31 mar. 2009

Cambogia. Quando la terra inghiottì i suoi figli.



Non so chi di voi abbia visitato Tuol Sleng. Io l'ho vista quella scuola-prigione, l'estate scorsa. Difficile trovare un luogo che in se stesso comunichi una sensazione di sofferenza e morte così intensa. Lui, Duch, ci ha lavorato tanti anni là dentro, nella Phnom Penh svuotata dalla follia dei khmer rossi. Non so come non sia impazzito, questo inappuntabile esecutore di verdetti già scritti, annotati sui suoi taccuini con precisione matematica. Duch amava la matematica quando era solo un ragazzo. Oggi è il primo dirigente khmer a dover rispondere di quei crimini inimmaginabili. Si è detto pentito, dal profondo del cuore. Ma il cuore, a Tuol Sleng, lo strappavano dal petto dei prigionieri. E lui dirigeva le operazioni.

23 mar. 2009

Birmania. Dentro il Tatmadaw.



Anche su Sudestasiatico.com.
Forte di più di quattrocentomila effettivi, il Tatmadaw - l'esercito birmano - è il vero ed assoluto padrone dei destini della nazione. Data la sua identificazione con il potere politico, al vertice del quale si trova la giunta militare capitanata dal generalissimo Than Shwe, è l'unica istituzione in grado di determinare la direzione di marcia del paese. Fino ad oggi, nei 47 anni di dominio ininterrotto, il cammino indicato è stato una corsa verso l'abisso. Fondato dal generale Aung San (il padre di Aung San Suu Kyi), il Tatmadaw resta per molti versi un oggetto misterioso, impermeabile e sconosciuto. Sono pochi gli analisti politici che hanno osato addentrarsi nei meccanismi che ne regolano il funzionamento e l'espansione, a causa anche della scarsità di informazioni provenienti dall'interno del regime. Ma ancora più complesso è comprendere i meccanismi psicologici, al limite della paranoia e delle superstizione che regolano le decisione delle alte sfere militari. Lo stesso Than Shwe ha costruito la sua carriera nei reparti speciali incaricati di delineare le strategie di guerra psicologica e la sua ossessione per la numerologia è nota, come d'altra parte quella del suo più illustre predecessore, quel generale Ne Win che per decenni ha dominato la scena con la sua cervellotica e fallimentare via birmana al socialismo. Opportunismo e fame di potere a parte, cosa spinge la casta militare ad inaugurare una nuova imponente pagoda nella capitale della giungla, Naypyidaw, e contemporaneamente a ordinare i massacri di monaci nelle strade del paese? Sulla rivista dell'esilio Irrawaddy è stata pubblicata qualche giorno fa una breve ma interessante analisi della mentalità dei soldati del Tatmadaw: attraverso quale processo si ottiene la fedeltà assoluta dei quadri intermedi o dei reparti incaricati della difesa e della repressione? Una miscela di lavaggio del cervello, prospettive di carriera e l'intima convinzione di una superiorità morale rispetto al resto della popolazione: queste alcune delle possibili risposte. "Nella visione dei soldati - si legge nell'articolo - la gente comune e i funzionari civili vivono vite più semplici. Sono indisciplinati e hanno molte ore di ozio a disposizione. Così i militari credono di avere il diritto esclusivo di detenere il potere dello stato per il loro duro lavoro e i sacrifici che compiono". E ancora, rispetto alla violenza nei confronti delle proteste di piazza: "Quando l'esercito interviene sui manifestanti pacifici, li vede come pigri opportunisti che rivendicano diritti umani senza lavorare duro. L'esercito, in un certo senso, incolpa la gente per il mancato sviluppo del paese". Ci sono elementi per credere che questo sentimento da missionari armati sia effettivamente presente nella psicologia dei generali e in genere nei ranghi dell'esercito. Nelle poche occasioni in cui giornalisti e scrittori hanno potuto avere incontri ravvicinati con i vertici della giunta, è emersa dalle loro dichiarazioni la convinzione che senza il controllo dell'apparato militare il paese scivolerebbe nel caos e nell'ingovernabilità. Personalmente credo che molti alti esponenti dell'SPDC disprezzino sinceramente la popolazione civile e si considerino come gli unici in grado di reggere le sorti del paese. Il che porta inevitabilmente ad una continua e costante