28 nov. 2011

Leningrado, fine anni 70-91. Formidabile rassegna della rassegnazione.














Io la visitai nel 1990, con la scuola (giuro).

26 nov. 2011

Leading from confusion. Ho perso il conto delle volte che Obama ha cambiato idea sull'Egitto, sul medioriente, sulle rivolte. Ogni settimana la Casa Bianca ha una posizione diversa sull'evento politico chiave dell'anno e probabilmente del decennio. Se siete pro-manifestanti non vi illudete: domani è un altro giorno e, secondo la direzione del vento della protesta, il presidente emetterà un nuovo comunicato. Se siete pro-esercito non disperate: la settimana è lunga e c'è tempo per l'ennesima giravolta dopo il primo turno elettorale. Quelli che capiscono lo chiamano leading from behind. Gli altri, come me, pensano semplicemente che Obama non abbia idea di cosa fare, perché non crede in quello che fa e, come tutti gli opportunisti, finisce per farsi guidare dagli avvenimenti invece di influenzarli. Sarà interessante vedere se il flusso di denaro versato da Washington nelle case dei militari egiziani si interromperà, come coerenza imporrebbe. Ma stiamo parlando del nuovo re tentenna, ed è perfettamente possibile che scaricare e finanziare rientrino all'interno della stessa strategia. In tutti i casi uno spettacolo di cui chi stima l'America farebbe volentieri a meno.

23 nov. 2011

Rivolta d'Egitto. Il pezzo che segue lo scrissi invece lo scorso febbraio al margine di questo blog. Vedete voi.

Non tragga in inganno il titolo: vorrei tanto essere ottimista sull’evoluzione degli eventi in Egitto, dopo la rivolta popolare che ha disarcionato Mubarak. In fondo una rivoluzione democratica nel cuore del mondo arabo (se non geograficamente, almeno concettualmente) è quello che molti auspicavamo, fin dall’inizio della seconda guerra del Golfo, nel 2003. Oltretutto il precedente tunisino – ancora in divenire – lasciava ben sperare che quella egiziana fosse la seconda tappa di un percorso di riscatto totalmente autoctono, dopo le guerre di liberazione eterodirette in Iraq e Afghanistan. E in parte lo è stata, se si considera che quel che è successo nei 18 giorni di Piazza Tahrir difficilmente potrà essere cancellato dalla coscienza collettiva di un popolo che, per la prima volta, ha rivendicato in massa la propria dignità ottenendo certamente un risultato significativo. Sono invece gli esiti di questa rivolta che lasciano spazio a più di un dubbio e che consigliano cautela prima di parlare di democrazia, un termine utilizzato troppe volte e con troppo anticipo dai commentatori occidentali durante la protesta, spesso servendosi di accostamenti storici del tutto fuori luogo (uno su tutti quello con l’89). Non è tanto la pur comprensibile preoccupazione per il ruolo e le intenzioni dei Fratelli Musulmani ad imporre prudenza, quanto la sensazione di golpe morbido che lascia la piazza, una volta svuotata e ripulita. Che l’esercito abbia preso il potere dopo aver giocato abilmente di sponda tra Mubarak e i manifestanti è forse l’unica certezza che in questo momento si può ricavare dalla situazione egiziana. Una giunta militare di transizione, provvisoria, incaricata di gestire il passaggio ad un sistema parlamentare: questi sono i messaggi che arrivano da Il Cairo, gli unici in grado di placare la popolazione. E forse fra sei mesi celebreremo davvero l’alba democratica del nuovo Egitto. Ma intanto i primi provvedimenti dei nuovi responsabili dell’ordine pubblico sono stati sciogliere il parlamento (la cui composizione era peraltro fortemente inficiata dai brogli del regime) e sospendere la costituzione, in quella che sembra una continuazione seppur sotto forme diverse dello stato d’emergenza imposto nel 1967 e costantemente rinnovato a partire dal 1981. Per me la chiave di interpretazione di quel che è stato (e probabilmente di quel che sarà) sta in due articoli pubblicati nei giorni scorsi dalla rivista Foreign Affairs. Nel primo, a firma di Joshua Stacher, scritto prima che Mubarak abdicasse ma ancora valido nelle conclusioni, si nota come il regime sia stato abile a incanalare la protesta attraverso uno sdoppiamento tattico della propria immagine: da una parte generando violenza contro i manifestanti e dall’altra accreditandosi, attraverso l’esercito, come garante della loro sicurezza. Una sorta di trappola che non poteva che condurre ad una istituzionalizzazione del ruolo delle forze armate, come unica entità credibile del dopo-Mubarak. In quest’ottica il potere costituito, messo in discussione dalla piazza,  ha lasciato spazio ad una forma più sofisticata e vendibile di autoritarismo, incarnato dai generali. Nel secondo, di Ellis Goldberg, ci si sofferma sulle reali possibilità di una transizione democratica gestita dai militari, analizzando gli interessi e le influenze dell’esercito in ambito politico ed economico ed i potenziali vantaggi/svantaggi che le forze armate trarrebbero da una repubblica parlamentare. In entrambi i casi la conclusione non invita all’ottimismo: più che a una reale svolta democratica, l’analisi della storia e dell’attualità egiziane farebbe pensare ad un nuovo modello autoritario destinato ad assicurare la continuità di quella struttura di potere che la rivoluzione pretenderebbe di aver cancellato una volta per tutte. Un mubarakismo senza Mubarak, appunto. La situazione è fluida e il finale di questa vicenda resta tutto da scrivere. Conviene però tenere gli occhi ben aperti e non cantare vittoria prima del tempo: l’Egitto non ha tradizioni democratiche da cui ripartire e i gattopardi sono sempre in agguato.

