24 dic. 2008

Cina. C'è chi dice no.



La Cina celebra se stessa a trent'anni dall'inizio delle riforme economiche lanciate dal piccolo timoniere alla fine del 1978. Ne ha ben donde. Anche i più critici devono riconoscere che l'impresa di sollevare dalla povertà un terzo abbondante della popolazione è opera colossale. Ma la Cina non è ancora un paese moderno e non solo perché centinaia di milioni di persone non si sono accorte di quanto avvenuto. E' sul piano politico e ideologico che il ritardo accumulato appare al momento incolmabile a causa di una classe politica arroccata al potere e ossessionata dal controllo. E' stata la settimana degli arresti dei promotori della Carta 08, il manifesto della dissidenza che ha riunito più di tremila adesioni tra i diversi gruppi sociali del paese. Non solo intellettuali e attivisti politici ma anche classi medie e persino funzionari del partito, ciò che preoccupa non poco i dignitari di Zhongnanhai alle prese con un ingombrante ventennale, quello del massacro di Tiananmen, il 4 giugno prossimo. Ma altri episodi, apparentemente marginali e tuttavia significativi per capire il contesto socio-politico in cui si muove l'ex grande proletaria, si sono verificati di recente. Sono storie di ribellione civile ai tentativi di imporre il silenzio ai mezzi di comunicazione, una battaglia finora vinta con ampio margine dal regime ma sempre più difficile da condurre. Il primo caso è quello di una rivista economica della Mongolia interiore, la terza provincia cinese per estensione. L'ufficio regionale per le pubblicazioni e la stampa, organo del partito comunista, ha sospeso per tre mesi dalle pubblicazioni il China Business Post per un articolo in cui si denunciavano presunte malversazioni ad opera di una banca appartenente all'Agricultural Bank of China, uno dei colossi della finanza del paese. Fin qui tutto normale o quasi, vista la facilità sanzionatoria degli organismi ufficiali quando si tratta di questioni sensibili. La novità è rappresentata in questo caso dalla denuncia presentata davanti ad una corte locale dalla giornalista autrice dell'articolo, Cui Fan, contro l'organismo di vigilanza del partito. Un caso senza precedenti che, anche se ha ben poche possibilità di arrivare all'esame del tribunale, rappresenta una rottura con la sudditanza psicologica o la rinuncia a far valere le proprie prerogative che hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento della stampa di fronte alle intimidazioni e alle censure del potere. Cui Fan allega che le ragioni addotte per la sospensione e il provvedimento adottato non rispondono ad alcuna disposizione legale e che sono pertanto in contrasto con l'ordinamento giuridico cinese. E' una costante degli ultimi tempi questo richiamo alle leggi e alla costituzione da parte degli attivisti per la democrazia o in genere di coloro che non accettano supinamente i diktat del partito. Agire in base alla legalità vigente ha lo scopo di dimostrare che è il partito a non rispettare le sue stesse norme, che è il potere costituito a muoversi nell'illegalità. Si tratta di smascherare l'arbitrio e l'impunità che contraddistinguono gli atti delle autorità politiche ed amministrative in pregiudizio dei singoli cittadini. L'articolo, la sospensione e la conseguente denuncia arrivano in un momento particolarmente delicato per l'ABC, impegnata in un ampio processo di ristrutturazione interna a livello umano e finanziario. Ma invece di interpellare direttamente i tribunali, chiamandoli in causa per giudicare un presunto caso di diffamazione a mezzo stampa, la banca ha preferito rivolgersi direttamente all'autorità politica per chiedere protezione. Un comportamento che non sorprende in assenza di uno stato di diritto: dove la mafia governa a chi ti rivolgi se pensi di aver subito un torto? Al boss locale, mica a un giudice. Anche se la vicenda verrà progressivamente annegata nel silenzio, il coraggio di Cui Fan e della rivista per cui scrive aprono spiragli interessanti per l'esercizio della professione giornalistica in Cina: "Altri giornalisti porteranno in futuro davanti alle corti situazioni simili. Le autorità di propaganda del partito dovranno essere più caute ed attente ad emettere sanzioni amministrative nei confronti dei media", afferma un professore di scienze politiche alla stessa università del PCC. La seconda storia vede come protagonisti il direttore di una influente pubblicazione vicina ad alcuni settori della nomenclatura (quelli che sanno direbbero i più progressisti) e un ufficiale del ministero della cultura, che gli ha fatto visita per invitarlo alle dimissioni a causa di una serie di articoli in cui la figura di Zhao Ziyang, ex segretario del partito caduto in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen e da allora cancellato dall'iconografia ufficiale, era dipinta sotto una luce positiva. La coincidenza non è casuale, visto che come detto fra pochi mesi ricorre il ventesimo della protesta e della repressione, un argomento tabù per la storiografia ufficiale in Cina e un mal di testa costante per i padroni del pensiero, ancora alle prese con la necessità di prevenire quasiasi riferimento a quei fatidici giorni. Ma Du Dhaozen, il direttore ottantacinquenne, sapeva di poter contare su appoggi importanti. E' forse per questo che ha rifiutato ogni invito ad un pensionamento anticipato e ha rilanciato con un articolo di 10000 battute interamente incentrato su Zhao, da pubblicare nel prossimo numero dello Ynahuang Chunquiu (questo il nome del magazine). C'è chi dice no, insomma, anche se si tratta di casi isolati. Più generalizzata e comune è la repressione quotidiana della libera circolazione delle idee. E' di pochi giorni fa la notizia dell'oscuramento di diversi siti web tra cui BBC, VOA e RSF, provvisoriamente sbloccati durante le Olimpiadi su richiesta dei giornalisti stranieri. Da martedì sono di nuovo out e la tendenza alla censura massiva è destinata a continuare nel 2009, annus horribilis almeno potenzialmente per i mandarini di Pechino, visto che, Tiananmen, crisi economica e rischi connessi a parte, farà anche mezzo secolo dall'occupazione cinese del Tibet, quella che la propaganda chiama "liberazione dei tibetani dal giogo feudale". Troppi scheletri nell'armadio, rischia di saltare la chiave.

