28 oct. 2012

Stato di diritto. Appena ascoltato alla tv spagnola a proposito dei processi a politici e banchieri: "Una vittoria dell'avvocato, una sconfitta della società". Per dire la coscienza giuridica.

27 oct. 2012

Silenzio non vale. In attesa di sapere cosa pensa Aung San Suu Kyi di questo. Antecedenti.

26 oct. 2012

Un passo avanti, due indietro. La finzione della village democracy in Cina è ben rappresentata dalla storia di Wukan, il villaggio che saltò alle cronache lo scorso anno per una rivolta che, apparentemente, aveva piegato le autorità. Dodici mesi dopo, gli insorti hanno adottato linguaggi e modi dei loro predecessori. La rimozione di alcuni funzionari di partito e la cooptazione di persone fino al momento estranee all'amministrazione pubblica non significava affatto che l'apparato accettasse di perdere il controllo del territorio e dell'attività politica che vi si svolgeva. Al contrario, si trattava di un modo per neutralizzare la protesta e ricondurla nei binari consueti. Questo è quel che succede in Cina da anni e continuerà allo stesso modo finché una vera rivoluzione civile rompa il monopolio centrale del partito unico.
Il secolo stronzo/5. A proposito di rimozioni, The Nation riesce a scrivere un necrologio di Hobsbawm senza accennare nemmeno una volta alla sua orgogliosa adesione all'esperimento comunista e alle sue conseguenze. Questa la frase più esplicita al riguardo:
In 1952, Hobsbawm helped to found Past and Present, which became the world’s most influential English-language historical journal. Its board included many Marxist scholars—Christopher Hill, E. P. Thompson and others—who left the Communist party in the wake of 1956. Hobsbawm, as noted above, did not follow them out of the party, but he made his intellectual home with them. He remained on the editorial board until his death.
Segue spiegazione della sua passione per il jazz.
Ecco l'Hobsbawm-pensiero in poche, disgraziate, battute, a beneficio di chi lo dimentica o lo rimpiange (ahinoi):
HOBSBAWM: You didn’t have the option. You see, either there was going to be a future or there wasn’t going to be a future and this [the Communist Party] was the only thing that offered an acceptable future.
IGNATIEFF: In 1934, millions of people are dying in the Soviet experiment. If you had known that, would it have made a difference to you at that time? To your commitment? To being a Communist?
HOBSBAWM: This is the sort of academic question to which an answer is simply not possible…I don’t actually know that it has any bearing on the history that I have written. If I were to give you a retrospective answer which is not the answer of a historian, I would have said, ‘Probably not.’
IGNATIEFF: Why?
HOBSBAWM: Because in a period in which, as you might imagine, mass murder and mass suffering are absolutely universal, the chance of a new world being born in great suffering would still have been worth backing. Now the point is, looking back as an historian, I would say that the sacrifices made by the Russian people were probably only marginally worthwhile. The sacrifices were enormous; they were excessive by almost any standard and excessively great. But I’m looking back at it now and I’m saying that because it turns out that the Soviet Union was not the beginning of the world revolution. Had it been, I’m not sure.
IGNATIEFF: What that comes down to is saying that had the radiant tomorrow actually been created, the loss of fifteen, twenty million people might have been justified?
HOBSBAWM: Yes.
Non si fa così. Il padrone di Zara dona 20 milioni di euro a Caritas. Ovviamente i progre protestano.
Per la pensione. Grande inchiesta del NYT sulle ricchezze della famiglia Wen, ovvero il clan del primo ministro cinese. Resto dell'idea che nelle dittature il problema essenziale sia la repressione, non la corruzione, e quindi mi piacerebbe di più leggere un bel reportage sul sistema concentrazionario del PCC, black jails comprese. Ma accontentiamoci, a volte una cosa tira l'altra. E poi giornalisticamente è davvero un bel lavoro.