20 nov. 2011

L'insostenibile leggerezza dell'essere di sinistra. La democrazia è un sistema decente che, quando si annoia, gioca brutti scherzi. Uno dei più eclatanti e meno divertenti è stato, a mio parere, lo zapaterismo. La Spagna l'ha pagato caro, con un salto all'indietro di vent'anni, anche se ne sono passati soltanto otto. Oggi che questa tappa si chiude con il trionfale ritorno al potere dei popolari (più per demeriti altrui che per meriti propri), ripropongo l'articolo che scrissi per la rivista Ideazione nel 2005, quando Zapatero era visto dalla stragrande maggioranza dei commentatori e delle opinioni pubbliche come il sol dell'avvenire e la critica nei suoi confronti si considerava automaticamente un atto reazionario. Iniziava così:
Questa è la cronaca di un disastro annunciato. È la storia di un’involuzione, di un ripiegamento su se stessi, di una fuga dalla realtà camuffata da progresso, la sintesi e la proiezione della crisi di un continente. È il caso spagnolo dentro il dossier Europa.
Adesso tornate pure a leggere Il Post.

18 nov. 2011

La bestia umana (riportare Auschwitz dentro la storia). Circa un anno fa la New York Review of Books pubblicava un lungo ed appassionante articolo di Anne Applebaum sull’argomento che meglio conosce, i totalitarismi del XX secolo. In realtà si trattava di una recensione di due libri appena usciti (all'epoca), Bloodlands: Europe between Hitler and Stalin di Timothy Snyder e Stalin’s Genocides di Norman M. Naimark. Riprendo adesso quel pezzo per le riflessioni che seguono, premettendo di non aver letto nessuno dei due saggi ma pensando tuttavia che l’analisi della Applebaum meriti di essere considerata a parte per la quantità di spunti che offre. Non ne farò un riassunto (consiglio la stesura integrale) ma mi limiterò a commentarne alcuni passaggi significativi, a partire dalla citazione iniziale di Czeslaw Milosz, uno dei miei eroi intellettuali, autore tra l’altro dell’imprescindibile The Captive Mind, sugli effetti della morsa totalitaria all’interno delle società che l’hanno sperimentata. Un breve inciso: il capitolo IX del testo citato riguarda l’annessione dei Paesi Baltici all’Unione Sovietica e resta, a mio avviso, una delle più potenti denunce dell’ideologia comunista mai scritte. Milosz riesce a rendere perfettamente l’atmosfera di cupezza e disperazione che le popolazioni di Estonia, Lettonia e Lituania furono costrette a vivere nel corso di quel drammatico salto all’indietro nel tempo imposto da Mosca. E’ una lettura obbligata per chiunque sia interessato a questi temi, che difficilmente vi lascerà indifferenti. Di Milosz la Applebaum sceglie alcuni pensieri dedicati al degrado dei sentimenti umani in tempo di guerra, quando tutto attorno si fa tetro e l’abitudine alla morte prende il sopravvento:
Mass violence, he explained, could shatter a man’s sense of natural justice. In normal times “had he stumbled upon a corpse on the street, he would have called the police. A crowd would have gathered, and much talk and comment would have ensued. Now he knows he must avoid the dark body lying in the gutter, and refrain from asking unnecessary questions…”.
La banalità del male, la perdita dell’innocenza, di qualsiasi dimensione sociale, il rifugiarsi dentro se stessi, creandosi un mondo chiuso nel quale non poter essere attaccati. Ed è vero, come sostiene Milosz, che generalmente all’uomo occidentale manca la capacità non solo di comprendere ma perfino di immaginare simili tragedie (parliamo in particolare dell’americano, che le ha vissute – almeno fino all’11 settembre – solo da lontano o in maniera mediata, ma anche dei cittadini di quegli stati dell’Europa occidentale che non sono stati teatro di massacri di grandi proporzioni). E’ anche vero però che nella nostra epoca, fatte salve tutte le differenze del caso, un simile sentimento di estraneità alla realtà che ci circonda è comunque riscontrabile nei comportamenti quotidiani di molti di noi. Come spiegare altrimenti la freddezza con cui si osserva una madre ricevere in diretta televisiva la notizia della morte della propria figlia, o la calcolata follia di chi massacra di botte un taxista per aver involontariamente investito un cane? Il paragone è azzardato, lo riconosco, probabilmente fuori luogo. Ma il parallelismo non riguarda tanto l’origine del male, che nel caso degli stermini del secolo scorso (con appendici nel presente) era frutto di ideologie assassine mentre