1972
18/05/2012
03/05/2012
Storia del cinese cieco e dei suoi falsi amici. C'era una volta un cinese cieco. Era una brava persona, aiutava la gente, parlava con le madri che non volevano abortire. Come sempre succede, a qualcuno non piaceva la sua buona volontà. Un giorno arriva un ordine dalla capitale e il cinese cieco di buona volontà e la sua famiglia sono cacciati dal loro villaggio e mandati a svernare altrove. Non possono muoversi e sono controllati dalle guardie del governo in ogni momento. Sembra che siano in galera ma non sono criminali, solo persone per bene a cui qualcuno ha deciso di fare del male. Un giorno la galera finisce e il cinese cieco e i suoi tornano a casa. Ma anche questa volta la casa ha l'aspetto di una prigione. Perché fuori ci sono dei cani rabbiosi che girano intorno e non lasciano uscire nessuno. Una notte, approfittando del sonno dei cani rabbiosi, il cinese cieco salta dalla finestra e si mette a correre. Si fa male a un piede ma non vuole fermarsi, perché sa che se rallenta i cani rabbiosi lo raggiungeranno. Lungo la strada trova alcuni amici che lo portano lontano, fino alla capitale. Il cinese cieco ha sentito che nella capitale ci sono degli uomini che possono aiutarlo. Sono forestieri e vivono là per lavoro. Vengono da un grande paese, una terra veramente libera, chiamata America. Il cinese cieco va a casa di questi uomini, certo della loro accoglienza. Ma, per sua sorpresa, quegli stranieri così ben vestiti non sembrano molto contenti di vederlo. Invece di festeggiare il suo arrivo, cominciano a guardarsi intorno preoccupati e a fare un mucchio di telefonate. Al cinese cieco piacerebbe tanto visitare la terra libera da cui vengono quei forestieri ma non lo dice, aspettando che siano loro ad invitarlo. Invece, la mattina dopo, i suoi ospiti gli dicono che è meglio che se ne vada, che quella non è proprio casa loro e che i veri padroni di casa non hanno piacere che lui alloggi lì. Il cinese cieco non sa cosa fare ma, alla fine, si convince che è meglio ascoltare quel consiglio per evitare che la sua famiglia ne soffra. Dicendo di voler curare la sua ferita al piede, i signori ben vestiti della terra libera lo accompagnano all'ospedale. Qui, ad aspettarlo, trova i veri padroni di casa che lo prendono in custodia e lo sottraggono a sguardi indiscreti. Il cinese cieco si accorge che quei forestieri in fondo erano più amici dei padroni di casa che amici suoi. E comincia ad avere paura e a raccontare la sua storia alla gente. Ma nessuno può aiutarlo, perché i padroni di casa non lo lasciano mai solo. Da lontano il cinese cieco sente i cani rabbiosi abbaiare. E capisce che qualcuno lo ha tradito.
Gli intoccabili e l'intoccabile. La decisione di @christianrocca, @lucasofri e @francescocosta di impedirmi l'accesso al loro profilo Twitter dice molto della nuova casta del giornalismo italiano.