24 oct. 2012

La continuazione della sinistra con altri mezzi. La vittoria di nazionalisti, separatisti e filo-etarras nel País Vasco, e quella degli stessi soggetti politici che si prospetta in Catalogna a fine novembre, a parte le letture ovvie, ne contiene una che mi pare non sia stata ancora sufficientemente esplicitata. Quando la sinistra decise, con Zapatero, di sciogliere le briglie del fondamentalismo identitario, per puro calcolo politico, firmò probabilmente la propria sentenza di morte, almeno nei territori interessati. Il nazionalismo, forma primordiale di populismo, è naturalmente destinato ad inghiottire gran parte dell'elettorato attratto da parole d'ordine come comunità, solidarietà (nazionale), corporativismo, perfino collettivismo. Come la sinistra socialdemocratica o comunista, i nazionalisti fanno appello alla retorica pubblica contro l'individualismo, ai diritti della massa (e, per estensione, del territorio) in contrapposizione a quelli della persona. Ma, al contrario della sinistra che l'ha persa da tempo, hanno dalla loro una spinta emotiva in grado di rispondere all'esigenza di caudillismo che si sta chiaramente manifestando nella società spagnola. Non credo che il PSE (socialisti baschi) e il PSC (socialisti catalani) siano in grado di trarre le dovute conclusioni dalle loro rispettive débacles elettorali, ma farebbero bene a farlo. L'esplosione dell'isteria identitaria è destinata a far piazza pulita del loro discorso politico, ormai svuotato di contenuti e a disposizione del miglior offerente. Proprio un bel lavoro.
I dissociati. La Vanguardia, terza pagina, titolo sul dibattito dell'altra sera: Romney si allontana dai neocon. Funziona così la stampa, qui: si attribuisce un'etichetta assurda a qualcuno che non ti piace (Romney sta ai neocon come La Vanguardia al rigore giornalistico); si crea una narrativa intorno a quell'etichetta; quando la realtà dimostra che l'etichetta è fasulla si attribuisce al soggetto/oggetto etichettato un cambiamento rispetto alle presunte posizioni iniziali. Di modo che la responsabilità della dissociazione non ricadrà mai sul giornalista che ha inventato e diffuso la balla, ma sul soggetto/oggetto della balla inventata e diffusa dal giornalista. E via tutti contenti, ché il Barça ha vinto di nuovo all'ultimo minuto.

23 oct. 2012

Quanto mi manca il texano/2. Ci sarebbe da scrivere parecchio sul caso Armstrong ma non ho molto tempo. Mi limito a poche considerazioni.

1) Il processo cui è stato sottoposto - che non si può nemmeno definire indiziario, in quanto basato essenzialmente su testimonianze firmate dopo la sentenza di condanna - è un chiaro esempio di inversione dell'onere della prova, volto a rendere impossibile una difesa cui giustamente Armstrong ha deciso di rinunciare.

2) Che questo sia avvenuto negli Stati Uniti, sulla spinta di un clamore popolare nato e cresciuto oltreoceano (cioè da noi), dimostra come la civiltà giuridica sia un bene a rischio perfino nelle democrazie più consolidate.

3) Leggere, sulla stampa europea, che non importa che Armstrong abbia superato indenne tutti i test anti-doping cui è stato sottoposto, visto che alla fine la sua colpevolezza è stata dimostrata dal suo stesso rifiuto di difendersi e dalle accuse dei suoi ex-compagni, dà la cifra della considerazione in cui è tenuto lo stato di diritto da parte delle nostre opinioni pubbliche. Fatte le debite proporzioni, è come giustificare le condanne dei processi staliniani in base alle confessioni ottenute dagli imputati.

4) Il sospetto che ha accompagnato Armstrong fin dalle sue prime vittorie non deriva da un convincimento basato su fatti concreti ma dal pregiudizio che, soprattutto in Europa, è riservato ai vincenti di qualsiasi categoria, specialmente se americani. Ad Armstrong non è mai stato perdonato di essere un reduce, un combattente, un esempio di sacrificio e di determinazione. Nessun doping potrà mai cancellare la sua impresa colossale come sportivo e la sua traiettoria esemplare come essere umano. La ricerca spasmodica dell'inganno da parte dei suoi detrattori è cominciata nel momento stesso della sua affermazione come ciclista. Non era concepibile che un sopravvissuto alla malattia si dimostrasse così superiore a qualsiasi altro atleta senza aiuti illeciti. Dal sospetto alla colpevolezza il passo sarebbe stato breve, si trattava solo di trovare i capi di imputazione e qualche compagno di strada disposto a tradirlo. Oggi gli inquisitori hanno la loro vittima.

