28 oct. 2011

Occupy Donosti. Strano paese la Spagna: sfregiata da decenni di marxismo rivoluzionario, più la violentano e più perdona. Gli incappucciati di ETA (ma perché non vi togliete quelle maschere adesso che siete diventati bravi ragazzi?) hanno comunicato la scorsa settimana che non hanno più voglia di giocare e si portano a casa il pallone. Senza arrendersi, senza pentirsi, senza chiedere perdono, senza un cenno alle vittime, senza sciogliersi, senza consegnare le armi. Rivendicando. Mentendo come sempre. E tutto un paese in piedi, ad applaudire, a ringraziare. Gliel'avevano preparato bene lo scenario, quelli che adesso applaudono. Conferenza di pace l'hanno chiamata, la messinscena andata in onda a San Sebastián, pochi giorni prima del comunicato. Partiti, sindacati e associazioni baschi riuniti per permettere ai terroristi "un'uscita di scena dignitosa". Se la meritano d'altronde: 859 morti ammazzati, sequestri, minacce, estorsioni, esecuzioni. Compagni che sbagliano. E poi c'è la pace da fare, vuoi mica metterti a spaccare il capello in quattro. Invitati speciali: Kofi Annan, l'eroe del Ruanda, 2 milioni di euro in tasca, e un altro esperto di negoziati in punta di pistola, Gerry Adams. Un documento finale che riprendeva perfino le espressioni usate dalla banda nel corso di questi anni, su tutte l'indecenza suprema, quella di definire la guerra terrorista di un gruppo di fanatici contro civili inermi come "conflitto armato". ETA era alle corde e le hanno regalato una bella conferenza di pace. Il PSOE agonizzava e gli hanno servito il comunicato per cena. Leggetelo, il comunicato, trasmesso decine di volte per televisione e alla radio. Se aprivate una finestra in Spagna la sera dell'addio alle armi, sentivate la voce dei carnefici in stereofonia. "La Spagna non dimentica", sussurrava il fantasma di Zapatero a reti unificate. Ma è già tutto cancellato dalla memoria e dalla storia. Si apre la trattativa. O credete che i bombaroli facciano qualcosa per niente? Impunità garantita per i fuggiaschi e presto revisione delle sentenze. "Si sono arresi", grida il popolo. Curioso modo di arrendersi, armi in pugno. "Hanno perso", ma nessuno che si consegni alle autorità. ETA è ben protetta, a Madrid e nei Paesi Baschi. Sabato sono scese in piazza centomila persone convocate dalla izquierda abertzale, il braccio politico del terrore. Tanto per chiarire come vanno le cose da quelle parti. Per gentile concessione del governo e dei tribunali si sono già presi il municipio di San Sebastián alle amministrative di maggio. Bel colpo, meglio di un'autobomba. Adesso si preparano a sbarcare in parlamento, forze nuove, ideologia vecchia, "Euskadi Ta Askatasuna, organización socialista revolucionaria vasca de liberación nacional".
Il País Vasco andava occupato per tempo o consegnato ai terroristi. Fare uscire prima la gente per bene, dare asilo ai profughi del totalitarismo etarra, ai minacciati, ai taglieggiati. Poi entrare o lasciar perdere. C'è tanta gente che parla di "conflitto armato" là, mica solo quelli che le armi le hanno usate. Tante menti privilegiate che in tutti questi anni hanno difeso e giustificato gli omicidi in nome di un nazionalismo truce. Tanti fanatici che hanno goduto del dolore altrui, e che hanno spinto a provocarne di più. Sempre di più. E che oggi, invece di vergognarsi, sollevano la testa e stilano un elenco di pretese. Riconciliazione, l'altra grande menzogna. Come riconciliarsi con chi va così fiero delle proprie mattanze da dichiarare "la lucha de largos años ha creado esta oportunidad"? Massacri uguale opportunità. Glielo lasciano dire, c'è la pace da fare. Si vomita di nascosto in questo paese, dietro gli angoli delle case. Prossima tappa: l'avvicinamento dei "prigionieri" di ETA, prima fase dell'amnistia. ETA considera i suoi in carcere come vittime, al pari della bambina saltata in aria all'Hipercor di Barcellona. E tutti tacciono, sperando di guadagnarsi una qualche indulgenza dagli incappucciati. Strano paese la Spagna: più la violentano e più sorride. E nessuno che dica che non c'è pace senza giustizia, che non può vincere lo stato di diritto se rinuncia a sconfiggere i suoi nemici, se invece di obbligarli alla resa accetta le loro concessioni. Nessuno che dica che se ETA non si inginocchia davanti alle vittime e non consegna quel che resta del suo arsenale, continuerà a condizionare la vita politica del paese, anche se smette di ammazzare. Che se ETA non si scioglie e non si cancella dal panorama politico e sociale senza condizioni, quel che oggi è la fine della violenza domani potrà essere un nuovo inizio e tutti a sorprendersi e a chiedersi: "com'è possibile?". I Paesi Baschi hanno un enorme problema di libertà ma per non riconoscerlo usano la parola pace come un esorcismo. Il ricatto dell'ideologia non scompare dietro un comunicato e la vita continua come prima, tra paure, sguardi di sfida e omertà. Non batti il totalitarismo facendoti perdonare la vita dai tuoi aguzzini. Lo vinci non perdonandola a loro.