28/04/2012
Descamisados. Avevo avvisato. Cristina Kirchner va fermata prima che sia tardi. Il giro nazionalista sulle Falklands ha trovato la sua naturale conseguenza nell'espropriazione del 51% di Repsol YPF, avvenuta pochi giorni dopo. I due avvenimenti sono strettamente collegati sul piano ideologico: la denuncia del colonialismo britannico si concretizza nell'attacco frontale a un colosso petrolifero straniero, accusato nemmeno troppo sottilmente di sfruttare le risorse del sottosuolo argentino in contrasto con gli interessi nazionali. Gli ingredienti di questa deriva populista sono noti, e Buenos Aires si posiziona ufficialmente sulla linea rossa tracciata in precedenza da Caracas, La Paz, Quito. Seguiranno Brasilia e Montevideo. Questa è la prima riflessione, quasi ovvia. La seconda, meno ovvia, è la seguente. Repsol YPF è (era) un'azienda privata, il cui presidente, il catalano Brufau, non ha mai dimostrato nessuno scrupolo nell'investire in paesi in cui il quadro di protezione legale del business è - per usare un eufemismo - quantomeno incerto. Famosa l'immagine dell'industriale seduto sotto il ritratto gigante di Che Guevara, nel corso di una riunione con il presidente boliviano Evo Morales. Ora, anche volendo scomodare il concetto di impresa di interesse nazionale, essendo Brufau il responsabile principale di un'azienda privata e non statale, non c'è alcuna ragione per cui il governo di Madrid debba intervenire nella questione. I dirigenti di Repsol sono persone responsabili delle loro azioni e, quando decidono di andare a fare affari nella giungla, lo fanno evidentemente conoscendone tutte le possibili implicazioni. Se Brufau è così amico dei capi di stato bolivariani, perché non è riuscito a salvare Repsol YPF? Perché non garantisce per loro di fronte agli altri imprenditori spagnoli ed europei in preda al panico per quello che potrà succedere da ora in avanti? Per farla breve: se oggi vai a farti fotografare sotto il ritratto di Che Guevara, puoi anche pensare che magari domani l'azienda qualcuno te la porta via. Detto questo, qualcuno fermi la Kirchner, la sua gioventù peronista e il suo viceministro dell'economia.
26/04/2012
Canta che ti passa. In Norvegia oggi quarantamila persone hanno cantato una canzone che (cito da Il Post) "parla di un cielo pieno di stelle, del mare azzurro e di terre piene di fiori, dove vivono i bambini dell’arcobaleno". L'hanno fatto per manifestare contro Breivik, il serial killer che qualche mese fa ha sterminato a sangue freddo una settantina di persone. Per capirci: un nazista biondo fa una strage di proporzioni epiche, semina il terrore per ore, ammazza come conigli decine di ragazzi, e i norvegesi - invece di sotterrarlo vivo - gli dedicano un motivetto da figli dei fiori. Diranno che è una forma altissima di protesta civile. Diranno che dimostra la superiorità della civiltà dell'amore e della convivenza sulla brutalità della violenza. Diranno che è un esempio dello sviluppo sociale dei paesi scandinavi. Diranno un sacco di stronzate come queste. Ma non diranno che con questa pagliacciata politicamente corretta la Norvegia si è definitivamente consegnata al suo assassino, dimostrando che ama l'idea che ha di se stessa e del suo presunto modello più dei suoi figli. Lo si era già intuito il giorno dello sterminio, quando mandarono poliziotti disarmati a fermare il criminale impazzito, un'ora e mezza dopo, con la proverbiale calma socialdemocratica. Poi quella prigione, tirata a lucido, piena di accessori, mancava il cinemascope (o c'era?). E questo giudizio, bellino, pulito, profumato, in perfetto stile progre, con il nazista che piange, rivendica, e quella voglia matta di dichiararlo malato di mente e non se ne parli più. Tutto molto civile, in effetti. Come lo zecchino d'oro di oggi. Nessuno che in tutti questi mesi abbia preso un fucile e sia andato a fare quel che il modernissimo stato norvegese non sarà mai in grado di garantire, un minimo di giustizia. Breivik finirà per insegnare educazione civica ai bambini, dopo qualche anno di carcere alla Pablo Escobar. Ogni volta che penso al modello scandinavo mi vengono i conati di vomito.
In fila per tre. La parata del 15 aprile a Pyongyang, vista dall'alto. Quella enorme macchia rossa sono nordcoreani schierati.


04/04/2012
Birmania, istruzioni per l'uso. Fino a un anno e mezzo fa, in Birmania, pronunciare pubblicamente il nome di Aung San Suu Kyi era proibito. Per non parlare della sua foto o del suo partito. Domenica scorsa il premio Nobel per la Pace è stata eletta per la prima volta al parlamento, le sue immagini sono da mesi esposte nelle strade di città e villaggi e la Lega Nazionale per la Democrazia ha vinto quasi tutti i seggi in palio nelle elezioni suppletive (più di 40 su un totale di 45). Sembra un miracolo o, per i non credenti, la realizzazione di quella via birmana alla democrazia promessa da tempo dalla giunta militare.