negazione della realtà, lacerata da decenni di sperpero, ladrocinio, corruzione e isolamento, e all'interpretazione della repressione come un elemento necessario, quasi una forma di servizio reso alla nazione contro gli elementi sovversivi che attentano alla stabilità. "I militari - continua l'analisi - non si integrano con la popolazione nemmeno quando sono destinati a funzioni civili, perché sono addestrati per mantenersi alla dovuta distanza. Gli ufficiali che mostrano di comprendere le condizioni di vita delle persone sono sollevati dai loro incarichi. I capi militari che si sono ritirati dall'esercito rimangono isolati. Molti leaders hanno una paura folle di andare in pensione perché non conoscono altri modi di vivere o di pensare".
Ma a loro ci pensa Than Shwe. Un brillante articolo di Asia Times esamina la struttura organizzativa di quell'enorme macchina burocratica che è diventata l'esercito birmano: espansione illimitata dei ranghi, creazione di nuove posizioni ad hoc, promozioni e prebende utilizzate per comprarsi la fedeltà dei comandanti e dei quadri intermedi. E' datata novembre 2001 la riorganizzazione delle forze armate che ha determinato una vera e propria esplosione dei vertici militari: da due ufficiali di rango equivalente a generale maggiore si è passati a ventiquattro posizioni assegnate ad ufficiali con la qualifica di generale e luogotenente generale. Da un ufficio operazioni speciali (l'organismo di controllo sui comandi regionali) a quattro, con ulteriori divisioni al loro interno. Inoltre sono state create le nuove posizioni di comandante in capo della marina, dell'aviazione e dell'esercito di terra oltre ad uffici per l'industria della difesa, per la difesa aerea e per l'addestramento. L'analisi descrive una struttura piramidale che funziona - fatte salve le differenze - secondo uno schema che commercialmente si definirebbe di multilevel marketing. Gli ufficiali di grado superiore provvedono al reclutamento degli effettivi e godono di benefici in termini di carriera (e conseguentemente di retribuzione) fintantoché la piramide continua la sua espansione. Ovviamente a guadagnarci alla fine sono solo i vertici mentre per il grosso delle truppe rimangono i resti. Ma l'esigenza è quella di ingrossare le file il più possibile e di garantire posizioni di privilegio ad un numero sempre maggiore di alti ufficiali, in modo da cementarne la fedeltà all'istituzione militare. E' un meccanismo che si autoalimenta, finalizzato al mantenimento del potere assoluto sulla società birmana. Than Shwe ha imposto questa crescita mostruosa mosso da due obiettivi principali: il primo, come detto, quello della fidelizzazione attraverso l'aumento delle opportunità di promozione; il secondo, più strategico, rappresentato dalla volontà di ridurre il potere dei comandanti regionali che, il più delle volte impegnati in conflitti etnico-territoriali con i gruppi armati delle minoranze, erano di fatto diventati signori della guerra locali, arrivando ad acquisire posizioni di preminenza rispetti agli stessi ministeri. Da qui la loro esclusione dalla ristretta cerchia dei membri della giunta e la sostituzione con elementi più giovani provenienti dai ranghi inferiori, meno potenti e più malleabili. Ma da qui anche la necessità di trovare posizioni di rilievo all'interno della gerarchia per i comandanti sollevati dall'incarico e la conseguente creazione delle figure di luogotenente generale.
Inoltre la quasi inestricabile commistione tra apparato militare e burocrazia civile - dei 32 ministeri solo sette sono assegnati a non militari o a ex militari - fa sì che la stessa espansione incontrollata si riscontri all'interno della pubblica amministrazione. Una tendenza destinata ad accentuarsi ancor più dopo che le elezioni controllate dal regime previste per il 2010 faranno spazio ad un governo teoricamente non militare (anche se di fatto ancora sotto la tutela dell'esercito): è già cominciata la corsa ai ministeri più influenti e strategici, in modo da evitare qualsiasi soluzione di continuità nei consolidati meccanismi di arricchimento personale e famigliare. Altri spazi da riempire nell'elefantiaca struttura delle forze armate.

