stato forte soprattutto per i media, assuefatti all'immagine che in questi anni hanno creato, truccato, venduto di Obama. Non c'è dubbio che la macchina si rimetterà in moto prestissimo per cercare di ribaltare la brutta figura del premio Nobel e per coprire di scherno quella del suo avversario. Ma, ripeto, se è stato sufficiente un repubblicano piccolo piccolo per far sudare freddo il più grande presidente nero mai eletto, aumentano esponenzialmente le possibilità che da qui a novembre un'altra delle grandi menzogne della sinistra sia svelata.

2 oct. 2012

Normalità. La Georgia porta a compimento la sua rivoluzione colorata, attraverso un processo elettorale democratico che ha visto prevalere l'opposizione sul partito del presidente Saakashvili. Il capo dello stato ha riconosciuto la sconfitta, permettendo così un passaggio di potere senza sussulti. A formare il governo sarà una maggioranza politica più filo-russa dell'attuale, e questo certamente sarà motivo di allegria per i putiniani di casa nostra, che dall'Ucraina, alla Bielorussia al Kirghizstan non hanno mai nascosto le loro antipatie per le relazioni cordiali tra stati ex sovietici e occidente. Mi riferisco in particolare a quelli che, vedi Stefano Grazioli per dirne uno, prendono in giro Saakashvili definendolo mangiacravatte, gli attribuiscono la responsabilità della mini-guerra del 2008 con la Russia e lo accusano di metodi dittatoriali. Accuse che si guardano bene dal rivolgere ai suoi omologhi di Minsk o di Mosca. Certo, a Minsk e a Mosca le cravatte non le mangiano. E soprattutto non perdono mai un'elezione.

1 oct. 2012

Il secolo stronzo. Se uno dicesse che l'utopia nazista giustificava lo sterminio di sei milioni di ebrei verrebbe giustamente trattato come un individuo pericoloso e probabilmente fuori di senno. Siccome invece Hobsbawm lo sosteneva a proposito dell'URSS è annoverato tra i più importanti storici del novecento. Ricordo che quando lessi Il secolo breve rimasi di stucco di fronte all'affermazione per cui erano i regimi fascisti e non quelli comunisti a presentare i tratti caratteristici del totalitarismo (sì, lo so che Mussolini introdusse la parola e via dicendo, ma parlo qui di quel che poi è successo nella realtà, che uno che si occupa di storia dovrebbe raccontare con un minimo di onestà). In quel momento pensai a un errore di stampa. Invece era il marxismo. E questo è tutto quello che avevo da dire su Hobsbawm.

26 sept. 2012

La prima come farsa/5. In questa lunga corsa verso il niente che una classe politica inetta e pusillanime si appresta a cominciare in Catalogna, sembra proprio che nessuno abbia voglia di soffermarsi su un punto: nessuno contesta il diritto di alcuni spagnoli a non voler essere più tali, quel che appare leggermente più problematico è che questi spagnoli vogliano trascinarsi dietro tutti gli altri. Se anche per l'autodeterminazione vale il principio di maggioranza, attenzione a dove si tracciano le frontiere della volontà popolare.
La prima come farsa/4. C'è una differenza fondamentale fra il cosiddetto nazionalismo spagnolo e quello catalano o basco. Che il primo non vuole escludere nessuno. Quando si giustifica la deriva separatista come reazione allo spagnolismo ci si rivela per quel che si è: un branco di pecore senza pastore.
La prima come farsa/3. Se fossi un separatista catalano non mi fermerei all'indipendenza da Madrid, andrei oltre. Mi separerei anche dai catalani che non sono d'accordo con me, che vogliono rimanere spagnoli. Creerei uno stato nuovo, gli darei un bel nome, non so Stella del Mediterraneo, e mi ci rinchiuderei a chiave. Tutti gli altri fuori, spagnoli, catalani traditori, liberali, non nazionalisti. Pensa che bello.
La prima come farsa/2. Sia i separatisti che gli indignados hanno sempre in bocca quella parola, libertà. La finzione della quale hanno bisogno per vivere è l'esistenza di un regime che negherebbe le libertà fondamentali, ai catalani o al popolo in generale. L'abuso della parola libertà dovrebbe essere perseguito penalmente. Puoi mentire su tutto, diciamo, ma non su quello.
La prima come farsa. Un multitudinaria manifestazione separatista a Barcellona, un presidente della Generalitat che si risveglia indipendentista, scioglie il parlamento e convoca elezioni-plebiscito con l'idea di vincerle e farsi paladino della divisione, un gruppo di indignados di ritorno che assedia il parlamento di Madrid. Ed è solo mercoledì.

20 sept. 2012

Secondo copione/2. Romney, che è un candidato debole, ha dimostrato nel video incriminato di possedere almeno un'idea dell'America: prima di tutto la ricchezza si crea, non si ridistribuisce. Io credo che chiunque metta in dubbio questo concetto, dell'America abbia capito poco.

18 sept. 2012

Secondo copione. Romney nel video rubato ha detto anche un sacco di cose giuste. Infatti l'hanno insultato tutti. Per essere stimati bisogna essere ipocriti, politicamente corretti, possibilmente disonesti. Insomma, di sinistra. Comunque la cosa più incredibile è che quelle cose le ha dette dell'America. Dell'America, capite?

14 sept. 2012

Fa chic. Poi c'è questa cosa che a sinistra si chiamano tutti per nome, come se si conoscessero: Matteo, Elisa, Laura, Pierluigi. Ma va a ciapà i rat va'.

13 sept. 2012

Non all'altezza.
The President said that he rejects efforts to denigrate Islam, but underscored that there is never any justification for violence against innocents and acts that endanger American personnel and facilities.
Continuare a regalare pretesti a chi non ha ragioni.