nell’odierno panorama di ordinaria alienazione è addebitabile ad una serie di concause molto più sfuggenti. Riguarda piuttosto la nostra reazione di fronte al male, lo scudo di protezione che ci costruiamo perché il sangue non ci macchi il vestito, o l’anima, fino a non porci più nessuna domanda. Per spiegare meglio ciò che intendo, prendo a prestito questa brillante (anche se un po’ libera) interpretazione delle analogie-differenze tra la realtà descritta da Orwell in 1984 e quella rappresentata da Huxley in Brave New World. Si può dire che il passato totalitario e la guerra hanno il loro corrispettivo nella censura, nel controllo capillare e nell’indottrinamento delle menti raccontato in 1984, mentre la contemporaneità smarrita, la perdita del senso della realtà, il rifiuto di alcuni valori essenziali alla convivenza, l’indifferenza di fronte al male, rientrano nelle categorie dell’eccesso di stimoli (visioni, desideri, informazioni) e della superficialità dei messaggi che ci vengono veicolati continuamente. Allora, se Orwell aveva completamente ragione sul XX secolo, Huxley ha parzialmente ragione sul XXI: la banalità del male si manifesta in forme e proporzioni diverse, ma è un eterno ritorno e non ci abbandona. Da qui la necessità di non cedere di un millimetro nella difesa delle società democratiche in cui viviamo, sia dall’attacco delle nuove/vecchie ideologie sia dalle sirene dell’apatia e della rassegnazione. “Il pacifismo è oggettivamente pro-fascista”, scriveva sempre Orwell, e se il “lasciateci in pace” è un comprensibile anelito in tempi di distruzione, diventa un’intollerabile scusa per la passività e l’inazione nelle epoche di benessere.
Se avessimo sempre combattuto il male, tutto il male anziché solo una parte, forse avremmo risparmiato a noi stessi e soprattutto ad altri una lunga serie di incubi. Come quelli che tormentarono le notti degli abitanti di quelle terre di mezzo che da borderlands diventarono bloodlands, territori di frontiera intrisi del sangue di vittime innocenti. Proprio di questo si occupa il saggio di Snyder, dei popoli che dovettero subire la dominazione e le politiche di annientamento di entrambi i totalitarismi, quello nazista e quello comunista. Insomma di quelle anime perse che passarono due volte per il tritacarne dell’ideologia e che ne rimasero brutalmente schiacciate. Polonia, Ucraina, Bielorussia, Paesi Baltici appunto: qui rossi e neri si succedettero, si scontrarono, si spartirono il bottino, si alimentarono a vicenda. Qui Stalin e Hitler commisero gli stessi atroci crimini, sulle stesse popolazioni, in analoga misura, con metodi ed obiettivi praticamente identici. Qui l’artificiosa distinzione tra male assoluto e male necessario, mantenuta dai profeti dell’ipocrisia nei decenni successivi, perse fin da subito qualsiasi significato:
This region was also the site of most of the politically motivated killing in Europe—killing that began not in 1939 with the invasion of Poland, but in 1933, with the famine in Ukraine. Between 1933 and 1945, fourteen million people died there, not in combat but because someone made a deliberate decision to murder them.
Non a caso i nazisti potevano declinare le loro ambizioni sull’Ucraina dichiarando che il socialismo in un solo paese sarebbe stato rimpiazzato dal socialismo per la razza tedesca; non a caso sia Hitler che Stalin scatenarono una guerra senza quartiere contro le élites intellettuali, politiche e religiose di quei paesi; non a caso il trattamento dei prigionieri di guerra rispondeva su entrambi i fronti alle stesse logiche assassine, la morte per inedia e per abbandono nei rispettivi campi di detenzione (almeno nei primi anni di conflitto). Da qui la necessità di studiare le atrocità naziste e sovietiche come parte di una comune storia del terrore, perché è così che le vittime delle bloodlands le hanno vissute e patite, ma anche di capire come i due totalitarismi si alimentassero a vicenda:
Yet Snyder does not exactly compare the two systems either. His intention, rather, is to show that the two systems committed the same kinds of crimes at the same times and in the same places, that they aided and abetted one another, and above all that their interaction with one another led to more mass killing than either might have carried out alone.
