29 feb. 2012

Danni incalcolabili. Oggi sotto casa mia un'orda di banditi travestiti da studenti ha fatto terra bruciata (letteralmente) di tutto quel che si frapponeva sul suo confuso cammino. La scena, a metà pomeriggio, era surreale: cassonetti bruciati, rifiuti sparsi per la strada, barricate ancora erette, rami divelti, agenti della polizia che si guardavano straniti, squadre di pulizia che non sapevano da dove cominciare e, dulcis in fundo, universitari che scattavano foto con un sorriso di soddisfazione sulle labbra. Probabilmente gli stessi, o gli amici di quelli, che poche ore prime avevano creato il caos in pieno centro di Barcellona. Ora, a me le botte non sono mai piaciute, nemmeno da bambino. Ma spero che una democrazia sappia ancora distinguere tra l'illegittimo uso della violenza contro manifestanti pacifici e il legittimo uso della violenza contro teppisti che, sotto il pretesto della difesa dei diritti sociali, proiettano la distruzione delle loro menti sulla proprietà pubblica e privata che li circonda. In gioco c'è la sua stessa sopravvivenza, come sistema in grado di assicurare alla gente normale, che con gli studenti-banditi non vuole avere nulla a che fare, di svolgere la propria esistenza senza impedimenti o minacce. Quando sono arrivato a casa, le serrande dei negozi stavano appena riaprendo, dopo cinque ore di battaglia campale. I danni che certa ideologia continua a produrre sulle giovani promesse sono incalcolabili.
Mi mancava già. E anche per quest'anno abbiamo incassato l'accordo sul nucleare con Pyongyang. Presidenziali salve.

23 feb. 2012

Una nuova umanità. Monta l'indignazione per la repressione in Siria. E' cosa buona e giusta. Cinquemila, seimila, settemila morti. Una carneficina. Bisogna intervenire, dicono. Bisogna intervenire, certo. Stavolta il massacro va in diretta, su Facebook, Youtube ma soprattutto su Twitter. Succede adesso, sotto i nostri occhi, mentre mangiamo una pizza. Quindi andiamo, no? Andiamo. Io penso che sia bello che la tecnologia abbia reso l'umanità così attenta e partecipe. Per esempio, nel 1990, nel 1995, nel 1999 e perfino nel 2003, tutta questa tecnologia non c'era. Eppure di cose brutte, di sgozzamenti, di campi di tortura, di villaggi cancellati, di colonne di profughi, se ne potevano vedere già allora, a starci attenti. Un bel po'. E ne sentivamo parlare, e guardavamo le foto, e tutti quei carri armati che entravano, e la gente che urlava e chiedeva aiuto. Andammo e facemmo un buon lavoro. Ma l'umanità no, tutte quelle volte era distratta. Non è che fosse proprio distratta, devo dire. E' che si occupava d'altro. Per esempio, ricordo che faceva un sacco di rumore nelle strade, e batteva casseruole e sventolava bandiere colorate. E insultava, mamma come insultava. Però non pensava tanto ai massacrati, agli sgozzati, ai torturati. Pensava più a se stessa, mi pare. Sarà che non c'era Twitter. Strana la gente. Bella la tecnologia che cambia la gente. Forse. Allora, andiamo?

22 feb. 2012

17 feb. 2012

Della democrazia e dei diritti come inutile ostacolo allo sviluppo. Immagino che al New York Times oggi si sentano tutti un po' più liberal dopo aver pubblicato questa roba.

16 feb. 2012

Russia, 1921-1923.



Comizi, parate e fame. Comunismo di guerra.
Caro amico ti scrivo. Tra tutte le balle dei dittatori cui stampa e diplomazie occidentali sono propense a dar ascolto (e sono parecchie), quella dei negoziati sul nucleare è un must. Kim Jong-il ne sparava una a settimana, salvo rimangiarsela nel weekend. Adesso è la volta di Ahmadinejad. Seguiranno editoriali sull'imperdibile occasione per stabilizzare l'area e caute ma ricettive dichiarazioni da Foggy Bottom. Poi l'Associated Press si farà prestare uno stanzone dall'Irna e ci illustrerà i profondi cambiamenti in corso nel paese. Tavole rotonde sponsorizzate dalla Cina, incoraggiamenti da Mosca e inchini da Strasburgo. Ad ogni nuovo reattore di Teheran risponderanno musi lunghi di circostanza e ammiccamenti sotto i banchi. Alla fine tutto tornerà al punto di partenza. Non so nemmeno perché perdo tempo a scriverne.
P.S. Poi ogni tanto salta in aria qualcuno e tutti a chiedersi come mai.