27 oct. 2011

Profondità concettuale e coscienza liberale: Luca Sofri. Questi liberaloni progressisti, quelli che le guerre umanitarie sono di sinistra, come la doccia e il sesso orale, sono veramente una specie da salvaguardare. Possono scrivere di tutto, e male, tanto nessuno glielo farà notare, dato il leccaculismo imperante. E hanno davvero una gran dimestichezza con i principi della democrazia liberale, che come insegna Christian Rocca e come dimostra il secolo XX sono un'invenzione della sinistra. Pensavate di no? Ignoranti. Dopo quello che vuole obbligare i gay a fare outing (noto principio del liberalismo classico), arriva il direttore del Post a scrivere questa cosa, che si fa fatica persino a leggere tanto è liberale:
Ma soprattutto, la metto così: in un ospedale pubblico, sia servizio pubblico. Si devono mostrare solo i programmi Rai, non si capisce percé regalare guadagni pubblicitari alla concorrenza, e non si capisce perché privilegiare l’offerta privata a quella pubblica (che pure ha le sue schifezze, eccome, ma almeno ce ne possiamo vergognare con ragione). E inoltre, in un luogo la cui funzione deve essere terapeutica e di miglioramento delle condizioni psicofisiche delle persone, non si sintonizzano le tv su dei programmi deprimenti, abbrutenti, stressanti, che riducono le funzionalità di organi importanti come il cervello.
Pensavo queste cose e mi chiedevo se spegnere la tv o cambiare canale arrampicandomi sulla parete della sala d’attesa: e però ho pensato che alcuni dei parenti si sarebbero seccati e mi avrebbero detto che volevano vedere la pornografia del dolore, e che quindi sarebbe stato sgarbato scontentarli e fare ciò che pensavo giusto anche per loro, e alla fine non ho fatto niente.
Perdono il pelo.

18 oct. 2011

Perché possono. Juan Abreu, pittore e scrittore cubano in esilio, è stato uno dei primi a denunciare il crimine di regime perpetrato contro Laura Pollán e la dissidenza. Gli ho rivolto alcune domande sulla vicenda, in attesa che anche da noi qualcuno se ne accorga.

Nel suo blog lei ha commentato la morte della dissidente Laura Pollán definendola un omicidio di stato. Perché pensa che il regime dei Castro abbia ucciso la Dama en Blanco?

Per un regime totalitario come quello cubano, l'omicidio di stato è quanto di più naturale possa esserci. La macchina della repressione cubana è figlia del KGB, che usava questo metodo contro i dissidenti, come è ampiamente documentato. Quando una donna come Laura Pollán entra in un ospedale dello stato, controllato dalla polizia statale, io penso sempre che la sua esecuzione sia probabile. Perché? Perché possono. Perché la dittatura cubana non ha nessuna barriera morale. Perché no?