Tutto bene, quindi? Troppo presto per dirlo. E' innegabile l'importanza di quanto avvenuto nel paese da quando Thein Sein, l'ex generale convertitosi in presidente della nazione, ha avviato il suo processo riformatore. Centinaia di prigionieri politici sono stati scarcerati, la censura sui media rilassata, il principale partito di opposizione legalizzato, i rapporti diplomatici con l'occidente ripresi. Gli ottimisti hanno certamente ragione ad esultare. Ma forse gli scettici non meritano ancora di essere messi da parte come anticaglie. Rimangono nelle prigioni birmane un migliaio di dissidenti, i militari continuano a detenere di fatto il controllo politico, la stampa resta condizionata dal regime e soprattutto mancano tutte le più elementari premesse legali, giuridiche e culturali per l'affermazione dello stato di diritto. In qualsiasi momento la casta civil-militare al potere potrebbe decidere di fare marcia indietro, e nessuno - nemmeno formalmente - sarebbe in grado di impedirglielo. Quelle che seguono sono alcune considerazioni sulle conseguenze del voto di domenica.
- L'errore più comune delle cancellerie occidentali è stato salutare l'elezione al parlamento di Aung San Suu Kyi come un punto di svolta nel processo di democratizzazione del paese. C'è una gran voglia di alleggerire le sanzioni e di cominciare a fare affari. Legittimo, ma pericoloso. In realtà un vero e proprio processo riformatore non esiste al momento. Abbiamo assistito ad una serie di gesti isolati da parte di Thein Sein, certamente significativi ma difficilmente inquadrabili all'interno di un preciso programma di modernizzazione. Siamo di fronte a gentili concessioni dalle quali non è ancora possibile ricavare la certezza di una effettiva volontà di cambiamento.
- La rapidità con cui il governo ha agito affinché Aung San Suu Kyi potesse reincorporarsi nella vita politica del paese sembra rispondere più a un disegno di legittimazione internazionale che ad una sorta di ravvedimento sincero, a fronte delle ingiustizie cui è stata sottoposta nel corso degli anni. Invece che un segnale concreto verso la riabilitazione della sua figura, la sua elezione rappresenta ad oggi la via diretta per cooptare e assimilare la più famosa dissidente del mondo all'interno delle strutture di potere. Includerla per neutralizzarla. In una parola, usarla. Non a caso la parziale vittoria elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia avviene in una fase iniziale e incerta delle cosiddette riforme, e non al termine di un processo condiviso e concordato tra governo e opposizione. La presunta transizione è guidata e diretta da quella stessa classe politico-militare che fino a ieri si era rifiutata persino di contemplarla, e non presenta nessuna delle caratteristiche proprie di un passaggio di potere. Non è quindi in grado, di per sé, di favorire il consolidamento di un'alternativa politica all'attuale classe dirigente. In questo contesto il riconoscimento immediato del risultato elettorale da parte di Thein Sein deve essere interpretato come un campanello d'allarme, contrariamente a quanto si potrebbe pensare: il piano del regime sta dando i frutti sperati. Con la normalizzazione di Aung San Suu Kyi sarà più facile allentare la morsa delle sanzioni e presentarsi come un interlocutore affidabile sulla scena diplomatica. Magari mi sbaglio e i militari son diventati agnellini. Ma altre opzioni sono aperte, mi sembra.
- Per rendersi conto dello scollamento fra istituzioni e paese basta guardare all'attuale composizione del parlamento birmano. I seggi conquistati dalla LND rappresentano poco più del 5 per cento del totale, mentre gli esponenti legati al regime per affiliazione politica o appartenenza alle forze armate sono circa il 75 per cento. Tecnicamente l'opposizione non ha nessuna possibilità di influenzare le politiche del governo. A livello ideale e simbolico, è vero, la presenza di Aung San Suu Kyi a Naypyidaw presenta elementi di indubbio interesse e perfino potenzialità destabilizzatrici. Ma questo dipende soprattutto da come lei interpreterà il suo ruolo, se in appoggio o in contrapposizione ai militari. Anche qui, il tempo dirà.