Ma uno degli spunti di riflessione più originali viene dalla riconsiderazione che Snyder compie del ruolo dei campi di concentramento e dei prigionieri che vi furono rinchiusi. Contrariamente a quanto si è portati a pensare, la maggior parte delle vittime dei due regimi totalitari non trovò la morte nei lager e nei gulag ma fu il prodotto di politiche di sterminio portate a termine con modalità e tempistiche diverse,  esecuzioni di massa, camere a gas, fucilazioni, decessi per fame indotti da politiche genocide. Sia nel caso tedesco che in quello sovietico i campi erano destinati allo sfruttamento di una enorme forza lavoro ridotta in schiavitù per alimentare le rispettive macchine da guerra (interne ed esterne). Certamente vi furono milioni di morti anche all’interno dei campi, per la durezza del lavoro e le precarie condizioni di vita, ma gli internati, a differenza di coloro che vennero giustiziati in numero ben maggiore al di fuori dei sistemi concentrazionari, servivano vivi. Quell’Arbeit macht frei non era solo un macabro ghigno rivolto a chi entrava ad Auschwitz o a Dachau ma conteneva un fondo di verità (il lavoro forzato): tanto è vero che, mentre abbiamo immagini di sopravvissuti ai lager e ai gulag, praticamente non vi sono testimonianze dirette degli stermini di massa avvenuti nelle foreste, nelle campagne, tra le montagne, al riparo da sguardi indiscreti. Perché è importante questa valutazione? Perché fa cadere la falsa dicotomia, alimentata da decenni di ipocrisia politicamente motivata, tra campi di sterminio (nazisti) e campi di lavoro (comunisti), tra un sistema concepito per uccidere ed un altro in cui la morte era solo una possibile conseguenza, quasi un fattore accidentale, anche se accettato o previsto. In realtà sia il lager che il gulag erano industrie di schiavi, luoghi in cui l’uomo veniva usato come bestia da lavoro e spremuto fino alle ultime conseguenze. Ma anche luoghi in cui, se in grado di lavorare al servizio dei propri carcerieri, un prigioniero aveva qualche possibilità di sopravvivenza. Sono questioni enormi, me ne rendo conto, che richiederebbero analisi molto più approfondite. Ma alcune linee guida si possono comunque tracciare.
La Applebaum si sofferma poi sul concetto di genocidio, partendo dai limiti della sua definizione, frutto di una decisione essenzialmente politica condizionata dagli equilibri scaturiti dalla conclusione della seconda guerra mondiale. L’opposizione dell’Unione Sovietica, una delle potenze uscite vittoriose dal conflitto (almeno formalmente), impedì che la definizione di genocidio adottata dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 includesse la distruzione intenzionale di gruppi politici, sociali ed economici. Soltanto i crimini commessi contro gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi rientrarono nel testo finale. I motivi sono ovvi dato che, se fosse andata diversamente, i sovietici avrebbero dovuto rispondere davanti alla comunità internazionale delle loro campagne omicide contro i nemici di classe e gli oppositori politici. Il vizio d’origine di questa definizione si sarebbe trascinato come un macigno nei decenni successivi, condizionando non solo il dibattito storiografico ma la stessa percezione dei massacri compiuti dai regimi totalitari da parte dell’opinione pubblica. Ancora oggi la nostra concezione della storia del XX secolo risulta distorta a causa del compromesso storico tra democrazie e stalinismo.
Un patto col diavolo di cui, ancor più tristemente, hanno fatto le spese per quasi cinquant’anni i popoli dell’Europa dell’Est che avevano già sofferto le atrocità delle anteriori occupazioni e della guerra. Alla liberazione di una parte del continente corrispose la consegna dell’altra metà alla dittatura comunista, un peso politico e morale difficilmente sostenibile per chiunque abbia combattuto in nome della democrazia:
As a result, we liberated one half of Europe at the cost of enslaving the other half for fifty years. We really did win the war against one genocidal dictator with the help of another. There was a happy end for us, but not for everybody. This does not make us bad—there were limitations, reasons, legitimate explanations for what happened. But it does make us less exceptional. And it does make World War II less exceptional, more morally ambiguous, and thus more similar to the wars that followed.