11 sept. 2012

Come lavorano al Post/2. Francesco Costa, giovane promessa del giornalismo italiano (prima di passare da Concita e finire a fare i riassunti da Sofri), ci regala una bella ricostruzione del volo 93 della UA, schiantatosi l'11 settembre di undici anni orsono in un campo della Pennsylvania. Non una storia nuovissima ma è sempre bene ricordare certi avvenimenti. Il punto però è che Costa altro non fa che selezionare, tradurre o parafrasare passi dalla voce in inglese di Wikipedia sull'argomento. Niente di male, se solo avesse l'onestà di citare l'originale. Invece, secondo il costume del Post, fa riferimento alla fonte solo in un inciso alla fine del primo paragrafo, insieme al documento dell'inchiesta ufficiale del Congresso americano. I lettori sono quindi indotti a credere che la giovane promessa abbia compiuto un accurato lavoro di consultazione e di comparazione di testi prima di produrre il prezioso sunto. Purtroppo però basta una lettura comparativa dei due brani (quello di Wikipedia e il suo) per rendersi conto del plagio. Tanto è vero che un lettore se n'è accorto e l'ha fatto notare nei commenti, ricevendo in risposta il silenzio tanto familiare a tutti coloro che osano criticare i metodi di lavoro della premiata ditta. Così lavorano al Post. E tutti zitti.

10 sept. 2012

L'imbecillità dei comunisti.

8 sept. 2012

Necrosofi/2. Certo che non dev'essere facile essere di sinistra. Tutta la vita cercando di dare un senso alla propria appartenenza.
Necrosofi. Io capisco che sta finendo l'estate quando cominciano i dibattiti sul futuro della sinistra.
Un'altra cosa. Obama non è un socialista ma questa storia che sale Eva Longoria sul palco di Charlotte a dire che lei di tasse ne vuole pagare un sacco, e tutti applaudono perché pagare è buono e giusto e perché noi si crede tutti tanto nello stato, e far sembrare che l'american dream sia dare soldi al governo, ecco - cosa non so - ma l'America è un'altra cosa.

6 sept. 2012

Si scherzava. La marchetta pro-Renzi firmata Christian Rocca, uno che una volta le cantava a tutti di santa ragione.

3 sept. 2012

Detartrase di coscienza/2. Il problema dei Paralimpici involontariamente illustrato da Oscar Pistorius. Corre, perde e si lamenta che il vincitore aveva le gambe artificiali più lunghe, replicando esattamente le accuse che venivano mosse contro di lui nei giochi tradizionali. Le Olimpiadi per disabili non possono che essere una competizione irregolare, in quanto ortopedicamente adattata a situazioni che per la loro eccezionalità dovrebbero essere trattate diversamente. Ovviamente non rappresentano un problema per nessuno, anzi per molti sono motivo di gioia e realizzazione personale. La mia è solo una considerazione di carattere concettuale: l'uguaglianza delle opportunità non implica il disconoscimento o il rifiuto della differenza, con tutte le conseguenze che ne derivano (anche se i nostri desideri vanno in direzione ostinata e contraria). Non basta essere buoni, bisogna anche sapere perché, se no si rovina tutto.

2 sept. 2012

Chi glielo spiega? In uno di quei tweets che sanno di endorsement, Christiane Amanpour si chiede perché si parla tanto del nucleare iraniano e poco o nulla di quello israeliano. Le pagano come Messi queste icone del giornalismo. 326 retweets, 63 favorites.

30 ago. 2012

Detartrase di coscienza. Sono iniziate a Londra le Paralimpiadi, i giochi per atleti disabili. Quest'anno si registra la più alta partecipazione di sempre, 4200 iscritti. Le considerazioni che seguono non riguardano i sacrifici, gli sforzi e la forza di volontà dei singoli, che il sottoscritto riconosce ed ammira. Riguardano l'idea stessa di una competizione sportiva di alto livello riservata a persone handicappate.
Se il senso delle Olimpiadi è mettere a confronto i migliori atleti del mondo, i più veloci, i più alti, i più forti, se il loro scopo è la ricerca dell'eccellenza fisica e psicologica, se la loro organizzazione risponde a criteri di massima competitività, le Paralimpiadi sono una contraddizione esplicita dei concetti appena esposti. E' indiscutibile il diritto dei disabili a vivere una vita piena, completa e priva di barriere ma cosa diversa è pretendere di replicare in scala la logica di una competizione che, per definizione, è riservata ai migliori, ai più atletici, a coloro che la natura ha dotato di possibilità superiori alla media. Perché, altrimenti non organizzare anche dei giochi per bambini o per anziani? Perché non istituire le Olimpiadi dei magrolini, dei sovrappeso, degli asmatici? Vero che sarebbe considerata un'intollerabile discriminazione riservare un evento sportivo mondiale unicamente a omosessuali, casalinghe e riserve indiane? I portatori di handicap sono per certi versi la parte migliore delle nostre società, ed è un dovere collettivo permetterne l'integrazione a pieno titolo in ogni aspetto della vita quotidiana. Ma le Olimpiadi sono un'altra cosa, rispondono ad una logica diversa e, semplicemente, sono destinate ad altre categorie di persone.
Le Paralimpiadi sono espressione della stessa mentalità politicamente corretta che, invece di prendere atto della realtà e agire di conseguenza per migliorarne gli aspetti meno edificanti, preferisce ignorarla. E' più difficile affrontare un problema che comportarsi come se non esistesse.

26 ago. 2012

Foto di famiglia con terrore.



Nessuno ride, tranne lui.

25 ago. 2012

Relativismi. Io dico che se c'era ancora Bush oggi Lance Armstrong era l'esempio dell'America truffaldina, prepotente e ipocrita.
P.S. Ovviamente l'ipocrisia sta tutta nella cosiddetta lotta al doping, ma che ve lo spiego a fare.

24 ago. 2012

Assassini e vincenti. Ventun anni a Breivik. Tre mesi e sei giorni per ciascuna delle vittime. Il modello norvegese in grande spolvero. La benevolenza verso i carnefici continua a definire la socialdemocrazia europea. Da ETA agli estremisti di destra, uno sforzo immane per comprendere, giustificare, perdonare. Lo stato di diritto ai minimi termini. C'è un virus a sinistra.