22 dic. 2008

Thailandia. Foto di gruppo.



Oggi Abhisit ha presentato il suo nuovo governo. Tutti vestiti a festa, con la benedizione del re (che nel frattempo ha ritrovato la voce). Il ministro degli esteri, solo per darvi una idea, è un tizio che aveva definito "un divertimento" l'occupazione degli aeroporti da parte dei manifestanti del PAD. Per il resto nomine da manuale Cencelli al curry, con ricchi premi ai transfughi dell'ex maggioranza.
La Thailandia brucia presto le sue promesse, come si è visto a più riprese negli ultimi mesi. Oltretutto in casa democratica non tutti vedono di buon occhio la nuova alleanza con ex uomini del PPP, in particolare con la fazione di Newin, considerato opportunista ed inaffidabile, passato con disinvoltura dall'appoggio a Thaksin allo schieramento avversario in cambio delle prebende di cui sopra. Poi c'è un altro fattore. La maggioranza del ribaltone è di 235 a 198 e a gennaio ci saranno elezioni parziali per i seggi lasciati liberi dagli ex parlamentari del PPP inabilitati dalla pronuncia della Corte Suprema. Il margine potrebbe allora ulteriormente asssottigliarsi visto che i Democratici saranno pur bravi nelle manovre politiche e nello sfruttare i disordini di piazza ma lo sono certamente meno nelle campagne elettorali, soprattutto dove devono conquistare voti tradizionalmente appannaggio dello schieramento pro-Thaksin, ovvero il nord geografico e il sud sociale, le classi meno abbienti e i contadini. Potrebbe essere proprio questo il maggior problema di Abhisit, come collegare la sua azione politica alle esigenze di quella vasta fascia di popolazione che prima Thaksin e poi i suoi successori hanno trattato così bene, con programmi di assistenza e aiuti economici. I Democratici sono, semplificando molto, la destra, i loro programmi tradizionalmente improntati al libero mercato, il loro interventismo limitato. La situazione potrebbe cambiare però per tre ragioni principali: i compromessi cui saranno costretti con i partiti che li appoggiano e che, vista la loro dose di affidabilità, potrebbero in qualsiasi momento ripensarci; la necessità di conquistare i settori proletari e rurali della società e di strapparli al controllo del Puea Thai (ex PPP); la crisi economica che sta piombando anche sulla Thailandia, aggravata ulteriormente dai mesi di caos sociale provocati dalle proteste e dalle occupazioni del PAD. Infine, come concilierà Abhisit le sue promesse di dare più potere ai parlamentari eletti con il programma di nomine corporative portato avanti dall'organizzazione che di fatto gli ha consegnato il governo del paese?

21 dic. 2008

Zimbabwe. Il collasso di una nazione.



La foto è vecchia e ingenerosa. Ma chi può ancora credere nella lungimiranza delle cancellerie occidentali e nell'utilità della comunità internazionale dopo questo scempio?