La coltre di silenzio calata sulle terre dell’Europa orientale per mezzo secolo non fu solo quella imposta da Mosca e dai gerarchi comunisti che per conto dell’Unione Sovietica reggevano le sorti dei rispettivi paesi, ma ebbe il suo corrispettivo anche nella pavida e spesso complice condiscendenza delle classi politiche e soprattutto delle élites culturali occidentali, ben liete queste ultime di farsi portavoce delle parole d’ordine dell’ideologia e di propagandare le virtù del socialismo reale. E’ un’onda lunga la cui portata non si è ancora esaurita.
Ma torniamo al genocidio, per concludere. Uno dei problemi fondamentali è che la sua definizione pone l’accento più sulla categoria delle vittime che non sulla responsabilità degli esecutori. E’ come se considerassimo omicidio solo l’uccisione di uomini con certe caratteristiche di età, peso e titoli accademici, lasciando il resto dei comuni mortali senza protezione giuridica. Un nome è solo un nome, si dirà. Ma non nelle corti di giustizia, dove la forma è sostanza, e nemmeno nella valutazione del crimine di massa da parte della collettività. Da qui la reticenza di politici, storici e società civile a qualificare come genocidi una serie di massacri la cui corrispondenza alla definizione ufficiale non fosse strettamente ed immediatamente attribuibile, come se per le vittime facesse qualche differenza, come se la gravità e la portata di un crimine di stato dipendessero non tanto dalle caratteristiche oggettive dell’atto (numero di morti, modalità di esecuzione, intenzionalità, conseguenze e così via) quanto da una decisione politica presa a tavolino in un preciso momento storico e dettata da esigenze di realpolitik. La Applebaum fa riferimento, tra gli altri, al classico caso del genocidio armeno, oggetto di controversie politico-diplomatiche mai del tutto risolte. Ma perfino uno storico dell’Unione Sovietica del calibro di Robert Service, nel suo A History of Modern Russia, evita di qualificare la carestia ucraina come genocidio sulla base del fatto che gli ucraini in quel momento non costituivano che il settanta per cento della popolazione del territorio colpito e che in senso stretto Stalin non avrebbe perseguito una politica di annientamento di un gruppo etnico in quanto tale. Naimark, al contrario, in Stalin’s Genocides assume che, anche in base all’attuale enunciato della Convenzione delle Nazioni Unite, i crimini del regime staliniano nei confronti della popolazione ucraina, dei kulak, e di altri gruppi etnici minoritari sarebbero atti di genocidio. Tutto ciò rende necessaria una ridefinizione del concetto o, meglio, un suo superamento. A mio avviso occorrerebbe parlare semplicemente di stermini di massa o, come suggerisce la Applebaum, di “assassini di massa compiuti per ragioni politiche”. Questa democratizzazione del termine, aumentandone il valore universale e superandone le limitazioni imposte da compromessi diplomatici che nulla hanno a che vedere con la sofferenza delle vittime, consentirebbe anche di chiarire una volta per tutte un equivoco sul quale generazioni di studenti e di storici si sono costantemente incagliati: quello dell’unicità dell’Olocausto. Ragioni, di nuovo, prevalentemente ideologiche hanno suggerito a molti – e non parlo qui degli ebrei, i quali forse hanno diritto a considerare la loro situazione storica da un punto di vista non strettamente obiettivo – di mantenere Auschwitz in una categoria a parte, in un luogo della memoria collettiva separato dal resto, come se si trattasse di una parentesi avulsa dalla storia, di una tragedia non paragonabile ad altre esperienze analoghe. Io credo che nella pretesa unicità della Shoah si nasconda il rischio della rimozione di tutto quanto Shoah non sia. Ma non si può capire l’Olocausto senza inserirlo nella storia dei totalitarismi del XX secolo. Non si possono onorarne le vittime senza costruire giorno dopo giorno una coscienza antitotalitaria complessiva, integrale, assoluta. E’ proprio perché questa presa di coscienza collettiva non si è realizzata (e in molti casi non è nemmeno cominciata) che dopo quell’unicum ce ne sono stati molti altri. E non è finita. Se si avesse finalmente il coraggio di collocare Auschwitz dentro la storia – e il libro di Snyder certamente contribuisce all’evoluzione del dibattito – , si comincerebbe a colmare il divario che separa il ricordare dal non dimenticare per non ripetere. Non basta dire mai più. Bisogna crederci sempre e in qualunque luogo. Troppe vittime aspettano ancora che si renda loro omaggio, troppi campi della morte devono ancora ospitare il loro 27 gennaio, troppi carnefici sono stati perdonati dal sonno della memoria. Mai più.