In ogni caso, estrapolando - senza pretese di scientificità - l'appoggio ricevuto dalla Lega in questa tornata parziale (sembra si aggiri sull'80 per cento dei voti), la proiezione a livello nazionale assegnerebbe a questo partito circa 400 seggi su un totale di 664, un 60 per cento del totale, dal momento che i generali deterrebbero a priori un 25 per cento degli scanni che nessuno potrebbe toccare. Per cambiare la costituzione è necessario arrivare al 75 per cento. Ammesso e non concesso che nel 2015 (data prevista per le prossime elezioni generali) il voto sia regolare, il consenso ad Aung San Suu Kyi si mantenga intatto e il regime riconosca la sconfitta, nemmeno così l'opposizione sarebbe nelle condizioni di cambiare le regole del gioco. In tre anni, comunque, possono succedere molte cose, in un senso o nell'altro.
- I birmani hanno votato e possono chiaccherare di politica con meno timore di prima, ma il paese non è cambiato. La povertà e il degrado economico sono piaghe endemiche, i rifugiati continuano ad affollare i campi profughi al confine con la Thailandia, completamente dimenticati da tutti, i conflitti etnici continuano con intensità crescente, nonostante i tentativi di Naypyidaw di dimostrare il contrario e, dulcis in fundo, le prigioni trattengono ancora centinaia di oppositori, forse più di un migliaio. I generali possono aver posato le uniformi, ma la guerra non è finita.
- Infine, provo a rispondere alla domanda sottesta a tutte le analisi degli ultimi mesi. Dando per buona la veridicità del processo in atto e la buona fede delle parti in causa, come è possibile che un regime militare brutale come quello birmano si apra alle riforme? Tralascio le ragioni utilitaristiche per concentrarmi su aspetti di dottrina politica. Per me la chiave di interpretazione è la seguente. Per quanto repressiva, la dittatura birmana non era (è) fondata su un'ideologia, su un discorso politico autoritario. Il potere dei generali si è sempre appoggiato su altri elementi: la forza dell'esercito, l'intimidazione e il controllo sociale tramite la rete di spie, la corruzione. Nemmeno il nazionalismo ha costituito un vero e proprio collante ideologico, in quanto utilizzato principalmente in chiave negativa, come strumento di lotta contro le etnie minoritarie. I sistemi oppressivi prodotti o sostenuti da un'ideologia sono irriformabili. Nel momento in cui cambiano le premesse del discorso politico autoritario, per ragioni che adesso non è possibile approfondire, crolla l'intera struttura di potere. L'esempio classico è rappresentato dalla caduta dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991. Una crepa nel muro determina la fine del sistema. In Unione Sovietica, la perestroika nasce per salvare il moloch ma finisce rapidamente sepolta sotto le sue macerie. Al contrario, nei regimi dittatoriali a-ideologici, come quello birmano, una decisione d'imperio può avviare un cambiamento senza mettere in discussione l'esistenza stessa dell'organismo malato. Per farla breve, nel contesto birmano il cambiamento è (teoricamente) possibile agendo solo sul piano formale (le istituzioni) e sul piano sostanziale (i rapporti di forza fra stato e cittadini), mentre l'ideologia corrompe immediatamente l'essenza di un sistema, e ne determina la sua natura fino a diventarne ontologicamente inseparabile. Volendo semplificare, è la differenza che passa fra autoritarismo e totalitarismo, o tra fascismo e comunismo. L'argomento merita ben altro spazio, ma mi fermo qui. I commenti sono aperti.