5) Il problema dello sport non è il doping, ma gli organismi anti-doping. La cultura del sospetto necessaria alla loro sopravvivenza sta distruggendo l'essenza stessa della competizione. L'ipocrisia insita nel meglio puliti che vincenti serve solo a spegnere ogni interesse per la performance, il risultato, la vittoria, che sono da sempre il sale di qualsiasi avvenimento sportivo di alto livello. Per eccellere è necessario arrivare al limite, creare condizioni fisiche e ambientali che consentano di superarsi, allenarsi più e meglio di chiunque altro. Stabilire un confine tra pratiche lecite (gli allenamenti in altitudine o l'assunzione di determinate sostanze consentite, per fare alcuni esempi) e quelle illecite non risponde a nessuna logica coerente, meno che mai quella della parità di condizioni di partenza, in quanto nessun atleta si preparerà mai alla competizione usando gli stessi metodi di un altro. Sarebbe ora di passare pagina e accettare la realtà per quella che è. Armstrong vinceva perché era il migliore e nessuna droga ha mai consegnato a un mediocre sette Tour de France.
Quanto mi manca il texano. Era difficile dimostrarsi più insipidi del peggior presidente dai tempi di Carter, in politica estera. Ecco, Romney ce l'ha fatta.
P.S. Ovviamente a Rocca Romney è piaciuto perché ha fatto vedere "che tra i due candidati non c’è alcuna differenza di posizione". Come tra Obama e Bush, aggiunge in conclusione. E' la balla che Rocca ha venduto in questi quattro anni, una fesseria a cui peraltro non crede nemmeno lui, che infatti inizia il pezzullo scrivendo di un Obama "realista e poco idealista". Ma come, non era uguale a Bush, quello dell'esportazione della democrazia? Ah già, ma Bush in realtà era di sinistra, come Rocca, mentre Obama è di sinistra-destra come Bush padre. Ops, aspetta, ma Bush padre non era proprio come Kissinger, aveva anche un non so che di Clinton. Ma no dai, che Clinton era tutto di sinistra anche se non ha esportato un bel niente. Ma allora, la sinistra esporta o no? Chissenefotte, l'importante è il Dry Martini con Renzi.

21 oct. 2012

Il tempo contratto. Questa storia è incredibile.
Generazione Tocqueville. Erano (eravamo) partiti per fare la rivoluzione liberale e sono finiti aggrappati alle braghe di Alfano. Meno male che non ho mai pagato la quota.
Un altro aiutino. Quando avete detto che si farà il dibattito tra i candidati sulla politica estera?

20 oct. 2012

E la svastica, no? Si vede che il secolo stronzo continua nel XXI, altrimenti non si spiegherebbe questo poster dell'UE con falce e martello in bella vista, come simbolo di unione e condivisione. Sono questi i frutti dell'opera di autori come Hobsbawm, ahinoi, come direbbe Nomfup.

19 oct. 2012

Il secolo stronzo/4. Vale la pena ritornare brevemente su un'intervista che Hobsbawm concesse all'inizio di quest'anno alla rivista In These Times. Lo storico recentemente scomparso parla della primavera araba e, tra le altre cose, ad un certo punto dichiara quanto segue:
The Arab Spring is encouraging. I didn’t expect to see in my lifetime a genuine, old-fashioned revolution with people going on the streets and overthrowing regimes, something like the 1848 revolution, which is actually the origin of the name Arab Spring.
Se ne deduce che Hobsbawm ha completamente cancellato dal proprio orizzonte ideologico le rivoluzioni anti-comuniste del 1989 che posero fine all'esperienza totalitaria nell'Europa dell'Est, vale a dire l'evento che ha segnato in maniera decisiva la fine del secolo breve. Per Hobsbawm non esiste, non merita riconoscimento, semplicemente non conta come "genuino" movimento popolare anti-regime. Probabilmente nella sua lista è classificato come disordine sociale controrivoluzionario. Dov'era Hobsbawm nell'89? Asserragliato negli stanzoni di qualche comitato centrale? Dal giustificazionismo, al negazionismo, alla rimozione.

18 oct. 2012

Chi ha detto Renzi?/4. Indovinate chi ha scritto la prefazione del libro di Moltedo sulla campagna elettorale USA? Nomfup, nella presentazione, sottolinea che l'introduzione di Matteo Renzi "è una occasione in più per riflettere su quanto l’America stia cambiando anche la politica dalle nostre parti". Io penso invece che sia un'occasione in più per riflettere su come in Italia sia impossibile fare informazione senza leccare le parti basse al potente o all'emergente di turno. Per quelli come me - che per fortuna vostra sono pochi - un libro sull'America commentato da Renzi, che c'entra con Washington quel che io con la meccanica quantistica e che ultimamente firma anche la carta igienica pur di ottenere visibilità, diventa automaticamente non acquistabile. Per dire gli errori di comunicazione. Ma forse il libro di Moltedo si rivolge solo agli elettori del centrosinistra, anzi agli scissionisti del PD. Bell'affarone.