Circolano in rete immagini di un'aggressione perpetrata contro Laura Pollán pochi giorni prima di morire. Pensa che possa essere stata questa la circostanza decisiva della sua morte e cosa la convince di questa ipotesi?


E' molto probabile. E' un metodo usato altre volte dai maestri del DSE cubano, il KGB. L'immagine in questione mostra chiaramente un'emissaria del regime che tenta di tagliare la pelle alla signora Pollán. La pelle della signora Pollán era la sua ultima linea di difesa.

Nell'attuale situazione cubana c'è qualche possibilità di dimostrare che il regime è il responsabile dell'omicidio di Laura Pollán?

Nessuna. E probabilmente non ci sarà mai questa possibilità. Gli assassini cubani non sono come i tedeschi, suppongo che distruggeranno ogni prova dei loro crimini. Se c'è qualcosa di certo nel futuro di Cuba è che sarà un futuro di impunità.

In occidente nessun mezzo di comunicazione si è fatto finora portavoce della tesi dell'omicidio. Crede che ciò tolga credibilità alle accuse? Perché la stampa occidentale è così prudente quando si tratta di affari cubani?

No. La stampa occidentale non ha nessuna credibilità su Cuba. Lo dimostra una lunga storia. Stiamo ancora aspettando un reportage serio sulle prigioni e i campi di lavoro forzato. Dopo cinquant'anni! Dopo mille reportages su Guantanamo!
Nel caso in questione, l'omicidio di Laura Pollán, suppongo che vorranno una dichiarazione giurata di Fidel Castro in cui si fa responsabile del crimine, o un documento in triplice copia dell'ordine di eliminazione. Francamente mi importa molto poco di quel che dica la stampa occidentale su Cuba.

Qual è la sua opinione sul ruolo della Chiesa cattolica e specialmente del cardinal Ortega nell'attuale quadro politico cubano?

La Chiesa cattolica ha voltato le spalle alle vittime e agisce da molti anni come complice della dittatura. Nessuna sorpresa, d'altra parte, se guardiamo alla storia della Chiesa. Per il cardinal Ortega non nutro nessun tipo di rispetto. Qualunque prostituta cubana merita più rispetto del cardinal Ortega.

Come definirebbe la dissidenza digitale di Yoani Sánchez?

Rispetto tutti i dissidenti che corrono rischi all'interno del paese, indipendentemente dal metodo che abbiano scelto per denunciare o criticare la dittatura. In ogni caso mi pare che non ci sarà libertà per Cuba, almeno nel breve periodo, senza violenza. Chiaramente è facile dirlo da Barcellona, però è mio dovere farlo.
Fotogrammi per un crimine di stato. Non so se sia proprio questo il momento esatto in cui gli sbirri dei Castro hanno assassinato Laura Pollán. Non so se sia stata questa unghiata, qualche morso o una dose iniettata in ospedale. Fatto sta che la morte della Dama de Blanco era stata da tempo predetta dai matones del governo e dalla propaganda di regime. In ogni caso questo è il clima in cui vivono a Cuba gli oppositori. Questa è la vita da topi per cui nessuno si indigna.
La domanda è: quanto tempo passerà prima che una testata giornalistica occidentale si occupi di questa storia? Quanto prima che la vicenda venga trattata come un omicidio perpetrato dal governo cubano? Lo sanno tutti a Cuba che l'hanno ammazzata. Solo che là non si può dire, qua invece sì.

17 oct. 2011

Gusanos. A Cuba gli indignados sono andati al potere nel 1959. Ne hanno fatta fuori di gente in tutti questi anni. Tanta. Normalizzata. Umiliata. Incarcerata. Esiliata. Uccisa. Comunisti. Fanatici. Intolleranti. Violenti. L'ultima vittima, Laura Pollán, fucilata in ospedale con una siringa. Nessuno potrà mai dimostrarlo finché i carnefici sono al potere. Omertà. Omertà sui cannibali de l'Havana, omertà sui comunisti di quarta generazione, l'orda nichilista che ha invaso le strade l'altro ieri per rompere, spaccare, rovesciare. Non solo a Roma, non solo con le mazze e le molotov, ma ovunque con gli slogan, con l'odio urlato, con le paranoie ideologiche, con la prevaricazione e la minaccia. Il nulla universale, la globalizzazione dell'ignoranza e del qualunquismo. "La bella manifestazione di sabato a Roma", scrive il direttore del Post sul suo blog, ancora indeciso su cosa fare da grande. Un po' indignado, un po' borghese. Inutile sempre. Il nulla è multiforme. Ma alla fine arrivano tutti di là, che sputino in piazza o sorseggino nei salotti. Dal 1959 cubano o dal 1917 russo. Le madri, le meretrici di tutti gli indignados. E dei loro lameculos.