Tutto bene, quindi? Troppo presto per dirlo. E' innegabile l'importanza di quanto avvenuto nel paese da quando Thein Sein, l'ex generale convertitosi in presidente della nazione, ha avviato il suo processo riformatore. Centinaia di prigionieri politici sono stati scarcerati, la censura sui media rilassata, il principale partito di opposizione legalizzato, i rapporti diplomatici con l'occidente ripresi. Gli ottimisti hanno certamente ragione ad esultare. Ma forse gli scettici non meritano ancora di essere messi da parte come anticaglie. Rimangono nelle prigioni birmane un migliaio di dissidenti, i militari continuano a detenere di fatto il controllo politico, la stampa resta condizionata dal regime e soprattutto mancano tutte le più elementari premesse legali, giuridiche e culturali per l'affermazione dello stato di diritto. In qualsiasi momento la casta civil-militare al potere potrebbe decidere di fare marcia indietro, e nessuno - nemmeno formalmente - sarebbe in grado di impedirglielo. Quelle che seguono sono alcune considerazioni sulle conseguenze del voto di domenica.
- L'errore più comune delle cancellerie occidentali è stato salutare l'elezione al parlamento di Aung San Suu Kyi come un punto di svolta nel processo di democratizzazione del paese. C'è una gran voglia di alleggerire le sanzioni e di cominciare a fare affari. Legittimo, ma pericoloso. In realtà un vero e proprio processo riformatore non esiste al momento. Abbiamo assistito ad una serie di gesti isolati da parte di Thein Sein, certamente significativi ma difficilmente inquadrabili all'interno di un preciso programma di modernizzazione. Siamo di fronte a gentili concessioni dalle quali non è ancora possibile ricavare la certezza di una effettiva volontà di cambiamento.
- La rapidità con cui il governo ha agito affinché Aung San Suu Kyi potesse reincorporarsi nella vita politica del paese sembra rispondere più a un disegno di legittimazione internazionale che ad una sorta di ravvedimento sincero, a fronte delle ingiustizie cui è stata sottoposta nel corso degli anni. Invece che un segnale concreto verso la riabilitazione della sua figura, la sua elezione rappresenta ad oggi la via diretta per cooptare e assimilare la più famosa dissidente del mondo all'interno delle strutture di potere. Includerla per neutralizzarla. In una parola, usarla. Non a caso la parziale vittoria elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia avviene in una fase iniziale e incerta delle cosiddette riforme, e non al termine di un processo condiviso e concordato tra governo e opposizione. La presunta transizione è guidata e diretta da quella stessa classe politico-militare che fino a ieri si era rifiutata persino di contemplarla, e non presenta nessuna delle caratteristiche proprie di un passaggio di potere. Non è quindi in grado, di per sé, di favorire il consolidamento di un'alternativa politica all'attuale classe dirigente. In questo contesto il riconoscimento immediato del risultato elettorale da parte di Thein Sein deve essere interpretato come un campanello d'allarme, contrariamente a quanto si potrebbe pensare: il piano del regime sta dando i frutti sperati. Con la normalizzazione di Aung San Suu Kyi sarà più facile allentare la morsa delle sanzioni e presentarsi come un interlocutore affidabile sulla scena diplomatica. Magari mi sbaglio e i militari son diventati agnellini. Ma altre opzioni sono aperte, mi sembra.
- Per rendersi conto dello scollamento fra istituzioni e paese basta guardare all'attuale composizione del parlamento birmano. I seggi conquistati dalla LND rappresentano poco più del 5 per cento del totale, mentre gli esponenti legati al regime per affiliazione politica o appartenenza alle forze armate sono circa il 75 per cento. Tecnicamente l'opposizione non ha nessuna possibilità di influenzare le politiche del governo. A livello ideale e simbolico, è vero, la presenza di Aung San Suu Kyi a Naypyidaw presenta elementi di indubbio interesse e perfino potenzialità destabilizzatrici. Ma questo dipende soprattutto da come lei interpreterà il suo ruolo, se in appoggio o in contrapposizione ai militari. Anche qui, il tempo dirà.
In ogni caso, estrapolando - senza pretese di scientificità - l'appoggio ricevuto dalla Lega in questa tornata parziale (sembra si aggiri sull'80 per cento dei voti), la proiezione a livello nazionale assegnerebbe a questo partito circa 400 seggi su un totale di 664, un 60 per cento del totale, dal momento che i generali deterrebbero a priori un 25 per cento degli scanni che nessuno potrebbe toccare. Per cambiare la costituzione è necessario arrivare al 75 per cento. Ammesso e non concesso che nel 2015 (data prevista per le prossime elezioni generali) il voto sia regolare, il consenso ad Aung San Suu Kyi si mantenga intatto e il regime riconosca la sconfitta, nemmeno così l'opposizione sarebbe nelle condizioni di cambiare le regole del gioco. In tre anni, comunque, possono succedere molte cose, in un senso o nell'altro.