17 oct. 2012

Chi ha detto Renzi?/3. Dai post-it del Post:
I responsabili della campagna di Matteo Renzi smentiscono di aver investito col loro camper un uomo mascherato da Massimo D’Alema
Poi uno dice sei fissato.
La premessa è erronea. A parte che il True Progressivism dell'Economist si riduce a tre idee piuttosto banalotte, un pout-pourri di destra e sinistra che non si sa da che parte prendere; il punto principale, però, è che perfino una delle riviste più prestigiose del mondo sembra confondere due concetti piuttosto diversi, la diseguaglianza e l'ingiustizia sociale. Si tratta di una visione moralistica del dato economico, tipica degli avversari del capitalismo che, perfino quando ne riconoscono i successi, non possono fare a meno di criticarne le intenzioni (atteggiamento uguale e contrario a quello riservato al socialismo). L'Economist non rientra ovviamente in questa categoria, ma il ragionamento in questione si avvicina pericolosamente a quello descritto. La mia opinione è che la diseguaglianza sociale non sia un problema di per sé, in un contesto di crescita dell'economia e di creazione della ricchezza, che è poi la condizione essenziale del capitalismo. Lo diventa - più a livello psicologico che reale - quando l'economia ristagna e lo sviluppo si ferma. Anche in questo caso, però, non si tratta di una questione di giustizia sociale, ma di impoverimento generale, che colpirà in maniera diversa a seconda delle situazioni di partenza. Per farla breve, se tutti diventiamo più ricchi e viviamo meglio, la diseguaglianza resta un fenomeno fisiologico, insito nella natura stessa delle cose umane. Se diventiamo tutti più poveri, oggettivamente il discorso non cambia, ma cambia la percezione del problema. L'unico caso in cui la diseguaglianza diventa intrinsecamente ingiusta, a mio avviso, si verifica quando, in un contesto di crisi economica, alcuni approfittano delle difficoltà dei più per arricchirsi in maniera esponenziale e soprattutto illegale. Ma sono casi estremi, che non servono comunque a dimostrare il teorema secondo cui diseguaglianza e ingiustizia sociale sarebbero sinonimi.
Che vuoi che sia. Che l'intervento della Crowley sulla Libia sia stato un colpo alle parti basse di Romney lo ha riconosciuto perfino la stessa moderatrice a dibattito concluso. Riassunto, Obama ha mentito, come sa chiunque ne abbia seguito le circonvoluzioni nei quindici giorni successivi all'attacco di Bengasi. Ovviamente nessuno scandalo, un po' perché Romney è un signore e un po' perché la bufala in diretta ha favorito il presidente in carica, bello e democratico, e non quel puzzone del suo sfidante, gretto e repubblicano.
Scoopiazza, qualcosa resterà. Oggi su Giornalettismo, che è uno dei siti più letti - pare - in Italia, c'è un gran titolo in prima pagina che annuncia la verità sulla morte di Gheddafi. Dice proprio così, la verità. Solo che poi leggi l'articolo e di verità non è che ce ne trovi molta, anzi quasi niente. Insomma nel titolo c'è una notizia che nel testo manca. Da noi, nel 2012, il giornalismo online di successo funziona così: o fai riassunti e li spacci per analisi, o spari un titolo bello grosso e poi non dici niente, o copi un modello altrui svuotandolo di contenuti. O sei di sinistra. Una bella merda, insomma, che tutti si fermeranno ad annusare.
Altro che Obama-Romney. Dopo lunghissimi giorni di silenzio, sintomo di una profonda riflessione in fieri, finalmente Pippo Civati spiega sul Post perché non si candida alle primarie del centrosinistra. In effetti qui se lo stavano chiedendo praticamente tutti: ma perché Matteo sì e Pippo no? Pippo, dì qualcosa di sinistra. Pippo, non lasciarci in sospeso. Meno male che Il Post c'è.
P.S. Sul piano inclinato che conduce direttamente da Sofri a Rocca, come non segnalare il doppio endorsement del direttore di sinistra di IL, Obama e Renzi pari sono. Io me l'immagino un mondo con Obama alla Casa Bianca, Renzi a Palazzo Chigi, Luca e Christian giullari di corte a smanettare sull'Ipad e Costa che scondinzola dietro. Un mondo pieno di interviste tremendamente cool, di pacche sulle spalle, di strizzatine d'occhio, di gente che si chiama per nome, di serate al Dry Martini. Quanto pagherei per farne parte.