20 dic. 2008

Silenzio, parla Hu.



O era la direzione nazionale del PD?

18 dic. 2008

Rivoluzione Culturale reloaded. Anche sul Foglio online.



Il 21 novembre scorso Yang Shiqun, professore di cinese antico alla East China University of Political Science and Law di Shanghai, scrive quasi incredulo sul suo blog: "Oggi sono stato convocato dal mio superiore. Alcuni studenti del mio corso mi hanno denunciato all'Ufficio di Pubblica Sicurezza e al Comitato Educativo Cittadino per aver criticato il governo. E' in corso un'investigazione”. Il professor Yang fa riferimento a un interrogatorio cui i dirigenti dell’istituto lo avevano sottoposto per verificare se durante le lezioni avesse fatto cenno ad organizzazioni illegali o a siti web stranieri. L’umiliazione si sarebbe ripetuta il giorno dopo, questa volta alla presenza di ufficiali di polizia. Le minute delle venti lezioni del corso smascherano gli orrendi crimini del docente: l’aver messo l’accento sull’importanza della conoscenza storica, della libertà di insegnamento, del pensiero critico. "Ricordo che due studentesse si sono avvicinate a me attaccandomi con rabbia per aver osato contestare la cultura e il governo cinese: avevano persino le lacrime agli occhi", aggiunge Yang prima di cancellare il post per le minacce ricevute. A inchiesta ancora in corso, il suo caso presenta diversi elementi di interesse. A sorprendere non è tanto la mentalità poliziesca dimostrata da una parte del corpo studentesco quanto la predisposizione, propria di un dogmatismo ideologico d’altri tempi, a rendersi complici del regime fino a diventarne gli occhi e le orecchie; si aggiunga il peso della pressione sociale esercitata sul professore per eliminare dal suo blog il racconto di quanto avvenuto: se da altri internauti sono giunti messaggi di solidarietà, sul forum online dell'università studenti e colleghi hanno in maggioranza espresso supporto per l'azione dei delatori; infine va sottolineato come la vicenda sia riuscita a penetrare le maglie della censura fino ad arrivare sulle pagine della stampa nazionale, dall’impertinente Southern Metropolis Weekly all'ufficiale China Daily, testata che normalmente pubblica solo le veline del regime in inglese. Se è vero che episodi simili si erano verificati altre volte negli ultimi anni, avevano però coinvolto istituzioni didattiche di località periferiche, lontane dalla centralità propagandistica dell’Università di Scienze Politiche di Shanghai. “Quando penso alle cose che stanno succedendo ultimamente nelle scuole di questo paese non posso fare altro che pregare in silenzio per la società cinese e la sua gente”, conclude Yang in attesa di conoscere il suo destino di controrivoluzionario.

17 dic. 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso/2. Federico Punzi nota l'intensificarsi della repressione nei confronti dei firmatari della Charta 08, di cui avevo già scritto qualche giorno fa. Un altro importante elemento è il crescente numero di adesioni che il documento sta ricevendo. Sottoscrivere un manifesto del genere in Cina non è esattamente come raccogliere firme per la protezione del gabbiano maremmano in piazza del Popolo.
More than 3600 people from all walks of Chinese society have now signed "Charter 08", an internet manifesto calling for the Communist Party to relinquish its absolute political control.
Questa la mappa degli arresti, almeno quelli di cui si ha notizia (se non vedete bene andate qui):

14 dic. 2008

Mosca, un giorno imprecisato nel tempo.

11 dic. 2008

Cambogia. La giustizia può attendere.