- I birmani hanno votato e possono chiaccherare di politica con meno timore di prima, ma il paese non è cambiato. La povertà e il degrado economico sono piaghe endemiche, i rifugiati continuano ad affollare i campi profughi al confine con la Thailandia, completamente dimenticati da tutti, i conflitti etnici continuano con intensità crescente, nonostante i tentativi di Naypyidaw di dimostrare il contrario e, dulcis in fundo, le prigioni trattengono ancora centinaia di oppositori, forse più di un migliaio. I generali possono aver posato le uniformi, ma la guerra non è finita.
- Infine, provo a rispondere alla domanda sottesta a tutte le analisi degli ultimi mesi. Dando per buona la veridicità del processo in atto e la buona fede delle parti in causa, come è possibile che un regime militare brutale come quello birmano si apra alle riforme? Tralascio le ragioni utilitaristiche per concentrarmi su aspetti di dottrina politica. Per me la chiave di interpretazione è la seguente. Per quanto repressiva, la dittatura birmana non era (è) fondata su un'ideologia, su un discorso politico autoritario. Il potere dei generali si è sempre appoggiato su altri elementi: la forza dell'esercito, l'intimidazione e il controllo sociale tramite la rete di spie, la corruzione. Nemmeno il nazionalismo ha costituito un vero e proprio collante ideologico, in quanto utilizzato principalmente in chiave negativa, come strumento di lotta contro le etnie minoritarie. I sistemi oppressivi prodotti o sostenuti da un'ideologia sono irriformabili. Nel momento in cui cambiano le premesse del discorso politico autoritario, per ragioni che adesso non è possibile approfondire, crolla l'intera struttura di potere. L'esempio classico è rappresentato dalla caduta dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991. Una crepa nel muro determina la fine del sistema. In Unione Sovietica, la perestroika nasce per salvare il moloch ma finisce rapidamente sepolta sotto le sue macerie. Al contrario, nei regimi dittatoriali a-ideologici, come quello birmano, una decisione d'imperio può avviare un cambiamento senza mettere in discussione l'esistenza stessa dell'organismo malato. Per farla breve, nel contesto birmano il cambiamento è (teoricamente) possibile agendo solo sul piano formale (le istituzioni) e sul piano sostanziale (i rapporti di forza fra stato e cittadini), mentre l'ideologia corrompe immediatamente l'essenza di un sistema, e ne determina la sua natura fino a diventarne ontologicamente inseparabile. Volendo semplificare, è la differenza che passa fra autoritarismo e totalitarismo, o tra fascismo e comunismo. L'argomento merita ben altro spazio, ma mi fermo qui. I commenti sono aperti.
03/04/2012
Basta ya. Uno sente parlare Cristina Kirchner e gli vien voglia di invadere l'Argentina. E' incredibile come certe classi dirigenti, certi paesi non imparino mai nulla dai loro errori. La grottesca pretesa della dittatura fascista di andarsi a prendere le Falklands, trent'anni fa, è sostanzialmente rivendicata oggi da una signora che si dichiara di sinistra. Non importa il colore politico quando il nazionalismo e il populismo sono valori fondanti, probabilmente gli unici in grado di coprire un drammatico vuoto di idee e di programma. Il ricorso alla retorica anti-imperialista, l'attacco diretto alla Gran Bretagna, la sbandierata esistenza di diritti storici sul territorio conteso: sembra di sentire Galtieri. Ricordo quando arrivai in Spagna, dieci anni fa. Ricorreva il ventennale e i giornali erano pieni di ricostruzioni. Negli editoriali i generali avevano nettamente la meglio. L'arroganza era quella inglese. Da allora giudico le persone dalla loro opinione sulla guerra delle Falklands. Se dicono Malvinas, cambio discorso e interlocutore.