23 ago. 2012

Gandhiani e vincenti. So che il tema non interessa a nessuno ma la decadenza civile di un paese si vede anche da dettagli come quello che segue. Come previsto, il ministro dell'interno spagnolo ha annunciato l'applicazione di misure carcerarie di favore per l'etarra in gravi condizioni di salute. Formalmente è vero che si è rispettata la legge, e che il mantenerlo in galera a tempo pieno avrebbe violato lo stato di diritto. Ma questa è solo una parte della storia, quella che i terroristi hanno preteso di raccontare con la solita compiaciuta complicità della carta stampata. La parte su cui nessuno si sofferma è invece quella del ricatto. Il ricatto di uno sciopero della fame proclamato per primo dal diretto interessato e a cui si sono aggiunti - almeno nelle dichiarazioni - un centinaio di detenuti per terrorismo. Da qui il corto circuito intellettuale e giuridico: lo stato ha applicato la legge solo in risposta alla pressione dei terroristi. Nel momento in cui il ministro dell'interno dichiara di aver rispettato le regole dello stato di diritto, in realtà ne sancisce la sconfitta: l'etarra malato esce di prigione non come naturale conseguenza di un procedimento legale ma a seguito di una vittoriosa campagna propagandistica supportata dalla maggioranza della stampa nazionale. Se questo è uno stato di diritto.

15 ago. 2012

Sfilarsi. Ieri spiegavo a una persona che io ho scritto parecchio negli ultimi dieci anni ma se di qualcosa vado orgoglioso non sono gli articoli (be' qualcuno sì) ma certe foto che ho scattato in certi viaggi. E quest'anno che non sono in viaggio, ma è l'estate più bella della mia vita, penso che senza quelle foto io non sarei la stessa persona che sono, mentre se non avessi scritto niente in dieci anni probabilmente sì.

13 ago. 2012

Gandhiani. Siccome la Spagna non ha altre emergenze, un centinaio di detenuti etarras sono in sciopero della fame per ottenere la scarcerazione di un loro compagno di cella, a quanto pare in gravi condizioni di salute. Il fatto, in sé insignificante vista la natura degli ammutinati, assume invece rilevanza se si considera che ETA era stata data per morta e sepolta solo qualche mese fa. Purtroppo invece i terroristi in Spagna continuano a far politica e, quando chiamano, lo stato è costretto a perdere tempo a rispondere. L'occasione, peraltro, è irripetibile e un governo degno di questo nome non se la lascerebbe scappare. Invece alla fine li alimenteranno a forza.
L'aspirante. Io non mi occupo più di politica, anzi non mi occupo quasi più di niente. Però oggi c'è una recensione al libro di Renzi, la nuova speranza della sinistra, o la speranza della nuova sinistra, fate un po' voi che vi occupate ancora di cose serie come la sinistra, una recensione bella, ma così bella che mi ha fatto quasi venir voglia di comprarlo, il libro. Poi ho pensato di no, che rimango solo con la recensione. Poi ho pensato un'altra cosa: che la sinistra di ieri faceva un po' paura, anzi parecchia, mentre la sinistra di oggi fa tanto ridere. E non so cosa sia meglio. Ci penso ancora e poi vi dico.
Stil novo contiene i pensieri di un italiano come tanti, articolati nel modo in cui tanti li articolerebbero, e non ci sarebbe niente di male, in questa media sociologica, se Matteo Renzi non aspirasse a dirigere il maggiore partito italiano e, coll’occasione, l’Italia.
P.S. Dallo stesso recensore di Renzi giunge anche questa apologia di Vidal. Vatti a fidare.

12 ago. 2012

Olimpiadi 2012. Impeccabile rappresentazione priva di drama.
Il Dream Team (qualunque esso sia).



Festeggiare come se il risultato non fosse scritto. Buttarsi sull'ultimo pallone. Salutare l'avversario sconfitto.

11 ago. 2012

Usain Bolt.



La macchina pulsante sembrava fosse cosa viva.

10 ago. 2012

La 4x100 donne degli Stati Uniti.



Rivinta la guerra fredda (stavolta ci sono voluti solo 40.82 secondi).

4 ago. 2012

Missy Franklin.



Potenzialmente è lei l'erede di Michael Phelps. Nel giorno in si chiude con una vittoria la carriera del più grande di tutti (ventiduesima medaglia, 18 ori in tre Olimpiadi consecutive), si apre con la consacrazione del quarto oro (e un bronzo) quella della sorridente diciassettenne dorsista. Con lei il miglior team femminile che gli USA abbiano mai presentato, record mondiale stasera nella 4x100 mista: Franklin, Soni, Vollmer, Schmitt.
Non ricordo di aver mai assistito ad un torneo di nuoto così spettacolare: un campione da leggenda che diventa sportivamente immortale, gare all'ultimo respiro, nove record mondiali battutti, la rivincita degli atleti sui costumi tecnologici e soprattutto una nuova generazione di formidabili specialisti, sia a livello femminile (le americane, Ruta, il ritorno delle olandesi) che maschile (Le Clos e Agnel su tutti). E i 1500 di Sun Yang sono da considerare finora la performance più impressionante dei Giochi, insieme ai 200 dorso di Missy, l'erede potenziale.

2 ago. 2012

Gabrielle Douglas.



Non dite che non ve l'avevo detto.
Phelps, 20 (16 ori). Ma sono anche i Giochi di altre tre formidabili nuotatrici americane, Rebecca Soni, Missy Franklin e Allison Schmitt. La piscina statunitense continua a fare storia.
Quella del fioretto femminile italiano invece è già leggenda.

31 jul. 2012

Michael Phelps.



Diciannove medaglie olimpiche (Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012). Son cose che uno racconta ai nipoti.
Oltre al suo, finora questa Olimpiade porta i nomi di Ruta Meilutyte e di Gabrielle Douglas. Se quest'ultima non sapete chi è, riguardatevi stanotte il concorso femminile a squadre di ginnastica artistica, per me la gara regina dei Giochi. Poi c'è Ye Shiwen, innocente fino a prova contraria. I nordcoreani hanno vinto due ori, a loro rischio e pericolo. Le rumene sono sempre le più belle. La pallamano si decide all'ultimo minuto, dev'essere il regolamento. Nel badminton bisogna picchiare forte, se no non va giù. Tutti quei cenotes prima o poi dovevano servire a qualcosa (i messicani si tuffano piuttosto bene). Primavere arabe nel fioretto e nel basket (la Tunisia a un certo punto era a meno cinque dagli USA): ovviamente poi è arrivata la controrivoluzione.
Speriamo che gli spagnoli vadano fuori in fretta. Ogni quattro anni mi convinco che il livello di civiltà di una nazione si misura anche dalla qualità della copertura olimpica delle sue televisioni. L'Italia è salvata dal privato, dal mercato, dal capitale, la Spagna invece affonda con tutta la sua farragine statale da zero medaglie.