A gennaio saranno passati 30 anni da quando l'esercito vietnamita entrò in territorio cambogiano liberando i sopravvissuti dal regime sanguinario dei khmer rossi. Pol Pot e i suoi si sarebbero rifugiati da quel momento sulle montagne nel nord e nell'est del paese, continuando la loro triste vicenda umana con una guerra di guerriglia che si sarebbe conclusa solo molti anni dopo. Se dal punto di vista politico e morale la Cambogia ha già fatto i conti con il suo recente passato, non così da quello giudiziario. I cambogiani parlano apertamente della loro storia, del genocidio che costò la vita a quasi due milioni di persone su sette, in una follia ideologica insuperata per intensità e metodologia di sterminio. Se visitate la Cambogia troverete innumerevoli testimonianze del periodo 1975-1979, musei del genocidio, campi di sterminio, librerie dove predominano i testi sull'era di Pol Pot. Ma soprattutto potrete fare domande sulle vicende personali di ciascuno e riceverete quasi sempre risposta: non c'è nessuna famiglia che sia stata risparmiata, nessuno che non abbia perso madri, padri, fratelli maggiori, in un delirio collettivo in cui i bambini potevano decidere della vita e della morte dei loro genitori dentro un immenso campo di concentramento piagato di scheletri. Difficile trovare un cinquantenne nella Cambogia del XXI secolo tra milioni di giovani che conoscono quell'epoca più per i racconti dei superstiti che per esperienza diretta. Ma stupisce la maturità di un popolo che comprende l'enormità di quanto accaduto e che dimostra almeno la volontà di cercare risposte. Sembra che queste risposte non arriveranno dal tribunale misto ONU/cambogiano istituito due anni fa al termine di un lungo e faticoso peregrinare ma ancora al palo. Sono sei gli illustri imputati, ex leader di primo piano del movimento comunista, che a partire da gennaio dovrebbero essere giudicati dalla corte speciale insediatasi in un quartiere periferico della capitale Phnom Penh: tra di loro Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (questo il nome ufficiale che si era dato il regime totalitario), e Kaing Guek Eav (meglio conosciuto come Duch), direttore della famigerata prigione di Tuol Sleng, la S-21, un ex liceo adibito a centro di detenzione e tortura: da qui passarono, per uscirne solo da morte, circa 17000 persone, bambini, giovani, anziani, tutti nemici della rivoluzione. Ma una serie di problemi procedurali sta condizionando l'avvio di un processo che la comunità internazionale e le istituzioni nazionali devono da troppo tempo ai cambogiani. L'ultima diatriba sembra anche la più grave perché nasconde dietro ad un cavillo legale una questione di sostanza assolutamente fondamentale: ovvero se oltre alle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità ed omicidio premeditato, Duch debba rispondere anche di cospirazione, di impresa criminale congiunta in concorso con altri esponenti del gruppo dirigente. L'eventuale aggiunta di questo capo d'imputazione implicherebbe verosimilmente il coinvolgimento di personaggi finora rimasti fuori dall'inchiesta, alcuni dei quali riciclatisi all'interno degli apparati dello stato. Non si dimentichi che l'attuale primo ministro Hun Sen aveva combattuto con i khmer rossi, pur senza assumere un ruolo di primo piano: l'occhio di vetro che orgogliosamente ostenta è il risultato degli scontri che precedettero l'entrata a Phnom Pehn da parte dei miliziani di Pol Pot. Hun Sen si era allontanato dal regime prima della sua caduta ed era stato poi scelto dai vietnamiti come il loro uomo di fiducia durante l'occupazione, prima di diventare il leader di quel Cambodian People's Party al governo del paese da quindici anni. I giudici cambogiani (il tribunale è formalmente misto ma di fatto la giurisdizione è nazionale) si sono già opposti all'estensione dell'incriminazione al reato di cospirazione e lo stesso ha fatto uno dei due procuratori che sostengono l'accusa, quello di casa appunto. Il che ha creato un conflitto con il collega internazionale Robert Petit, il quale ritienendo che altri esponenti dell'antico regime debbano rispondere davanti alla giustizia ha ufficializzato l'impasse attraverso un documento di disaccordo formale consegnato alla corte. L'ennesimo incidente procedurale rischia di far saltare le  prime udienze previste per gennaio, rinviando ancora una volta un dibattimento che potrebbe contribuire a dare risposta ad alcuni degli interrogativi più inquietanti della storia del XX secolo: non solo il classico come è potuto succedere, ma i più interessanti come un nutrito ma ristretto gruppo di cambogiani ha potuto umiliare, torturare e annichilire milioni di connazionali e come venivano prese le decisioni all'interno del regime, come funzionava la catena di comando, chi decideva che cosa: per oliare una macchina di morte come quella dei khmer rossi non bastava la volontà del capo supremo,  il fratello numero uno, il diavolo in persona. Era necessaria una struttura organizzata di volenterosi carnefici pronti a firmare ed eseguire le sentenze di morte e le deportazioni. Se andate a Tuol Sleng lo capirete meglio. Lo scheletro è ancora quello della scuola, ma  al posto della classi vedrete le camere di tortura e le celle delle prigioni, recintate dal filo spinato per evitare che i detenuti si buttassero di sotto, per morire da soli, senza aiuto. La S-21 è l'essenza del centro di sterminio, un luogo lugubre come pochi altri, l'emblema della banalità del male. All'entrata ti accolgono le foto dei condannati, bambini anche piccolissimi, giovani, anziani. I carnefici le scattavano dopo l'arresto e sono le ultime immagini di migliaia di uomini e donne che avrebbero di lì a poco sofferto l'indicibile: alcuni di loro sorridono, forse per sfida, forse per incoscienza. Nelle stanze della morte il letto metallico e gli attrezzi dei torturatori, poi le macchie di sangue sul muro, sul tetto, dove uno non pensa mai che gli schizzi possano arrivare. Le scale da cui salivano e scendevano i prigionieri, prima e dopo i pestaggi, trascinati dalla bestia umana. Il cigolio degli stipiti delle celle di isolamento, colpite dal lamento del vento che sembra non poter dimenticare. Sui registri i nomi di ciascuno, scrupolosamente appuntati, l'amministrazione dello sterminio in una capitale deserta. Dicono che lì vicino fosse rimasta solo l'ambasciata cinese, a Pechino c'erano i grandi protettori di Pol Pot. Più di un funzionario finì in manicomio per ciò che aveva visto e sentito. I muri di Tuol Sleng non hanno mai smesso di urlare.