20 mar. 2009

Birmania. Immagini dal presente.



Kungyangone, 48 chilometri a sud di Rangoon. Marzo 2009.


(Presa da qui).

17 mar. 2009

Birmania. La pagoda dei generali.



Di solito cerimonie come queste preludono alla fine dei regimi, come il quarantesimo della DDR un mese prima della caduta del muro di Berlino. Solo che questa è la Birmania e le cose sono tremendamente più complicate. L'inaugurazione della nuova pagoda voluta da Than Shwe per la capitale della giungla, Naypyidaw, è stata una sfilata di tutti i potenti della dittatura, intenti a dimostrare la loro devozione. Come quella volta nelle strade di Rangoon, nemmeno due anni fa. La Birmania è oggi un paese sconvolto e confuso e non sarà facile ricostruire una società civile, anche dovesse cadere il regime per una di quelle circostanze inattese che la storia qualche volta regala.

15 mar. 2009

Free Burma's Political Prisoners Now! Di norma non sono molto a favore delle raccolte-firme e meno di quelle online. Credo siano sostanzialmente una perdita di tempo, non riuscendo mai a raggiungere l'obiettivo che si propongono e spesso nemmeno i destinatari dell'iniziativa. L'unica ragione per condurre azioni di questo genere mi sembra quella di far arrivare alle vittime un sostegno morale. Ma il più delle volte sono proprio le vittime le ultime a saperlo. Faccio un'eccezione per questa campagna, per due motivi: la prima è che riguarda un paese e una realtà cui tengo particolarmente, come noto ai pochi che continuano a leggere questo blog; la seconda è che sul sito dell'associazione che la promuove ci sono tutti i nomi e i volti dei prigionieri di coscienza detenuti nelle carceri birmane. Non è cosa da poco, perché dietro i numeri esistono delle storie e dietro le storie ferite profonde nella carne delle persone, non solo quelle direttamente coinvolte ma anche le loro famiglie e i loro conoscenti. Dico spesso che i nomi e le facce sono importanti, bisogna conoscerli, ripeterli, impararli a memoria. Se no rischiamo di distrarci e magari un giorno pensare che quello del re cattivo che rinchiude i giovani del suo regno nelle segrete del suo castello sia solo un racconto triste per bambini e non la realtà di tutti i giorni in molti paesi del nostro bel mondo. Poi una volta liberati i prigionieri politici ci sarebbe da liberare il resto della popolazione, ma da qualcosa bisogna pur cominciare.

14 mar. 2009

Gran Torino.



Come racconta le storie lui, nessuno.