16 nov. 2011

Non vogliono il governo tecnico. Il video dei kuwaitiani dentro il parlamento nazionale. C'è vita oltre Monti.
Riassunto Italia.
- I "liberali" italiani sono un caso clinico. Prima vedono in Berlusconi l'erede di Einaudi; poi fanno di tutto per farlo cadere, si buttano tra le braccia di Fini e aprono le porte del governo a Vendola; infine si aggrappano a Monti neanche fosse arrivata la Thatcher. Speriamo che si estinguano, non manca molto. Così ripartiamo davvero.
- Berlusconi, eletto, era una ferita sanguinante della democrazia. Monti, non eletto, è il medico che la curerà. In Italia il Presidente dei carri armati spiega che il governo tecnico rientra pienamente nelle regole democratiche, che la dialettica politica è solo sospesa, ma poi riprenderà. E nessuno che alzi la mano e gli faccia una domanda. Bravi tutti.
- Siamo sotto tutela di un governo di salute pubblica, e siamo contentissimi. Il prossimo passo sarà farci dare la lista dei ministri da Berlino o Parigi. E allora sarà l'apoteosi.
- Ma la classe politica non si vergogna? E' stata esautorata, dichiarata ufficialmente incompetente, messa alla porta da un golpe di palazzo, tra gli applausi dei "liberali" che confondono Monti con Reagan, dei socialisti che confondono Monti con Nenni, della stampa che confonde Monti con il Papa (per l'infallibilità). E adesso tutti a votare la fiducia, senza fiatare.
- Quelli che denunciano un giorno sì e l'altro pure la tecnocrazia politico-finanziaria europea come una casta di nominati, che prende decisioni a prescindere e spesso contro la volontà popolare, sono gli stessi che oggi inneggiano al governo dei non eletti capeggiato da Monti. Differenza? Berlusconi.
P.S. Ovviamente il vice-direttore del Post, Christian Rocca, saluta con soddisfazione la nuova tappa. Se il Rocca dell'ultimo anno me lo raccontassero, non ci crederei.