25 jul. 2012

Batman è stanco. Se dovessi definire in tre parole la cifra della società occidentale all'inizio del XXI secolo direi così: senso di colpa. Siamo una civiltà che si vergogna e si pente di se stessa, a prescindere. Appena possibile, invece di andare fieri delle conquiste che ci hanno reso un episodio unico e finora ineguagliato nella storia dell'umanità, gettiamo il sale sulle ferite che spesso ci autoinfliggiamo, il più delle volte assumendoci responsabilità che non abbiamo. Non solo i grandi dibattiti, ma perfino le semplici relazioni quotidiane risultano permeate dal senso di colpa. Da nevrosi individuale a stato d'animo collettivo, in cerca di improbabile redenzione nel tic quasi totalitario del politicamente corretto. Una deriva sconcertante, da qualsiasi punto di vista la si osservi.
Questo per dire che secondo me Christian Bale non doveva andare a visitare i feriti della sparatoria di Aurora.

22 jul. 2012

Il sordido, squallido e criminale regime dei fratelli Castro. Tutto fa pensare che, dopo Orlando Zapata Tamayo e Laura Pollán, il sordido, squallido e criminale regime dei fratelli Castro abbia fatto fuori anche Oswaldo Payá. Le notizie sono confuse, c'è stato un incidente, qualcuno è morto. Ma sembra che la polizia abbia già telefonato alla famiglia. Cioè, gli assassini hanno avvisato le vittime che il crimine di stato è stato perpetrato. Una situazione apparentemente grottesca ma in realtà del tutto coerente in un paese sequestrato da più di mezzo secolo da una mafia comunista pseudo-rivoluzionaria. E' un gran peccato che nessuno in questi anni abbia armato i cubani per mettere fine al sordido, squallido e criminale regime dei fratelli Castro (ma forse si sarebbero venduti i fucili e in ogni caso non li avrebbero centrati). In questa ennesima giornata di infamia, va ricordato che in occidente il sordido, squallido e criminale regime dei fratelli Castro continua a vantare schiere di ammiratori, non solo tra gli irriducibili del Muro di Berlino, ma anche all'interno della cosiddetta sinistra democratica (scusate l'ossimoro). Assassini, complici e apologeti. Sarete contenti. La vostra ricompensa in un tempo meno ipocrita e codardo sarà la memoria di quello che siete stati.
Update. A chi sta pensando che non si può accusare senza prove nemmeno un regime come quello cubano, suggerirei di dare un'occhiata a questa lettera battuta a macchina dallo stesso Payá pochi giorni dopo un altro incidente, del quale era stato suo malgrado protagonista. Il 25 giugno, infatti, gli sbirri di Castro ci avevano già provato ad ammazzarlo, investendo la sua auto e provocandone il ribaltamento. La stessa dinamica che sembra sia stata utilizzata anche domenica scorsa, questa volta però con successo. Intanto ai funerali del dissidente la polizia sta castigando i partecipanti:
Tutti pensano che sia stato un attentato. Tranquilli. Si vedrà.
Si vedrà.

8 jun. 2012

1973-1982. I dieci anni d'oro del calcio polacco, raccontati benissimo da James Montague. Oggi un'altra Polonia cercherà di aprire un nuovo ciclo.

7 jun. 2012

Bombardate la Norvegia. Fate presto.

6 jun. 2012

Io lo so, ma non ho le prove. La gente non pensa e, se pensa, pensa male. Il trionfo dell'irrazionalismo analizzato da Stefano Magni. Lui si concentra sull'Italia, ma la lista è più lunga. L'infantilismo politico-sociale è patologia tutta occidentale.