15 feb. 2012

Eutanasia di una civiltà. Si può scattare una bella foto senza vederla? Sì, secondo lo scrittore cubano Juan Abreu, che commenta così  l'immagine della spagnolo Samuel Aranda, vincitore del World Press Photo 2012:
Nadie menciona lo único que importa de la foto: el contraste entre el cuerpo desnudo del hombre y el cuerpo cegado de la mujer.
Pare che Aranda, intervistato, abbia dichiarato che in occidente ci siamo fatti un'idea sbagliata del ruolo della donna nel mondo arabo. Non è vero, dice, che il genere femminile sia oppresso, anzi spesso sono proprio le donne ad assumere un ruolo di primo piano nella società mediorientale. Si tratta della stessa persona che si è trovata davanti il corpo di un uomo nudo tra le braccia di una madre completamente nascosta da un manto di burka nero. E li ha ritratti senza cogliere l'unico elemento realmente rilevante della sua foto: la differenza fra essere uomo ed essere donna nello Yemen. Secondo me dovrebbero ritirargli il premio.
Riconosco che anche io mio ero fatto irretire dalla pietà, dal messaggio ingannevole dell'amore materno, dalla plasticità dei corpi. E continuavo a guardare la foto senza vederla, prima di leggere Abreu. Siamo ormai assuefatti ad una realtà che abbiamo imparato non solo a non criticare, non solo a non menzionare, ma perfino a non vedere. Il politicamente corretto è l'eutanasia di una civiltà.



P.S. Ho scritto a Samuel Aranda chiedendogli perché la donna portava i guanti. Mi ha spiegato che è l'usanza locale. Non lo sapevo. Gli ho riscritto chiedendogli della contraddizione fra le sue parole e l'immagine. Non mi ha ancora risposto, forse non ha capito la domanda.

12 feb. 2012

Marchette. Ennesimo esempio di come funzionano i blog in Italia.

10 feb. 2012

Giustizia impopolare, giustizia giusta. Da ieri la Spagna è un paese un po' più garantista, un po' più sicuro e un po' più libero. Il Tribunal Supremo ha condannato il giudice Garzón a 11 anni di inabilitazione per aver ordinato l'intercettazione delle conversazioni carcerarie tra gli imputati del caso Gürtel e i loro avvocati. Una chiara violazione della legge che ne consente l'utilizzo solo nei casi di terrorismo (previa autorizzazione del giudice competente) e un caso lampante di prevaricazione da parte di un magistrato che ha sempre considerato i meccanismi dello stato di diritto come una opzione, piuttosto che come la cornice imprescindibile della propria attività. La sentenza riafferma i principi fondamentali del diritto alla difesa e ristabilisce l'inviolabilità delle garanzie costituzionali dei cittadini contro l'arbitrarietà del potere giudiziario. Insomma un atto di civiltà giuridica e di maturità democratica.
Non stupisce quindi che a gridare allo scandalo e all'ingiustizia siano stati soprattutto i socialisti e i comunisti, ovvero gli eredi di una mentalità totalitaria che vede nello stato e non nel cittadino il detentore dei diritti e delle prerogative costituzionali, anche quando l'abusivo esercizio delle stesse conduce alla violazione delle più elementari garanzie individuali. Nel qualificare la sentenza come franchista, espressione di una mentalità di estrema destra che a suo dire sarebbe incrostata nelle corti di giustizia spagnole, la izquierda non solo dimostra il consueto disprezzo per lo stato di diritto e le sue regole, ma evidenzia ancora una volta una preoccupante tendenza a giudicare le decisioni della magistratura in base alle convenienze ideologiche o politiche. Per salvare Garzón, il coro delle lamentazioni del progressismo sarebbe stato disposto a sacrificare la prima e fondamentale garanzia di un giusto processo. La stessa reazione, ça va sans dire, è arrivata da un'opinione pubblica formata ormai da indignados di professione, che hanno visto assolvere contro pronostico dall'accusa di corruzione l'ex presidente della comunità valenciana Francisco Camps e condannare il loro eroe dei due mondi, il giudice senza macchia e senza paura. Peccato che non si siano fermati a riflettere nemmeno per un momento sul perché, sulle ragioni di fatto e di diritto delle due sentenze, preferendo utilizzare l'unico linguaggio che conoscono, quello del populismo e della demonizzazione permanente dell'avversario politico.
Arrivati a questo punto, si è autorizzati a pensare che gli spagnoli che ieri si sono stracciati le vesti per la condanna di Garzón vedano di buon occhio che un giudice possa intercettare le conversazioni che mantengono con i loro avvocati. Credo che lo scenario sia abbastanza familiare.
Ma che socialisti, comunisti e truppe corazzate del País si siano lanciati all'attacco della sentenza con tale veemenza si deve anche ad una considerazione di carattere strettamente politico. Esaurita la catastrofica tappa dello zapaterismo ed eletto a nuovo segretario l'uomo che li ha condotti alla più contundente disfatta elettorale della loro storia, Alfredo Pérez Rubalcaba, i progre vagano sbandati alla ricerca di una ragione di esistenza politica che possa giustificarne la sopravvivenza a livello di istituzioni e di società. Non trovandola all'interno dei loro ranghi, per la terra bruciata che Zapatero ha lasciato dietro di sé, sono costretti a rincorrerla in quella fantomatica società civile che ne ha sempre mascherato e protetto i vizi e i delitti. Garzón era l'eroe perfetto per interpretare la loro frustrazione e la loro sete di vendetta, con tutto il carico di ideologia che si portava dietro ad ogni comparsata sugli scenari mediatici di mezzo mondo. Sconfitto anche lui, per una volta, dallo stato di diritto e dalla legalità democratica, diventa oggi il naturale pretendente alla poltrona di capopopolo, quello che lancerà il grido di battaglia verso l'agognata conquista del radioso avvenire. Sono fatti così, tragici sempre, seri mai.