14 nov. 2011

Leggo Guerra e Pace. E' la prima volta, il coraggio uno non se lo può dare. Una sceneggiatura immensa. Quanti mondi dentro un solo uomo. Giusto Tolstoj poteva prendersi certe licenze: fatti che si accavallano e si scavallano senza logica apparente, salti in avanti e repentine retromarce, personaggi che cambiano radicalmente pensiero e azione nel giro di poche scene. L'avesse pensato un altro lo lasceresti dopo due capitoli. L'ha scritto lui e non riesci a smettere. Cosa fa di un romanzo un'opera d'arte? Mettiamola così. Quel che Tolstoj concentra in una pagina Baricco non ce la fa a descriverlo in trecento. Cioè, se Guerra e Pace fosse di Baricco (e chiedo scusa) sarebbe lungo quattrocentoquarantunmila fogli. E' come riscrivere Seta quattromilaottantatre volte, cambiando sempre le parole. Nell'Impero zarista tutta quella carta non c'era. Poi arrivarono i comunisti e stamparono un sacco di volantini.

10 nov. 2011

Froci. Oggi scopro dal Corriere che dichiarare che due maschi a letto non possono fare figli è omofobo. Difficile che una civiltà così ipocrita e ridicola possa un giorno rialzare la testa.

8 nov. 2011

Ma pensa. Oggi il teorico italiano dell'equivalenza fra sinistra e liberalismo (concetto che, solo a scriverlo, provoca allergia) cita - probabilmente senza averlo letto - un articolo in cui Vargas Llosa, scrittore lui sì liberale, gli spiega in un breve passaggio - senza saperlo e senza volerlo - perché è difficile dire una sciocchezza più grande, dal punto di vista politico, intellettuale e morale:
In the United States, the term "liberal" has come to be associated with leftism, socialism, and an ambitious role for government in the economy. Many who describe their politics as "liberal" emphatically favor measures which desire to push aside free enterprise. Some who call themselves liberal show even greater hostility toward business, loudly protesting the very idea of economic freedom and promoting a vision of society not so different from the failed utopian experiments of history's socialist and fascist regimes.
In Latin America and Spain, where the word "liberal" originated to mean an advocate of liberty, the left now uses the label as an invective.
Comunque non c'è bisogno di essere Vargas Llosa. Basta aver aperto il sussidiario al capitolo sul XX secolo.

3 nov. 2011

Occupy Donosti/2. C'è un aspetto particolarmente ripugnante in questa politica del perdono che la Spagna sta promuovendo: il ricatto emozionale del governo verso le vittime del terrorismo. Se perdoni gli assassini di tuo padre o di tua sorella – dicono i governanti - sei una persona rispettabile che accetta di passare pagina per un bene superiore, la pace sociale. Se non accetti però, sei un rancoroso che si interpone come un ostacolo nel nostro processo. La società ti giudicherà come meriti. Ecco, nessuna vittima dovrebbe soffrire questa umiliazione, nessun governo decente dovrebbe costringere le vittime a una scelta di questo tipo. Il perdono è un atto individuale e non obbligatorio per definizione. Quando si fa campagna istituzionale e atto dovuto diventa una vigliaccata.