16 oct. 2012

I lungimiranti. Mettendo a posto gli archivi del blog, ancora semivuoti dopo l'emigrazione da Splinder, sono inciampato su alcuni post che segnalavano l'amore dei radicali per il liberale Zapatero. Era il 2006, dall'insediamento erano passati già due anni, e dai megafoni pannelliani si alzavano lodi sperticate per il presidente del governo spagnolo, innalzato alla categoria di statista e incluso nel famoso slogan Blair-Fortuna-Zapatero, il cui senso sfugge ancora oggi ai più. Un po' come la storia dell'esilio di Saddam. Roba da chiudere Radio Radicale e buttare le chiavi nel Tiberis.
Chi ha detto Renzi?/2. Nello sterminato catalogo di IL, illustrato dal suo onnisciente direttore di sinistra, tra un Dave Eggers e un Martino Cervo (che giri dà la vita, eh?), verso la fine, vicini all'esaurimento dopo tanta erudizione, quando pensate che sia quasi ora di chiudere la rivistona e andarvene a fare una, trovate un bel saggio di Matteo Renzi, Adesso tocca a noi si intitola, cioè più che un saggio è il suo manifesto politico e culturale. 'Sti cazzi, 'sto IL.
Dilettanti a Washington. In base a quale sofisticato ragionamento la Clinton pretenderebbe di favorire Obama assumendosi la responsabilità di un fallimento?

15 oct. 2012

Banditi a L'Avana. Hanno condannato un poveretto a quattro anni di galera nel gulag cubano. Un ragazzotto del PP, che si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, un po' per idealismo, un po' per ingenuità. Dovevano far fuori Oswaldo Payà, dissidente di lunga militanza, hanno procurato le pallottole ma a sparare ci hanno messo l'inconsapevole Carromero. Dopo il solito processo farsa, vergognosamente descritto dalla stampa occidentale come un giudizio in piena regola, con tanto di avvocati difensori e giuria, sulla testa dello spagnolo è caduta una sentenza pesante come un macigno: per il quanto, il come e soprattutto il dove. Ovviamente il regime si gioca la carta dell'appello, per far pressione sulla diplomazia di Madrid, per il momento desaparecida en combate. Carromero guidava l'auto finita fuori strada lo scorso luglio, incidente nel quale morirono Payà e Cepero, attivisti per la democrazia. Poche settimane prima, in un altro strano incidente, la vettura dello stesso Payà si era ribaltata, senza conseguenze per il conducente. Al secondo tentativo l'imboscata è riuscita. Adesso, con la sentenza di condanna, il castrismo pretende di dimostrare di avere a cuore le sorti dei suoi cittadini, anche quelli più scomodi, e scarica ogni responsabilità sul malcapitato. Nel libro del comunismo caraibico non mancano le pagine infami e questa è una di quelle, scritta nel silenzio generale, con la complicità di quella UE freschissima di Nobel per la Pace. Nobel per omissione. La legalità rivoluzionaria, oltre che un ossimoro, è un magma vomitevole di menzogne e ricatti, sostenuto dall'omertà della maggior parte della sinistra europea. Purtroppo non c'è un Goldhagen che racconti l'epopea ignobile dei volenterosi carnefici di Castro, brevi manu e per corrispondenza.

14 oct. 2012

Il secolo stronzo/3. Per dire la sudditanza psicologica e l'irredimibilità della sinistra. Un esempio vicino a noi, così non dite ma quelli chi sono. Il blog Nomfup, che non è mica Il Manifesto, commentava così la scomparsa di Hobsbawm:
Scomparso, ahinoi, Eric Hobsbawm.
Dove quell'ahinoi non è - mi permetto di interpretare - umana pietas per un signore che non c'è più, ma apprezzamento per uno storico la cui opera si ammirava e le cui idee, come minimo, non si condannavano.
I casi sono due: o alla redazione di Nomfup non sanno chi è Hobsbawm e quali posizioni ha sostenuto nel corso della sua esistenza, o semplicemente ne approvano il lavoro e il punto di vista ideologico. In entrambi i casi a sinistra continuano ad avere un problema, quello delle tre scimmiette. Non si può stare con Nguyen Chi Thien e con Hobsbawm nella stessa stanza.
Il secolo stronzo/2. La differenza fra chi il comunismo l'ha sofferto sulla propria pelle e chi l'ha giustificato e appoggiato dal salotto di casa sua. Nguyen Chi Thien (strano, non lo conoscete?) vs. Hobsbawm.
Imagine that Hobsbawm had fallen in love with Nazism as a youth and spent the rest of his career whitewashing Hitler’s atrocities. Suppose he’d refused for decades to let his Nazi Party membership lapse, and argued that the Holocaust would have been an acceptable price to pay for the realization of a true Thousand-Year Reich. It is inconceivable that he would have been hailed as a brilliant thinker or basked in acclaim; no self-respecting university would have hired him to teach; politicians and pundits would not have lined up to shower him with accolades during his life and tributes after his death.
Yet Hobsbawm was fawned over, lionized in the media, made a tenured professor at a prestigious university, invited to lecture around the world.