2 jun. 2012

Obama vs. Ortega. Apprendo che Obama non nutrirebbe nessuna fiducia nella Chiesa cattolica a Cuba. Per questo Foreign Policy dedica al presidente più amato dai mainstream media una dura reprimenda. Io invece non nutro nessuna fiducia nei mainstream media, e questo pezzo dimostra che ho ragione. La Chiesa cattolica cubana è il braccio spirituale del regime e quella della scelta del confronto invece che dello scontro è una balla inventata dagli amici del cardinal Ortega per giustificarne l'opacità e l'ambiguità. Una parte rilevante del controllo sociale necessario alla sopravvivenza del sistema è esercitato attraverso le istituzioni ecclesiastiche, veri e propri centri di delazione e informazione privilegiata per gli apparati dello stato. Non lo dico io, ma chiunque abbia la possibilità di esprimersi liberamente sull'argomento: quindi non i cubani in patria, la cui opinione nessuno è in grado di conoscere, fatta eccezione evdentemente per l'autore del pezzo. Pretendere di difendere le vittime stringendo le mani dei loro carnefici dalle mie parti continuerà sempre a chiamarsi in un solo modo: connivenza. Spero che Obama, se è vero che da lui dipendono certe campagne, continui a minare dalle fondamenta uno dei tasselli della dittatura castrista. Che la stampa occidentale continui poi a propagandare la fallacia del cambio evolutivo nell'isola dei matones merita, più che una confutazione, una visita dallo psicanalista.
Keynes e l'aspirina. Io sbaglio su un sacco di cose, si sa. Però ci sono questioni sulle quali non ho mai avuto dubbi, perché le ho poppate fin dall'infanzia: che non dovevo rubare le caramelle negli autogrill, che la Juve era la squadra più forte d'Italia, che i liberali stavano da una parte e Keynes da un'altra. Tralascio i primi due pilastri della mia esistenza e mi butto sul terzo. Io, che di economia non è che sia un esperto, ho sempre associato Keynes alla spesa pubblica, allo scavare una buca per riempirla, alle sovvenzioni dello stato. Insomma tutta quella roba lì, che con il liberalismo non è che abbia tanto a che fare. Lo so che Keynes ha detto un sacco di cose, e magari tra quelle a cercarle ce ne trovi perfino di liberali, diciamo. Però uno quando pensa al mercato gli viene in mente Hayek, mica Keynes. Io, giuro, ad associare Keynes e i liberali non ci avevo mai pensato. Mai. Era un pilastro, appunto. Poi un giorno parlo con Christian Rocca, uno che in genere pensa cose giuste ma per farle accettare dagli amici deve dire che sono di sinistra. E lui mi spara, e quasi mi viene un colpo perché io di Rocca un po' mi fidavo, che la guerra fredda non l'hanno vinta Reagan e Thatcher ma Keynes. E che Keynes era un liberale così. Io gli chiedo, ma sei sicuro? E lui, certo, non capisci un cazzo, quelli che credono che Keynes fosse un marxista sono degli imbecilli come te. Io gli rispondo che mica credevo che Keynes fosse un marxista, ma che tra essere un liberale ed essere un marxista c'è un mare. E che Keynes, aggiungo, in quel mare ci aveva navigato parecchio. Per me la questione era chiusa. Rocca stava per diventare direttore e si prendeva qualche licenza poetica. Certo, uno che ti dice che nel XX secolo ha vinto la sinistra fa un po' pensare, ma contento lui. Solo che poi oggi mi imbatto in un articolone che si intitola: Keynes era un liberale? e mi ricordo di quella conversazione. I punti interrogativi a volte sono uno shock, perché ti trasformano una certezza in un dubbio con un semplice segno sulla carta. Non sono mica facili i punti interrogativi, bisognerebbe prenderli un po' più sul serio. Prima ancora di leggerlo, mi dico: caspita, se uno dedica così tanto tempo a spiegare che uno non è una cosa, significa che la possibilità che quello sia quella cosa è abbastanza alta. Se no sarebbe scemo. E allora chiedo a chi mi ha segnalato l'articolo: ma sei sicuro che sia una cosa seria? Non so, io conosco solo uno che pensa che Keynes sia un liberale, tu quanti ne conosci? E lui mi dice che c'è un sacco di gente che lo pensa, per esempio al Giornale, a Libero o al Tempo. Cioè, per riassumere, c'è una buona parte della destra italiana che crede che Keynes sia un liberale, e che quelle cose delle buche, dell'intervento statale e via dicendo siano dettagli insignificanti. Ora, non è che la destra italiana di liberalismo ci abbia mai capito tanto, ma questa è solo un'opinione, ci mancherebbe. Però uno può capirci poco ed evitare comunque di spararle grosse. Invece no, se è vero che al Giornale, a Libero o al Tempo c'è un sacco di gente che quando sente la parola liberalismo non pensa ad Adam Smith ma a Keynes, ecco io credo che un po' la cosa dovrebbe preoccupare. Perché della destra italiana me ne frega abbastanza poco, però la confusione, l'improvvisazione e la manipolazione ideologica sono cose serie e uno non può mica lasciarle in mano, che so, al direttore di IL24 o a qualche amico suo di sinistra pagato dalla destra. Io lo so che Keynes non era un liberale. Ma l'articolo l'ho letto lo stesso. E' stato come prendere l'aspirina, anche se sai che il mal di testa prima o poi ti passa.
Corso di marxismo in quindici minuti. Witold Gombrowicz aveva probabilmente ragione quando diceva che era un pensatore sottovalutato. Ma il suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto è un libretto troppo modesto per corroborare il suo grido di dolore. Non è colpa sua, ma di chi ha preso gli appunti. E' come quando in classe scarabocchi qualche frase convinto di aver afferrato il filo del discorso, e poi quando arrivi a casa non ci capisci più niente. Per fortuna c'è la parte sul marxismo, che è anche quella finale. Era il 1969, piena guerra fredda, il destino del blocco comunista tutt'altro che incerto, l'Europa in fermento pseudo-proletario, e il Muro ben piantato (sarebbe durato altri vent'anni). Gombrowicz diceva questo ai suoi due ascoltatori (traduzione mia):
Il capitalismo non beneficia unicamente il capitalista, perché se questi pretende di divorare il suo denaro, non può comprarsi più di cento cappelli, uno yacht, etc., all'anno. Il resto del suo denaro dove va a finire? Ad altre fabbriche, altre industrie etc., e in questo modo lo sviluppo tecnico dell'umanità si fa ogni volta più grande. Questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è una necessità fondamentale del progresso umano, che risulta estremamente difficile per l'individuo.

A che punto è arrivato il marxismo nel 1969?
La grande crisi del marxismo deriva semplicemente dal fatto che - la situazione nell'Est lo ha dimostrato - si lavora male e si produce molto poco. Perché? La vita è dura; se non si obbligano gli uomini a lavorare, naturalmente non lavoreranno.

I socialisti, al contrario, sono in bancarotta da tutte le parti per la semplice ragione che nessuno ha interesse né a produrre né a obbligare gli altri a farlo, dato che non c'è nessun interesse in gioco.
A mio giudizio, la questione marxista è stata assolutamente mal posta, perché lo è stata dal punto di vista morale della "giustizia". Però il vero problema non è morale, è economico. La priorità è aumentare la ricchezza; la distribuzione della ricchezza è qualcosa di secondario.
La produzione si abbassa. Tutto rimane allo stesso livello e si addormenta nella burocrazia e nell'anonimato.
Il futuro del marxismo?
Suppongo che fra venti o trent'anni il marxismo sarà sbattuto fuori dalla porta.

(...) se la destra resiste con fermezza e non si lascia imporre questa "cattiva coscienza" che caratterizza giustamente i marxisti, allora bene, la questione si può risolvere con un enorme e galoppante progresso della tecnica che, secondo i miei calcoli approssimativi, può trasformare in forma radicale il mondo nei prossimi venti o trent'anni. Avremo alette per volare.
Vent'anni. Un orologio questo Gombrowicz.

P.S. Vista col senno di poi, la fallacia marxista si è dissolta, la tecnica ci ha dato ali per volare ma la cattiva coscienza è rimasta.

1 jun. 2012

Meritocrazia. Solo che poi Šostakovič, il migliore compositore della Russia sovietica, fu preso, messo da parte e quasi si ammazzava. Tanto era bravo.

31 may. 2012

Grozny, com'era.