12 mar. 2009

Washington-Pyongyang. Prove di dialogo.
Stephen Bosworth, il nuovo inviato per la Corea del Nord del Dipartimento di Stato americano, l'ha detto chiaro e tondo: "Noi con Pyongyang vogliamo il dialogo". E' la prima diretta conseguenza del viaggio di Hillary Clinton in Asia, che verrà ricordato probabilmente come l'inizio di una nuova era per l'America dopo gli otto anni (diciamo sei) di promozione della democrazia: torna alla ribalta il concetto di appeasement con i dittatori, la parola magica che piace tanto qui in Europa e che fa tanto statista, soprattutto se la chiamano engagement o dialogo. Stephen Bosworth è il degno successore di Christopher Hill, quello che ha speso due anni a farsi prendere in giro da Kim Jong Il, quello delle missioni impossibili, degli accordi definitivi con il regime, che infatti sono durati lo spazio di due giorni, quando Kim era di buon umore. Lui, Bosworth, ancora prima di essere confermato nell'incarico aveva spiegato che Pyongyang aveva una voglia matta di fare la pace con gli Stati Uniti, secondo una teoria cara al realismo da salotto che è tornato ad imperversare nello scenario internazionale. Una teoria che se ne frega della natura dei regimi e ragiona solo in termini di svantaggi e benefici, come se gli interlocutori fossero tutti uguali, come se la differenza fra uno stato-gulag e una democrazia fosse solo una questione formale, così formale che sarebbe un peccato che rovinasse il dialogo, come insegnano Hillary e Stephen.
Una formalità è stata certo la farsa elettorale che si è celebrata nel fine settimana nel regno comunista di Kim, con partecipazione del cento per cento e unanimità assoluta sui candidati unici scelti dal Partito. Ci mancherebbe altro. Curioso il comunicato diramato dalla KCNA e ripreso dalle nostre solerti agenzie (il cui senso dell'umorismo ormai dev'essere ai minimi termini) che annunciava la "rielezione" del Caro Leader. Proprio così, non è uno scherzo. Per trovare un motivo di interesse in questa cosa, gli osservatori si sono inventati la probabile apparizione (di figure al limite del religioso stiamo  pur sempre parlando) nella "nuova" Assemblea del Popolo del terzogenito di Kim, quel Kim Jong-un che i pyongyangologi danno in pole position per succedere al padre, non si sa come, non si sa quando. Ora, lui, il Sol dell'avvenire è sembrato assai magro mentre faceva finta di votare per se stesso domenica scorsa. E questa forse, ammesso e non concesso che si trattasse proprio del Caro Leader, è certamente l'immagine più significativa di tutta questa messinscena.
Ma torniamo al dialogo, perché parlando la gente si capisce e così via. Stephen Bosworth avrà un bel da fare, sembra, vsto che il dialogo è cominciato la scorsa settimana con la più miserabile minaccia che un regime criminale possa concepire, quella di abbattere gli aerei civili sudcoreani che non solo attraversino il suo spazio aereo ma addirittura ci passino vicini. Ovviamente la diplomazia ha spiegato che non bisogna farci troppo caso, che i nordcoreani sono abituati ad alzare un po' i toni, che i ragazzacci di Pyongyang in realtà non volevano dire quel che hanno detto: un incredibile dispaccio dell'Associated Press riportava che non era ben chiaro cosa davvero intendessero i comunisti del nord quando affermavano che "la sicurezza dei voli sudcoreani non sarebbe stata garantita". Effettivamente non è chiaro se li tireranno giù con missili o cerbottane. Qualche tempo fa sarebbe bastato molto meno per far drizzare le antenne a Washington, particolarmente attenta, - si direbbe - a minacce concernenti mezzi dell'aviazione. Anche perché la Corea del Nord non è nuova a situazioni di questo genere: si ricordi l'attentato del 1987 con la bomba che uccise 115 passggeri a bordo del volo sudcoreano o l'incidente del 1969 quando un aereo americano in perlustrazione fu abbattuto con i suoi 31 uomini dell'equipaggio. Insomma ci sarebbe di che preoccuparsi, o almeno prendere sul serio le promesse del regime. Invece dal Dipartimento di Stato americano è arrivata la solita sonnolenta reazione: unhelpful, si sono limitate a dire fonti americane, non aiuta. Questa rischia di diventare un'espressione chiave nei prossimi anni: si distingueranno le azioni tra helpful e unhelpful. Immagino che non aiuti il dialogo, che zapaterianamente rischia di trasformarsi da mezzo (uno dei tanti) ad obiettivo in se stesso. La dichiarazione di Pyongyang ha i toni dell'ultimatum terrorista, senza se e senza ma: "inumana" l'ha definita Seul che, proprio mentre ritrova il nerbo perduto sotto le precedenti sunshine administrations deve fare i conti con un alleato che ha molta voglia di scopare la polvere sotto il tappeto e di non farsi troppo notare. Certo che, alla luce di fatti, anzi della retorica, sembra ancora più balzana la decisione di Bush di togliere la Corea dalla lista degli stati terroristi in cambio di un accordo sul disarmo che visto oggi sa di beffa colossale. Giugno 2008, questa la data in cui gli USA abdicarono al loro ruolo di protezione dei vicini e degli alleati dell'area e preferirono credere a Kim Jong Il. Su questo punto Obama sembra perfettamente in linea col suo predecessore.
Un'esercitazione congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud con migliaia di effettivi militari impegnati è stata l'occasione per un ulteriore innalzamento del livello di tensione. Il regime ha subito fatto sapere che considera questa manovra alla stregua di una aggressione e che è pronto a rispondere, dal momento che le sue truppe sono state poste in assetto di guerra. Prove di dialogo anche queste, si vede, che si aggiungono a quelle cominciate durante la visita del segretario di stato, accolta con la minaccia, l'ennesima, di un lancio di missili dalla postazione di Musudan-ri. Il missile deve ancora partire e nel frattempo fonti nordcoreane hanno fatto sapere che l'azione è prevista per l'inizio di aprile e che, nel caso "il satellite" dovesse essere abbattuto dai giapponesi o dagli americani, anche questo sarebbe interpretato come un atto di guerra con le conseguenze che si possono immaginare. Il fatto che finora alle parole non siano seguiti i fatti dipende principalmente dalla consapevolezza che, per quanto enorme e per quanto armato, l'esercito nordcoreano non sarebbe in grado di vincere una guerra contro il sud supportato dagli Stati Uniti. L'escalation verbale, però, indica anche che Pyongyang sta tastando il terreno e la determinazione della nuova amministrazione statunitense e che le risposte finora ottenute, blande a dir poco, al limite dell'appeasement, hanno dato fiato alle trombe e polvere ai cannoni del regime. Kim è debole, invecchiato, e ha bisogno di una prova di forza per dimostrare ai suoi -  i generali, non l'opinione pubblica che non ovviamente non esiste - di essere ancora il leader senza macchia e senza paura e che sarà lui, e non altri, a decidere il futuro del paese, a partire dalla successione. E' un posto, il suo, che fa gola a molti, quadri dell'esercito, famigliari e potenti vicini (Cina soprattutto). Ma se Kim dimostra di avere ancora intatte le potenzialità di costruire la bomba, di poter lanciare missili sull'Alaska e di non farsi scrupoli ad abbattere aerei sudcoreani, non solo condiziona l'agenda americana nell'area ma fa capire che alla fine, nonostante tutti i tavoli a sei del mondo, è ancora una volta Sua Maestà a tenere il coltello dalla parte del manico e a tenere sotto scacco la diplomazia mondiale e i pretendenti al trono. Evviva il dialogo.

9 mar. 2009

L'ex dittatore grasso.



Mentre faceva finta di votare per se stesso, il Caro Leader appariva un filino gracile.

8 mar. 2009

Formidabile quell'anno.



Bucarest, 21 dicembre 1989. Ultimo discorso di Ceausescu.

6 mar. 2009

"Vai, Ermete".



Dategli il TG3, per favore.