Tanto chi legge è scemo. E così, dopo un'altra settimana Incom di #piazzafontanaadrianosofriiosotuttodegliannisettantaevoisieteignoranti, come niente il figliol prodigo oggi ci spiega che bisogna voltare pagina. La cosa grave non è che lui ci provi. E' che nessuno glielo faccia notare. Anzi, applausi, bella riflessione, come ho fatto a non pensarci prima. Pecore.
31/03/2012
La famiglia. E' sabato e Luca Sofri ci regala un libro di Adriano Sofri (scritto in tre giorni) su Piazza Fontana. L'articolo dell'altro non giorno non bastava, i Sofri hanno ancora un sacco di cose da dire sulla loro storia personale. Certo, quando osi fare una domanda sul tema, è facile che ti rispondano: "Basta, non ne possiamo più". Ma intanto non perdono un'opportunità per ricordare al gentile pubblico la ragione per cui oggi il giovane dirige un giornale online e lo invitano ai talk-show. A corollario, se non avessero ancora occupato interamente il vostro fine settimana, un'intervista della moglie di Luca Sofri, nonché nuora di Adriano Sofri, al sindaco di Bari, in cui si parla tra l'altro delle cozze pelose. Io, se proprio devo scegliere una dinastia, preferisco i Savoia.
Ecco, per capire bene di cosa si tratta, riporto un passaggio dell'instant-book di Adriano. Uno dei più chiari, fluidi e di facile lettura. E' stato anche scelto dal figlio per presentare il libro, quindi dev'essere particolarmente significativo:
Ecco, per capire bene di cosa si tratta, riporto un passaggio dell'instant-book di Adriano. Uno dei più chiari, fluidi e di facile lettura. E' stato anche scelto dal figlio per presentare il libro, quindi dev'essere particolarmente significativo:
Se si intenda il “doppio Stato” non come una figura onnipervasiva capace di ingoiare e piegare a sé ogni ambito e ogni manifestazione della vita sociale e civile, ma come una condizione effettiva e influente dell’Italia nel contesto della guerra fredda e di un’eredità dal regime fascista tutt’altro che regolata, e poi del labirinto di trame che hanno costellato lo scontro politico e sociale fino al colmo di violenza fra fine dei ’70 e inizio degli ’80, si capisce come una visione sospettosa allarmata esasperata e disperata abbia largamente occupato allora menti e animi. Però la constatazione non è esauriente, se si guardi a che cosa è successo poi. È come con le ideologie totalizzanti ed escludenti di una volta, cui si fa carico di aver nutrito e coltivato odio e violenza cieca: e però, tramontate le ideologie, ne è venuta largamente meno un genere di violenza, ma non hanno affatto ceduto odio e messe al bando, sicchè si è dovuto amaramente ammettere che le ideologie totali offrivano loro un eccellente pretesto, ma che l’odio e l’intolleranza sanno cercarsi i propri pretesti anche nei climi più diversi.Uso sofriano del congiuntivo: "(...) la constatazione non è esauriente, se si guardi a che cosa è successo poi".
28/03/2012
La più grande vittoria propagandistica di Pyongyang. Joshua Stanton racconta per filo e per segno l'incredibile e triste storia della mostra fotografica sulla Corea del Nord patrocinata dall'Associated Press in quel di New York.
Riflessione elementare. L'associazione degli aggettivi laico e liberale, comune soprattutto tra gli anticlericali, è tutt'altro che scontata nella realtà. Esempio, la visita del Papa a Cuba. Se, come tutto fa pensare, Benedetto XVI si asterrà dall'entrare in questioni politiche con le sue controparti istituzionali, dal punto di vista laico il suo comportamento sarà ineccepibile, dal punto di vista liberale sarà riprovevole.