Altre immagini.
Prima uccidere, poi controllare. C'è un lungo articolo sul NYT a proposito delle operazioni antiterroriste di Obama. Se alla fine della lettura vi troverete confusi, senza un'idea precisa su cosa pensare, non sarà colpa di una prosa difficile. Dipenderà semplicemente dal fatto che Obama ha fatto dell'ambiguità la cifra della sua presidenza. Obama fa la guerra al terrorismo ma al tempo stesso se ne vergogna. Ha tolto qualsiasi significato ideale alla lotta al fondamentalismo islamico, trasformandola in una pratica burocratica qualsiasi. Questo è un comportamento tipico del funzionario statale che in questo momento (e probabilmente anche nei prossimi quattro anni) occupa la Casa Bianca. Ma nel pezzo c'è un passaggio francamente sconcertante, che avrebbe meritato un approfondimento più ampio da parte degli autori: quello che riguarda il calcolo delle morti civili causate dai bombardamenti con i droni. Sembra che Obama usi un metodo peculiare per stabilire il numero di danni collaterali nelle zone di guerra, un metodo che gli consente di evitare le accuse di crimini contro l'umanità che avevano caratterizzato la gestione del suo predecessore: tutti quelli che si trovano nei paraggi sono considerati terroristi.
It in effect counts all military-age males in a strike zone as combatants, according to several administration officials, unless there is explicit intelligence posthumously proving them innocent.
In pratica l'amministrazione Obama ha instaurato il principio della presunzione di colpevolezza nei teatri di guerra nei quali agisce. Ora, io non sono mai stato di quelli che ritenevano opportuno andare per il sottile con i terroristi. Piuttosto il contrario. Ma detesto la doppiezza e l'ipocrisia, come forse si sarà capito. E posso perfino ammettere e giustificare quella dei politici, ma considero criminale quella dei media. Se la lista nera di Obama, che non discrimina fra combattenti e civili, facendoli rientrare tutti nella stessa categoria di terroristi legittimamente attaccabili, fose stata concepita da Bush, le pagine dei giornali e gli spazi di approfondimento televisivo sarebbero pieni di immagini del presidente con i baffetti alla Hitler. Oggi, quattro anni dopo l'elezione di Obama, sui metodi antiterroristi dell'amministrazione americana regna un silenzio tombale. E così capita che l'uomo più potente della terra possa tranquillamente presentarsi all'opinione pubblica come colui le cui decisioni belliche hanno risparmiato il cento per cento di vittime civili. Ovvero, tutti i morti sono terroristi. Un risultato straordinario, se non fosse frutto della menzogna e della manipolazione. Un esempio di omertà del quarto potere - l'ennesimo - che fa capire fino a che punto si spinga la prostituzione intellettuale in certe redazioni.
But in interviews, three former senior intelligence officials expressed disbelief that the number could be so low. The C.I.A. accounting has so troubled some administration officials outside the agency that they have brought their concerns to the White House. One called it “guilt by association” that has led to “deceptive” estimates of civilian casualties.
“It bothers me when they say there were seven guys, so they must all be militants,” the official said. “They count the corpses and they’re not really sure who they are.”

18 may. 2012

Kaliningrad, 1975.



Per appassionati di atmosfere sovietiche.

3 may. 2012

Storia del cinese cieco e dei suoi falsi amici. C'era una volta un cinese cieco. Era una brava persona, aiutava la gente, parlava con le madri che non volevano abortire. Come sempre succede, a qualcuno non piaceva la sua buona volontà. Un giorno arriva un ordine dalla capitale e il cinese cieco di buona volontà e la sua famiglia sono cacciati dal loro villaggio e mandati a svernare altrove. Non possono muoversi e sono controllati dalle guardie del governo in ogni momento. Sembra che siano in galera ma non sono criminali, solo persone per bene a cui qualcuno ha deciso di fare del male. Un giorno la galera finisce e il cinese cieco e i suoi tornano a casa. Ma anche questa volta la casa ha l'aspetto di una prigione. Perché fuori ci sono dei cani rabbiosi che girano intorno e non lasciano uscire nessuno. Una notte, approfittando del sonno dei cani rabbiosi, il cinese cieco salta dalla finestra e si mette a correre. Si fa male a un piede ma non vuole fermarsi, perché sa che se rallenta i cani rabbiosi lo raggiungeranno. Lungo la strada trova alcuni amici che lo portano lontano, fino alla capitale. Il cinese cieco ha sentito che nella capitale ci sono degli uomini che possono aiutarlo. Sono forestieri e vivono là per lavoro. Vengono da un grande paese, una terra veramente libera, chiamata America. Il cinese cieco va a casa di questi uomini, certo della loro accoglienza. Ma, per sua sorpresa, quegli stranieri così ben vestiti non sembrano molto contenti di vederlo. Invece di festeggiare il suo arrivo, cominciano a guardarsi intorno preoccupati e a fare un mucchio di telefonate. Al cinese cieco piacerebbe tanto visitare la terra libera da cui vengono quei forestieri ma non lo dice, aspettando che siano loro ad invitarlo. Invece, la mattina dopo, i suoi ospiti gli dicono che è meglio che se ne vada, che quella non è proprio casa loro e che i veri padroni di casa non hanno piacere che lui alloggi lì. Il cinese cieco non sa cosa fare ma, alla fine, si convince che è meglio ascoltare quel consiglio per evitare che la sua famiglia ne soffra. Dicendo di voler curare la sua ferita al piede, i signori ben vestiti della terra libera lo accompagnano all'ospedale. Qui, ad aspettarlo, trova i veri padroni di casa che lo prendono in custodia e lo sottraggono a sguardi indiscreti. Il cinese cieco si accorge che quei forestieri in fondo erano più amici dei padroni di casa che amici suoi. E comincia ad avere paura e a raccontare la sua storia alla gente. Ma nessuno può aiutarlo, perché i padroni di casa non lo lasciano mai solo. Da lontano il cinese cieco sente i cani rabbiosi abbaiare. E capisce che qualcuno lo ha tradito.
Gli intoccabili e l'intoccabile. La decisione di @christianrocca, @lucasofri e @francescocosta di impedirmi l'accesso al loro profilo Twitter dice molto della nuova casta del giornalismo italiano.