12 oct. 2012

Bombardate la Norvegia (reloaded). Dopo il Nobel per la Pace ad Arafat, trovo del tutto coerente la decisione di assegnare il premio all'UE. Sorprende lo stupore, sono decenni che il mondo gira in direzione ostinata e contraria alla decenza e al senso del ridicolo. Se esistesse ancora il socialismo reale la prossima volta toccherebbe al PCUS. Bisogna rendersi conto che il politicamente corretto è il tic totalitario del nostro tempo, il metadone dei tossicodipendenti dell'ideologia. Perfettamente logico, peraltro, che il riconoscimento arrivi da una nazione che ha punito un serial killer con ventun anni di hotel a quattro stelle. Per me l'unica differenza fra Oslo e Teheran è la bomba atomica.

11 oct. 2012

Realismo e levitas. Consiglierei ai più giovani, ma non solo, la lettura di un un piccolo gioiello stilistico, opera di Roberto Piccoli. Si intitola Breviario del giovane politico ed è una raccolta di pensieri sulla pratica della politica, partendo dalle lezioni dei maestri Guicciardini, Machiavelli e Mazzarino. E' un testo corto ma non facile, decisamente originale nei contenuti ma soprattutto nella forma. Qui la presentazione dell'autore. Ma il libro è molto più interessante di quanto dice lui.
Chi ha detto Renzi? Da quasi ventiquattr'ore sul Post non c'è un pezzo su Renzi. Lo avranno scaricato come fecero con Fini? Come, non ricordate il famoso Fini vince, il gemellaggio col Secolo, i 5-6 pezzi settimanali su finiani, farefuturi, Perine e generazioni Italia? Per gli smemorati ecco un riassuntino, ancora in attesa di replica.
Ma torniamo a Renzi. Beninteso, il sostegno all'Obama de' noantri è un'altra cosa. C'è tutto un processo, una maturazione dietro. Sofri si era innamorato di Fini perché per mandar via Berlusconi valeva tutto, si sa che la sinistra è puttana. Quindi ha fondato il suo Post in linea con quella che al momento sembrava la dottrina vincente, il post-fascismo del XXI secolo. Come spesso capita agli entusiasti, una volta accortosi - va be', c'è voluto un annetto, che volete che sia - di aver preso una cantonata, fece finta di nulla e passò ad altro, fiducioso che nessuno dei suoi gliel'avrebbe fatto notare. E così fu. Si sa che la sinistra è omertosa. Con Renzi, anzi Matteo, no. Renzi è dei loro: ggiovane, de' sinistra, tecnologgico, ganzo. Dalla democrazia proletaria a Matteo il salto è grande, ci mancherebbe. E puntuale è partita la campagna per le primarie, che vale la pena seguire, non si sa mai che il Sofri ggiovane, de' sinistra, tecnologgico, ganzo pure lui, un bel giorno si dimentichi tutto, come quella volta.
Tralascio quel che c'è stato prima dell'inizio del tour, e mi limiterò solo ai pezzi principali, senza contare pensierini, editorialini, post-it e virgolettati in cui il suddetto è citato almeno una volta.
Solo un'eccezione: quel favoloso Renzi contro l'antiberlusconismo, che Sofri dev'esserci rimasto male.
11 settembre 2012: Il logo della "campagna elettorale" di Matteo Renzi
13 settembre 2012: Inizia la campagna di Renzi
16 settembre 2012: Il video di Matteo Renzi a Lucca
25 settembre 2012: Quelli di destra che votano Renzi alle primarie
26 settembre 2012: "Lo show di Renzi funziona"
27 settembre 2012: Le risposte di Renzi
8 ottobre 2012: Una risposta da Matteo Renzi (un'altra, risponde molto Renzi)
9 ottobre 2012: Renzi a Che tempo che fa
9 ottobre 2012: Chi sono gli elettori di Renzi
10 ottobre 2012: Cosa ha detto oggi Matteo Renzi
Come vedete siamo ancora in fase di avviamento, ma negli ultimi giorni l'attività della redazione del Post si sta intensificando. Certo, sarà difficile eguagliare la fase finiana del direttore.
Seguiranno aggiornamenti.