9 feb. 2012

Fuori tempo. Quando, anni fa, una sparuta minoranza di bloggers e giornalisti denunciava l'immobilismo della vecchia Europa in un momento in cui occorreva invece posizionarsi e decidere, il meglio che poteva capitare era essere considerati a libro paga della CIA o etichettati come rappresentanti di chissà quale cospirazione neocon volta ad estendere l'influenza dell'impero americano sul globo terrestre. Pur sforzandomi, non riesco a ricordare all'epoca elogi del modello Clint Eastwood nelle colonne dei gramellini di turno, gli stessi che solo oggi si accorgono, pensa un po', che l'Europa viaggia con una marcia in meno. Ho perfino l'impressione, ma si sa che la memoria gioca a volte brutti scherzi, che la caratteristica distintiva dell'intelligentsia del tempo non fosse precisamente il filo-atlantismo. Cambiare idea è da saggi, si usa dire. Vero, basterebbe l'onestà intellettuale di riconoscerlo. Scommetto invece che, se interpellati, i gramellini rivendicherebbero una coerenza di fondo che solo la proverbiale disattenzione dei lettori ha impedito loro di cogliere. E' del tutto improbabile, comunque, che qualcuno abbia voglia di rilevare pubblicamente la contraddizione. Ci sono solo due modi per aver sempre ragione nella vita: non pronunciarsi mai su niente o pontificare da sinistra. Molti scelgono il secondo.

7 feb. 2012

Agendina Sofri. Giornalismo di qualità al Post.
Sul resto dimostrano ancora qualche incertezza, ma i compleanni li sanno tutti.

Oggi in prima:
- I cinquant'anni di Axl Rose
- Sessant'anni da regina
- Vasco Rossi ha sessant'anni
- Il bicentenario di Charles Dickens
- "Buon compleanno Gran Capo Vasco"
- Juliette Greco ha ottantacinque anni

Ieri in prima:
- Oggi è il Waitangi Day

Dev'essere un'applicazione dell'iPad.

6 feb. 2012

Eccolo là. Puntuale come un orologio arriva una direzioncina per Christian Rocca. A qualcosa dovevano pur servire tutte quelle classifiche. Sbaglio raramente sulle persone, anche se è poco elegante sottolinearlo.

5 feb. 2012

Poveretto. Ecco c'è uno scrittore Paolo Nori che ha anche un blog che mi piace abbastanza perché fa sempre citazioni di autori russi e a me la Russia interessa un po'. E questo post lo scrivo come lo scriverebbe lui cioè nello stile che lui scrive i suoi libri e anche i suoi post che può piacere o no ma è uno stile abbastanza originale. Lo scrivo come lui per dimostrare che mi piace appunto. Solo che a questo scrittore Paolo Nori che è anche traduttore perché sa il russo, che bello sapere il russo, a questo scrittore dicevo io qualche giorno fa gli ho fatto una domanda su una frase che aveva scritto e che proprio non capivo e la frase era questa, la metto in corsivo così si capisce che l'ha scritta lui: C’erano delle cose complicate, lì ad Auschwitz. La cosa più complicata, mi sembra, era: tutta questa bontà. Esser lì insieme a settecento studenti, tutta questa bontà. Ma lì io non ci pensavo, ci penso adesso che sono tornato: tutta questa bontà. Noi, siamo abituati che essere buoni c’è da avere vergogna, mi sembra. Noi siamo abituati così. Non in Polonia, in Italia.
Ecco io l'ho riletta un sacco di volte ma proprio non capivo cosa volesse dire quella frase ed ero sicuro che era colpa mia mica sua perché lui l'aveva scritta e doveva sapere per forza cosa voleva dire. E allora gli ho mandato una lettera e gli ho chiesto me la spieghi? Solo quello me la spieghi. E lui non solo non me l'ha spiegata ma mi ha detto di andare a comprare Il Fatto che lì c'era quella frase nel suo contesto e che se volevo potevo provare a capirla da solo perché lui non aveva niente da spiegare e la frase si capiva benissimo e voleva dire quel che c'era scritto. Allora io gli ho detto che Il Fatto preferivo non comprarlo e che ero un suo lettore e che mi bastavano due parole di spiegazione mica un manuale. E lui mi ha risposto poveretto. In una parola sola. E allora ho capito che è proprio un bravo scrittore questo Paolo Nori. E anche una brava persona.

1 feb. 2012

La prossima volta coi sottotitoli. Qui è quando Umberto Eco scambia lo show di Letterman per un programma di approfondimento politico-culturale e poi dice una cosa veramente originale, cioè che gli americani sono tutti ignoranti e non sanno nemmeno dov'è Roma. Carta canta: l'intellettuale è lui.