28 abr. 2012

Descamisados. Avevo avvisato. Cristina Kirchner va fermata prima che sia tardi. Il giro nazionalista sulle Falklands ha trovato la sua naturale conseguenza nell'espropriazione del 51% di Repsol YPF, avvenuta pochi giorni dopo. I due avvenimenti sono strettamente collegati sul piano ideologico: la denuncia del colonialismo britannico si concretizza nell'attacco frontale a un colosso petrolifero straniero, accusato nemmeno troppo sottilmente di sfruttare le risorse del sottosuolo argentino in contrasto con gli interessi nazionali. Gli ingredienti di questa deriva populista sono noti, e Buenos Aires si posiziona ufficialmente sulla linea rossa tracciata in precedenza da Caracas, La Paz, Quito. Seguiranno Brasilia e Montevideo. Questa è la prima riflessione, quasi ovvia. La seconda, meno ovvia, è la seguente. Repsol YPF è (era) un'azienda privata, il cui presidente, il catalano Brufau, non ha mai dimostrato nessuno scrupolo nell'investire in paesi in cui il quadro di protezione legale del business è - per usare un eufemismo - quantomeno incerto. Famosa l'immagine dell'industriale seduto sotto il ritratto gigante di Che Guevara, nel corso di una riunione con il presidente boliviano Evo Morales. Ora, anche volendo scomodare il concetto di impresa di interesse nazionale, essendo Brufau il responsabile principale di un'azienda privata e non statale, non c'è alcuna ragione per cui il governo di Madrid debba intervenire nella questione. I dirigenti di Repsol sono persone responsabili delle loro azioni e, quando decidono di andare a fare affari nella giungla, lo fanno evidentemente conoscendone tutte le possibili implicazioni. Se Brufau è così amico dei capi di stato bolivariani, perché non è riuscito a salvare Repsol YPF? Perché non garantisce per loro di fronte agli altri imprenditori spagnoli ed europei in preda al panico per quello che potrà succedere da ora in avanti? Per farla breve: se oggi vai a farti fotografare sotto il ritratto di Che Guevara, puoi anche pensare che magari domani l'azienda qualcuno te la porta via. Detto questo, qualcuno fermi la Kirchner, la sua gioventù peronista e il suo viceministro dell'economia.

26 abr. 2012

Canta che ti passa. In Norvegia oggi quarantamila persone hanno cantato una canzone che (cito da Il Post) "parla di un cielo pieno di stelle, del mare azzurro e di terre piene di fiori, dove vivono i bambini dell’arcobaleno". L'hanno fatto per manifestare contro Breivik, il serial killer che qualche mese fa ha sterminato a sangue freddo una settantina di persone. Per capirci: un nazista biondo fa una strage di proporzioni epiche, semina il terrore per ore, ammazza come conigli decine di ragazzi, e i norvegesi - invece di sotterrarlo vivo - gli dedicano un motivetto da figli dei fiori. Diranno che è una forma altissima di protesta civile. Diranno che dimostra la superiorità della civiltà dell'amore e della convivenza sulla brutalità della violenza. Diranno che è un esempio dello sviluppo sociale dei paesi scandinavi. Diranno un sacco di stronzate come queste. Ma non diranno che con questa pagliacciata politicamente corretta la Norvegia si è definitivamente consegnata al suo assassino, dimostrando che ama l'idea che ha di se stessa e del suo presunto modello più dei suoi figli. Lo si era già intuito il giorno dello sterminio, quando mandarono poliziotti disarmati a fermare il criminale impazzito, un'ora e mezza dopo, con la proverbiale calma socialdemocratica. Poi quella prigione, tirata a lucido, piena di accessori, mancava il cinemascope (o c'era?). E questo giudizio, bellino, pulito, profumato, in perfetto stile progre, con il nazista che piange, rivendica, e quella voglia matta di dichiararlo malato di mente e non se ne parli più. Tutto molto civile, in effetti. Come lo zecchino d'oro di oggi. Nessuno che in tutti questi mesi abbia preso un fucile e sia andato a fare quel che il modernissimo stato norvegese non sarà mai in grado di garantire, un minimo di giustizia. Breivik finirà per insegnare educazione civica ai bambini, dopo qualche anno di carcere alla Pablo Escobar. Ogni volta che penso al modello scandinavo mi vengono i conati di vomito.
In fila per tre. La parata del 15 aprile a Pyongyang, vista dall'alto. Quella enorme macchia rossa sono nordcoreani schierati.

4 abr. 2012

Birmania, istruzioni per l'uso. Fino a un anno e mezzo fa, in Birmania, pronunciare pubblicamente il nome di Aung San Suu Kyi era proibito. Per non parlare della sua foto o del suo partito. Domenica scorsa il premio Nobel per la Pace è stata eletta per la prima volta al parlamento, le sue immagini sono da mesi esposte nelle strade di città e villaggi e la Lega Nazionale per la Democrazia ha vinto quasi tutti i seggi in palio nelle elezioni suppletive (più di 40 su un totale di 45). Sembra un miracolo o, per i non credenti, la realizzazione di quella via birmana alla democrazia promessa da tempo dalla giunta militare.
Tutto bene, quindi? Troppo presto per dirlo. E' innegabile l'importanza di quanto avvenuto nel paese da quando Thein Sein, l'ex generale convertitosi in presidente della nazione, ha avviato il suo processo riformatore. Centinaia di prigionieri politici sono stati scarcerati, la censura sui media rilassata, il principale partito di opposizione legalizzato, i rapporti diplomatici con l'occidente ripresi. Gli ottimisti hanno certamente ragione ad esultare. Ma forse gli scettici non meritano ancora di essere messi da parte come anticaglie. Rimangono nelle prigioni birmane un migliaio di dissidenti, i militari continuano a detenere di fatto il controllo politico, la stampa resta condizionata dal regime e soprattutto mancano tutte le più elementari premesse legali, giuridiche e culturali per l'affermazione dello stato di diritto. In qualsiasi momento la casta civil-militare al potere potrebbe decidere di fare marcia indietro, e nessuno - nemmeno formalmente - sarebbe in grado di impedirglielo. Quelle che seguono sono alcune considerazioni sulle conseguenze del voto di domenica.