10 dic. 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso.



Nel sessantesimo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani segnalo la surreale intervista rilasciata dal direttore del Dipartimento Informazione del Consiglio di Stato, Wang Chen, sulla situazione cinese. Tutto questo mentre fuori continuano gli arresti e noti dissidenti vengono preventivamente tolti di mezzo:

A leading dissident who organised a charter signed by hundreds of Chinese thinkers, academics and writers calling for dramatic political and legal reforms was under arrest yesterday.
Liu Xiaobo, a literary critic first jailed for his role in the 1989 Tiananmen Square demonstrations, was taken from his home in Beijing late on Monday by a dozen police officers and was asked to sign a document acknowledging his detention.


His arrest came hours before the release on the internet of the “08 Charter”, a rare, outspoken document challenging the ruling Communist Party to grant greater freedom of expression and to hold free elections. Its publication was timed to coincide with the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights today.
Sulla Charta 08 (una riedizione della Charta 77) anche Time:
A group of prominent Chinese scholars, lawyers and former officials issued a manifesto this week calling on the Communist Party to back wide-ranging political reforms including direct elections, a separation of powers and the rehabilitation of people persecuted under authoritarian rule.

"So we ask: Where is China headed in the twenty-first century? Will it continue with 'modernization' under authoritarian rule, or will it embrace universal human values, join the mainstream of civilized nations, and build a democratic system? There can be no avoiding these questions."

Several prominent lawyers and writers who are actively working and publishing also signed, giving "Charter 08" more clout than it would carry if it was only the work of politically isolated dissidents. "It seems like a varied bunch and I think the Internet helped bring these people together," says Joshua Rosenzweig, a Hong Kong-based official with the Dui Hua Foundation, a human rights group. "It's not simply what many people call 'dissidents.' There are a number of well-known liberal intellectuals and lawyers."

8 dic. 2008

L'eterno ritorno. Il tempo è circolare, lo spazio anche. Immagine scattata in Afghanistan, quest'anno.



Le dieci foto dell'anno secondo Time e tutte le altre classifiche.

2 dic. 2008

Il rebus thailandese/5.