10 oct. 2012

Il vuoto davanti. Dai nazionalisti intenti a catalanizzare tutto, ai ministri che rispondono (a parole) con la necessità di spagnolizzare gli studenti catalani. E' diventato uno scontro fra dementi la politica, in questo paese di nazioni inventate. Alla base del delirio, l'equivoco colossale - condiviso pressoché all'unanimità da partiti e opinione pubblica - per cui è compito dello stato, del potere pubblico, imporre un modello culturale ed educativo, così come economico, sociale e via dicendo. Nessuno in Spagna discute più la pretesa che l'istituzione prevalga sull'individuo, nessuno mette in dubbio che la massa debba avere la meglio su tutto il resto, stato di diritto compreso. La massa che si è prestata a farsi bandiera catalana durante Barça-Real Madrid, ha rappresentato graficamente la sua sottomissione volontaria al ruolo attribuitole da una classe politica fallimentare e fallita: quello di strumento inerte e ubbidiente. Tutto già visto, ma qui nessuno sa nulla, nessuno ricorda nulla. Questo declino ha molti padri, viene da lontano, ma gli ultimi dieci anni di intossicazione ideologica sono stati decisivi. Qualsiasi seme di liberalismo che fosse sopravvissuto alle avventure delle sinistre rivoluzionarie prima e del franchismo poi, è stato sterminato dai virus del relativismo, del qualunquismo e del politicamente corretto. Si apre adesso un vero e proprio baratro ma la contrapposizione non è quella falsa, tra cittadini e classe politica, che i giornali vendono da mesi. E' il divario fra una mentalità corrotta, assistenziale, protezionista  e la modernità quello che condanna questo paese di nazioni inventate all'irrilevanza. Sempre che vada bene.

9 oct. 2012

I dibattiti un po' servono. Primo e ultimo sondaggio che pubblico su questo blog. Un sacco di dati interessanti, anche se poi la realtà è quella di novembre.
Nati ieri. Daniele Raineri è bravo ed è sempre nelle zone di guerra. Uno dei pochi che scrivono ancora di quello che vedono e non di quello che leggono da qualche altra parte. Però fa un po' cadere le braccia quando dice che "è tempo di cominciare a distinguere" i terroristi dagli attivisti. Io non sono così vecchio ma ricordo che la battaglia terminologica in questione risale almeno a 9 anni fa, ai tempi della guerra in Iraq. Fu allora che certa stampa, la maggioritaria, cominciò a chiamare resistenti e attivisti perfino i membri di Al Qaeda che facevano saltare in aria gli iracheni al mercato con una frequenza quasi quotidiana. Era allora che bisognava cominciare a distinguere, e qualcuno di noi ci ha fatto più di una battaglia dai suoi blog. Il problema del giornalismo attuale è che non ha memoria e non contestualizza. Ogni giorno è un giorno nuovo, si ricomincia sempre daccapo. Così è più facile sembrare originali, senza dover sempre ricordarsi delle spalle dei giganti (nani a loro volta) su cui si è appoggiati. Quelli del Foglio e gli ex di turno, poi, sono specialisti in questa sorta di perenne giovinezza argomentativa. Basta leggere i tweets di Bellasio, di un'ingenuità disarmante per uno che per qualche ragione sta dove sta.

8 oct. 2012

Catalogna, ottobre 2012. Una quasi-unanimità spaventosa.