- L'errore più comune delle cancellerie occidentali è stato salutare l'elezione al parlamento di Aung San Suu Kyi come un punto di svolta nel processo di democratizzazione del paese. C'è una gran voglia di alleggerire le sanzioni e di cominciare a fare affari. Legittimo, ma pericoloso. In realtà un vero e proprio processo riformatore non esiste al momento. Abbiamo assistito ad una serie di gesti isolati da parte di Thein Sein, certamente significativi ma difficilmente inquadrabili all'interno di un preciso programma di modernizzazione. Siamo di fronte a gentili concessioni dalle quali non è ancora possibile ricavare la certezza di una effettiva volontà di cambiamento.

- La rapidità con cui il governo ha agito affinché Aung San Suu Kyi potesse reincorporarsi nella vita politica del paese sembra rispondere più a un disegno di legittimazione internazionale che ad una sorta di ravvedimento sincero, a fronte delle ingiustizie cui è stata sottoposta nel corso degli anni. Invece che un segnale concreto verso la riabilitazione della sua figura, la sua elezione rappresenta ad oggi la via diretta per cooptare e assimilare la più famosa dissidente del mondo all'interno delle strutture di potere. Includerla per neutralizzarla. In una parola, usarla. Non a caso la parziale vittoria elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia avviene in una fase iniziale e incerta delle cosiddette riforme, e non al termine di un processo condiviso e concordato tra governo e opposizione. La presunta transizione è guidata e diretta da quella stessa classe politico-militare che fino a ieri si era rifiutata persino di contemplarla, e non presenta nessuna delle caratteristiche proprie di un passaggio di potere. Non è quindi in grado, di per sé, di favorire il consolidamento di un'alternativa politica all'attuale classe dirigente. In questo contesto il riconoscimento immediato del risultato elettorale da parte di Thein Sein deve essere interpretato come un campanello d'allarme, contrariamente a quanto si potrebbe pensare: il piano del regime sta dando i frutti sperati. Con la normalizzazione di Aung San Suu Kyi sarà più facile allentare la morsa delle sanzioni e presentarsi come un interlocutore affidabile sulla scena diplomatica. Magari mi sbaglio e i militari son diventati agnellini. Ma altre opzioni sono aperte, mi sembra.

- Per rendersi conto dello scollamento fra istituzioni e paese basta guardare all'attuale composizione del parlamento birmano. I seggi conquistati dalla LND rappresentano poco più del 5 per cento del totale, mentre gli esponenti legati al regime per affiliazione politica o appartenenza alle forze armate sono circa il 75 per cento. Tecnicamente l'opposizione non ha nessuna possibilità di influenzare le politiche del governo. A livello ideale e simbolico, è vero, la presenza di Aung San Suu Kyi a Naypyidaw presenta elementi di indubbio interesse e perfino potenzialità destabilizzatrici. Ma questo dipende soprattutto da come lei interpreterà il suo ruolo, se in appoggio o in contrapposizione ai militari. Anche qui, il tempo dirà.
In ogni caso, estrapolando - senza pretese di scientificità - l'appoggio ricevuto dalla Lega in questa tornata parziale (sembra si aggiri sull'80 per cento dei voti), la proiezione a livello nazionale assegnerebbe a questo partito circa 400 seggi su un totale di 664, un 60 per cento del totale, dal momento che i generali deterrebbero a priori un 25 per cento degli scanni che nessuno potrebbe toccare. Per cambiare la costituzione è necessario arrivare al 75 per cento. Ammesso e non concesso che nel 2015 (data prevista per le prossime elezioni generali) il voto sia regolare, il consenso ad Aung San Suu Kyi si mantenga intatto e il regime riconosca la sconfitta, nemmeno così l'opposizione sarebbe nelle condizioni di cambiare le regole del gioco. In tre anni, comunque, possono succedere molte cose, in un senso o nell'altro.

- I birmani hanno votato e possono chiaccherare di politica con meno timore di prima, ma il paese non è cambiato. La povertà e il degrado economico sono piaghe endemiche, i rifugiati continuano ad affollare i campi profughi al confine con la Thailandia, completamente dimenticati da tutti, i conflitti etnici continuano con intensità crescente, nonostante i tentativi di Naypyidaw di dimostrare il contrario e, dulcis in fundo, le prigioni trattengono ancora centinaia  di oppositori, forse più di un migliaio. I generali possono aver posato le uniformi, ma la guerra non è finita.

- Infine, provo a rispondere alla domanda sottesta a tutte le analisi degli ultimi mesi. Dando per buona la veridicità del processo in atto e la buona fede delle parti in causa, come è possibile che un regime militare brutale come quello birmano si apra alle riforme? Tralascio le ragioni utilitaristiche per concentrarmi su aspetti di dottrina politica. Per me la chiave di interpretazione è la seguente. Per quanto repressiva, la dittatura birmana non era (è) fondata su un'ideologia, su un discorso politico autoritario. Il potere dei generali si è sempre appoggiato su altri elementi: la forza dell'esercito, l'intimidazione e il controllo sociale tramite la rete di spie, la corruzione. Nemmeno il nazionalismo ha costituito un vero e proprio collante ideologico, in quanto utilizzato principalmente in chiave negativa, come strumento di lotta contro le etnie minoritarie. I sistemi oppressivi prodotti o sostenuti da un'ideologia sono irriformabili. Nel momento in cui cambiano le premesse del discorso politico autoritario, per ragioni che adesso non è possibile approfondire, crolla l'intera struttura di potere. L'esempio classico è rappresentato dalla caduta dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991. Una crepa nel muro determina la fine del sistema. In Unione Sovietica, la perestroika nasce per salvare il moloch ma finisce rapidamente sepolta sotto le sue macerie. Al contrario, nei regimi dittatoriali a-ideologici, come quello birmano, una decisione d'imperio può avviare un cambiamento senza mettere in discussione l'esistenza stessa dell'organismo malato. Per farla breve, nel contesto birmano il cambiamento è (teoricamente) possibile agendo solo sul piano formale (le istituzioni) e sul piano sostanziale (i rapporti di forza fra stato e cittadini), mentre l'ideologia corrompe immediatamente l'essenza di un sistema, e ne determina la sua natura fino a diventarne ontologicamente inseparabile. Volendo semplificare, è la differenza che passa fra autoritarismo e totalitarismo, o tra fascismo e comunismo. L'argomento merita ben altro spazio, ma mi fermo qui. I commenti sono aperti.