27/03/2012
Che strage che fa. E' già imbarazzante che Adriano Sofri debba ritenersi chiamato in causa ogni volta che a qualcuno viene in mente di riparlare degli anni '70 e che decida, in tutti i casi nessuno escluso, di vergare con la sua prosa involuta (ma mai come quella del discendente) le ragioni e i torti, di distinguere le ricostruzioni vere da quelle inesatte, di dividere il giusto dall'ingiusto e la verità dalla menzogna. E' già imbarazzante che Il Foglio sia ostaggio perenne di questa verborrea da anni di piombo andato a male e che il suddetto discendente si senta in dovere di propinarci sul suo diario online in duplice copia tutte le lettere del padre, come se il ritornare un giorno e un altro ancora su vicende che riguardano ormai ben pochi a parte coloro che ne furono personalmente coinvolti possa contribuire alla crescita civile di questo paese (ché di sicuro è questo il nobile scopo del discendente). Ma quando uno, stremato, si butta lo stesso con tutta la buona volontà di cui è capace sull'ennesima missiva chiarificatrice dell'Adriano e ci trova come incipit un "Caro Fabio Fazio", non può fare altro che arrendersi di fronte ad una chiusura del cerchio che nemmeno le distopíe letterarie più azzardate avrebbero mai potuto concepire. Hanno vinto loro.
26/03/2012
Siria, fare niente e capirci meno. Adesso che non è più trending topic su Twitter, tre considerazioni rapide sulla situazione siriana. La prima: il regime non riesce a prevalere sull'opposizione armata e l'opposizione armata non riesce ad abbattere il regime. Tradotto, Assad vince, perché il tempo gioca a suo favore e, mentre i ribelli sparano, ha buon gioco a proporre pseudo-riforme che la comunità internazionale non vede l'ora di avallare (vedi il fantoccio Annan, quello del Ruanda). La seconda: il protagonismo assunto dal Free Syrian Army è un errore madornale, che si ritorcerà contro la legittimità delle rivendicazioni antigovernative. Il tirannicidio è lecito ed auspicabile ma le azioni di guerriglia contro i civili alienano la simpatia dell'opinione pubblica interna e internazionale. Vendette e ritorsioni sui cosiddetti collaborazionisti - compiute da un gruppo armato composto per lo più da estremisti senza controllo - si stanno consumando nel silenzio generale. La propaganda ufficiale qualifica i raids nelle case degli attivisti come attività antiterrorista e ogni giorno che passa sarà sempre più difficile confutare queste affermazioni, grazie alla benevolenza con cui si continua a trattare il cosiddetto esercito di liberazione. La terza: l'occidente, rintanato nella teoria del leading from behind, sta riconsegnando ad Assad un paese che nei primi mesi di rivolta era sul punto di perdere. Io credo che i casi siano solo due: o si interviene militarmente o si cerca una soluzione di compromesso che permetta almeno di fermare la carneficina. Siccome la prima opzione per adesso è scartata a priori, non resta che la mezza sconfitta della seconda. Ma se si propone una risoluzione che si è già sicuri verrà bocciata da Russia e Cina, la mezza sconfitta diventa doppiamente vergognosa: perché conferma l'impotenza delle democrazie in sede ONU e perché ne sottolinea l'ipocrisia e la malafede. Anche se hanno fatto sfoggio di indignazione, non è che i nostri abbiano giocato pulitissimo nel Consiglio di Sicurezza, quando hanno messo ai voti la mozione "further measures" poco prima che Lavrov raggiungesse Damasco per continuare i negoziati. Ora, se è facile e nemmeno troppo sbagliato dire che la Russia difende il regime siriano, meno semplice sarà smontare la teoria secondo cui quelli del dialogo stanno proprio a Mosca e a Damasco, visto che l'opposizione non sembra accettare compromessi e l'occidente, con Assad in carica, non vuol nemmeno cominciare a parlare. Fosse per me Assad avrebbe seguito Saddam nel buco da un pezzo, ma siccome io sono guerrafondaio e da Washington ci spiegano che il loro forte è la diplomazia, almeno cerchino di dimostrarlo. Conclusione: la primavera araba si squaglia, l'opposizione marcisce e tiranno e signora continuano a scrivere e-mail. Obama sarà rieletto e forse allora renderà nota la sua Grand Strategy per il medioriente.
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