6 oct. 2012

Serve altro? In Spagna, qualche giorno fa, il ministro di educazione, cultura e sport ha detto due cose abbastanza importanti. La prima: le scuole catalane sono una fabbrica di indipendentismo. La seconda: il governo spagnolo è disposto a pagare alcuni istituti scolastici catalani per fomentare l'insegnamento in lingua spagnola. Le due affermazioni sono in contraddizione, anche se non lo sembrano. Spiego perché. Che il sistema educativo catalano sia finalizzato alla diffusione del catalanismo e del nazionalismo è talmente evidente che bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersene. Basti pensare che il famoso modello di immersione linguistica (ovvero, tutte le classi in catalano e lo spagnolo trattato come lingua straniera), nato in teoria per difendere la minoranza linguistica di casa, è diventato ormai uno strumento di affermazione identitaria, un veicolo per un insegnamento-indottrinamento volto alla creazione dell'uomo catalano. Da qui per successive onde espansive, l'appropriazione della letteratura, della storia, perfino della geografia in chiave catalanista. Siccome si tratta di un fatto evidente, ai limiti del banale, la levata di scudi contro l'affermazione del ministro è stata pressoché unanime, come si usa nei sistemi irregimentati: come ti permetti, che cazzo dici, non sai di cosa parli, tornatene a casa. E vengo alla seconda dichiarazione. Un governo coerente, che facesse seguire alle parole i fatti, procederebbe subito a far rispettare la legge: se in Catalogna esiste un bilinguismo sancito in primo luogo dalla costituzione, la discriminazione dello spagnolo nelle scuole non è accettabile. Non importa se in Catalogna siano poche le famiglie che abbiano richiesto di scolarizzare i propri figli in istituti in cui la lingua veicolare sia lo spagnolo, si tratta di far rispettare un principio. Invece che fa l'esecutivo, per bocca del suo ministro? Si pente della denuncia appena fatta e, riconoscendo la propria sconfitta ideologica, si dichiara disposto a pagare, cioè a comprare alcune scuole catalane affinché insegnino in lingua spagnola. Che è come dire che a Barcellona la legge dello stato non si applica e che il governo, pur essendone cosciente, è impotente al riguardo e deve ricorrere ad una sorta di tangente educativa. Il che conduce dritti dritti a una conclusione: se il nazionalismo regionale è oggi in Spagna ai massimi livelli è soprattutto colpa della pavidità, incompetenza e mediocrità di una classe politica che ha aperto ai fondamentalisti dell'identità tutte le porte, in cambio di nulla.

4 oct. 2012

Darsi all'ippica, no? Lo stucchevole, inutile, fighetto, snob, perditempo dibattito tra le due testate più stucchevoli, inutili, fighette, snob, perditempo del panorama giornalistico italiano sulla squadra più forte di tutti i tempi. Gli altri giocano, vincono e incantano, i nostri riempiono paginate sul nulla. Andate a lavorare.
Negli intervalli gridava mamma. Posto che normalmente chi perde i dibattiti poi vince le elezioni, è bastato uno come Romney per ridimensionare il presidente più sopravvalutato della storia. L'impatto è stato forte soprattutto per i media, assuefatti all'immagine che in questi anni hanno creato, truccato, venduto di Obama. Non c'è dubbio che la macchina si rimetterà in moto prestissimo per cercare di ribaltare la brutta figura del premio Nobel e per coprire di scherno quella del suo avversario. Ma, ripeto, se è stato sufficiente un repubblicano piccolo piccolo per far sudare freddo il più grande presidente nero mai eletto, aumentano esponenzialmente le possibilità che da qui a novembre un'altra delle grandi menzogne della sinistra sia svelata.

2 oct. 2012

Normalità. La Georgia porta a compimento la sua rivoluzione colorata, attraverso un processo elettorale democratico che ha visto prevalere l'opposizione sul partito del presidente Saakashvili. Il capo dello stato ha riconosciuto la sconfitta, permettendo così un passaggio di potere senza sussulti. A formare il governo sarà una maggioranza politica più filo-russa dell'attuale, e questo certamente sarà motivo di allegria per i putiniani di casa nostra, che dall'Ucraina, alla Bielorussia al Kirghizstan non hanno mai nascosto le loro antipatie per le relazioni cordiali tra stati ex sovietici e occidente. Mi riferisco in particolare a quelli che, vedi Stefano Grazioli per dirne uno, prendono in giro Saakashvili definendolo mangiacravatte, gli attribuiscono la responsabilità della mini-guerra del 2008 con la Russia e lo accusano di metodi dittatoriali. Accuse che si guardano bene dal rivolgere ai suoi omologhi di Minsk o di Mosca. Certo, a Minsk e a Mosca le cravatte non le mangiano. E soprattutto non perdono mai un'elezione.

1 oct. 2012

Il secolo stronzo. Se uno dicesse che l'utopia nazista giustificava lo sterminio di sei milioni di ebrei verrebbe giustamente trattato come un individuo pericoloso e probabilmente fuori di senno. Siccome invece Hobsbawm lo sosteneva a proposito dell'URSS è annoverato tra i più importanti storici del novecento. Ricordo che quando lessi Il secolo breve rimasi di stucco di fronte all'affermazione per cui erano i regimi fascisti e non quelli comunisti a presentare i tratti caratteristici del totalitarismo (sì, lo so che Mussolini introdusse la parola e via dicendo, ma parlo qui di quel che poi è successo nella realtà, che uno che si occupa di storia dovrebbe raccontare con un minimo di onestà). In quel momento pensai a un errore di stampa. Invece era il marxismo. E questo è tutto quello che avevo da dire su Hobsbawm.