La decisione della Corte Suprema di sciogliere il partito di maggioranza (PPP) e di interdire dai pubblici uffici per i prossimi cinque anni il primo ministro Somchai e una sessantina di dirigenti risolve l’impasse ma non la crisi istituzionale in cui è sprofondata la Thailandia. La stampa – specialmente quella italiana – si sofferma soprattutto sulla fine delle proteste annunciata per domani dalla leadership del PAD e sulla riapertura degli aeroporti. Se questa è certamente una notizia, rappresenta però solo in maniera parziale la complessa situazione che il paese sta vivendo. I manifestanti, che per quasi duecento giorni hanno dato vita a continue proteste contro il governo legittimo della nazione, interpretano ovviamente l’attesa pronuncia come una vittoria, dato che il loro principale obiettivo era la caduta dell’esecutivo pro-Thaksin. Ma il vuoto istituzionale che si apre a questo punto lascia presagire un ulteriore periodo di instabilità politica difficilmente sanabile a breve termine. Il precedente è di quelli che lasceranno il segno in ogni caso, perché la forma, i contenuti e i tempi dell’azione giudiziaria sono quelli di un golpe mascherato. E’ la seconda volta in poche settimane che i tribunali si incaricano di togliere di mezzo un primo ministro in carica: era successo con Samak, grazie ad un cavillo costituzionale da operetta (il programma di cucina), è capitato di nuovo con Somchai, per una storia di brogli elettorali per nulla chiara. Alla luce della sentenza assumono una connotazione più definita sia l’incredibile escalation dell’opposizione culminata con l’occupazione degli aeroporti, sia la strategia attendista dell’esercito che si sarebbe probabilmente sporcato le mani se non fosse stato sicuro che la Corte avebbe svolto il lavoro al suo posto. La compagine governativa (formata, oltre che dal PPP, da altre due formazioni minori anch’esse colpite dalla pronuncia) ha reagito oggi con una flemma perfino sospetta, evitando di mettere in discussione la legittimità del giudizio e limitandosi a rilanciare politicamente sulla nomina di un nuovo primo ministro affine, in una prossima sessione parlamentare convocata ad hoc. I membri della Camera dei Rappresentanti che non sono stati toccati dal provvedimento di interdizione hanno, secondo la costituzione, sessanta giorni per confluire in un altro partito: pare che la nuova casa sia già pronta e si chiamerà Puea Thai Party. Toccherà a loro, almeno nelle intenzioni, eleggere il successore di Somchai e ci sarebbero già una ventina di nomi a disposizione. Ma proprio su questa designazione si annuncia il prossimo scontro: se c’è stata frode non dovrebbe essere invalidato tutto il processo? E’ sull'interpretazione della legge elettorale che si giocheranno le prossime mosse dei diversi schieramenti in campo. Certo che se alla maggioranza dei senza partito fosse impedito di eleggere un premier, la violazione delle regole costituzionali sarebbe flagrante, avallata per di più da un giudiziario che potrebbe prendere in mano la situazione nominando un Consiglio Supremo con funzioni di garanzia istituzionale sotto l’egida delle forze armate. La volontà popolare verrebbe a quel punto completamente esautorata e il pericolo di una reazione di quella parte di paese che ha dato la sua fiducia al PPP (le classi meno abbienti) si materializzerebbe. Se invece si convocassero nuove elezioni (ma chi potrebbe farlo senza violare le regole?) la probabile vittoria del fronte governativo riproporrebbe la stessa situazione che ha condotto alla presente crisi. E’ vero infatti che il PAD si è per il momento dichiarato soddisfatto del risultato raggiunto ma i suoi leaders si sono detti pronti a riprendere la battaglia non appena le condizioni si dovessero ripresentare. In parole povere, l’opposizione non si ritira dopo aver raggiunto un accordo soddisfacente, ma lo fa solo a patto che gli organi costituzionali si incarichino di tenere lontani dal potere i fedelissimi di Thaksin (o presunti tali). Si tratta di un’ipoteca constante sul destino politico della Thailandia. Le classi medie, filo-monarchiche e filo-militari rappresentate dal PAD non sono disposte ad accettare nulla che non sia un governo amico, che escluda una parte significativa del paese da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale. Se questa è una soluzione io sono il re Bhumibol che domani, se ce la fa, parlerà alla nazione in occasione del suo ottantunesimo compleanno. Tutti lo attendono come una rivelazione.

1 dic. 2008

GWO?


10:42 a.m. Mr. Obama’s new national security team is now on stage: Mrs. Clinton; Robert M. Gates, the current defense secretary, who will remain in that job; Gen. James L. Jones, the former NATO commander, will be national security adviser; Gov. Janet Napolitano of Arizona will be homeland security chief; Eric Holder will be attorney general; and Susan Rice, ambassador to the United Nations.
La nomina di Susan Rice all'ONU è interessante ma tutto dipende da come interpreterà il suo ruolo. Un mastino anti-genocidio dovrebbe servire a smascherare ambiguità e complicità delle Nazioni Unite, evitando di mettersi al servizio della burocrazia onusiana per finirne inghiottita:
The choice of Ms. Rice to represent the United States before the United Nations will make her one of the most visible faces of the Obama administration to the outside world aside from Mrs. Clinton. It will also send to the world organization a prominent and forceful advocate of stronger action, including military force if necessary, to stop mass killings like those in the Darfur region of Sudan in recent years.

John R. Bolton, who was one of Mr. Bush’s ambassadors at the United Nations, would not discuss Ms. Rice’s selection, but said it was unwise to elevate the position to the cabinet again.
“One, it overstates the role and importance the U.N. should have in U.S. foreign policy,” Mr. Bolton said. “Second, you shouldn’t have two secretaries in the same department.