11 sept. 2013

C'è solo un 11 settembre. E mi dispiace per gli altri.

8 sept. 2013

Ci voleva il sarin? Tra i vari equilibrismi usati da stampa e opinione pubblica per spiegare che le guerre di Obama sono giuste mentre quelle di Bush erano sbagliate c'è quello - incredibile - per cui Saddam non aveva armi chimiche mentre Assad sì. Come se le immagini televisive avessero improvvisamente assunto valenza di prova inconfutabile e, soprattutto, come se i villaggi annientati dai gas di Saddam qualche anno prima della seconda guerra del Golfo non fossero mai esistiti. Tra gli argomenti di chi, invece, anche stavolta si oppone ad un intervento prevale quello per cui un premio Nobel per la Pace non dovrebbe mai iniziare una guerra. Insomma la buona fede del presidente degli Stati Uniti non è comunque mai messa in discussione, visto che è democratico, nero e parla bene. Nessuno che dica che l'unica maniera di meritarsi veramente quel premio sarebbe farla finita con il regime di Assad, esattamente come il suo predecessore fece con quelli di Saddam e del mullah Omar, indipendentemente dall'uso di armi più o meno convenzionali. Nessuno che risponda a chi ancora chiede prove dei crimini del dittatore con una cifra che stranamente non si ricorda mai, proprio come i villaggi di Saddam: quindicimila cadaveri in due anni. Senza sarin.
Il New York Times va alla guerra. Le armi chimiche di Assad. A leggere la bibbia liberal Saddam era un dilettante.

6 sept. 2013

Ossimori impuniti. Borges scriveva la frase citata nel post precedente in un articolo su nazionalismo e individualismo. Osservare che il pensiero in questione risale ad oltre sessant'anni fa e che fra meno di una settimana in Catalogna si snoderà una catena umana per l'indipendenza, dimostra che il tempo passa invano e la storia non insegna nulla. Classi dirigenti e cittadini disposti ad annullarsi in un'identità collettiva dai tratti fumosi e incoerenti: la nostra terra, la nostra lingua, la nostra bandiera. L'uomo e i suoi dintorni, mai:
Il nazionalismo vuole ammaliarci  con la visione di uno Stato infinitamente molesto.
Penso a quante volte si leggano espressioni come Stato liberale o nazione liberale. Ossimori che resteranno impuniti, proprio come i pastori di questo questo gregge di pecore incatenate.
Il più urgente dei problemi.
Il più urgente dei problemi della nostra epoca (...) è la graduale intromissione dello Stato negli atti dell'individuo.
Jorge Luís Borges, 1946.
Meglio tacere. Anne Applebaum spiega a Obama che un silenzio dignitoso è sempre meglio di una spacconata a cui non si sa dar seguito. L'immagine della Casa Bianca - aggiungo io - non è mai stata così compromessa e traballante agli occhi di quella parte di opinione pubblica non connivente con i regimi dittatoriali. Il problema è che se sei il presidente degli Stati Uniti e dici una cosa, magari poi qualcuno ci crede.
Non solo guerre. Su YME uno speciale sui principali eventi mediorientali dell'ultimo secolo. Utile e ben fatto.