15 oct. 2011

Non era difficile, no.
Laura e gli sbirri. Mentre l'occidente si fustiga e si sputa addosso blandendo le torme di figli di papà e figli di putà che gridano tutta la loro inutilità fingendo di sapere di cosa parlano, a Cuba il regime comunista uccide Laura Pollán, principale esponente de las Damas de Blanco. Scommetto che tra gli urlatori in kefiah oggi nessuno se ne ricorderà, occupati come sono a propagandare il loro futuro di macerie culturali e ideali. Sbirri in potenza, nuovi cantori del radioso avvenire, pronti ad essere arruolati dai prossimi esperimenti totalitari.
Han matado a Laura Pollán. Le inocularon un virus y la mataron. ¿Quién es responsable de esta muerte? Los Castro, en primer lugar; llevan muchos años acosando a esta mujer y a sus compañeras, golpeándolas, humillándolas, torturando a sus maridos presos, llevan muchos años los Castro matando a esta mujer.

Y hay que decirlo, también somos culpables de la muerte de Laura Pollán todos los cubanos. Hace mucho tiempo que teníamos que haber matado a los asesinos de Laura Pollán y si nos hubiera alcanzado la decencia y el valor para matar a sus asesinos no hubieran vivido lo suficiente para asesinar a Laura Pollán.
Qué vergüenza.
E noi, a inciampare sempre nella stessa pietra.

7 oct. 2011

La parabola del buon capitalista. Nella corale dimostrazione di stima e affetto seguita alla morte di S.J. a non convincere sono le motivazioni, tipiche di una società che, lungi dall'ammirare lo spirito del capitalismo di cui si è nutrita, finisce comunque per disprezzarlo. Il grande semplificatore è lodato per aver "cambiato la vita" delle persone attraverso le innovazioni tecnologiche di cui è stato promotore. Alla sua azione imprenditoriale viene quindi automaticamente assegnato un carattere sociale, ai limiti del filantropismo: lo giudichiamo favorevolmente per quello che ha dato al mondo, non perché è stato il più bravo di tutti nel suo lavoro, nella creazione di ricchezza e nel fare tanti soldi. In una società capitalista che si odia, è impensabile che il profitto in sé venga considerato un valore da cui far derivare a cascata una serie di benefici per gli individui (e di conseguenza per la collettività). E' invece necessario assegnare all'azione di un grande capitalista, il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più, una funzione sociale che lo redima: in questo caso quella di aver reso la vita più agevole a milioni di persone. Ma quella di migliorare e modernizzare la realtà è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare. S.J. era essenzialmente un uomo alla ricerca della felicità personale. E proprio per questo ha fatto felici tanti altri esseri umani.
La più grande di tutte le facezie. Rastani era un impostore, si dice. No. Rastani ha giocato le sue carte nella fiction globale che ci circonda e ha vinto la mano. A perdere mano e faccia non sono oggi i Rastani di turno, ma quelli che affidano loro i propri microfoni e megafoni. In questo caso la BBC ma potrebbe essere chiunque, visto il livello di professionalità con cui ormai si confezionano i prodotti mediatici. Quando dico che Internet ha moltiplicato ma allo stesso tempo svilito la comunicazione e il messaggio non è perché io sia contro la diffusione delle idee in rete ma perché ho la sensazione che la possibilità globale e indiscriminata di esprimersi porti inevitabilmente ad accettare come valida la più grande di tutte le facezie: che tutte le opinioni sono uguali e hanno lo stesso valore. Se così fosse, nulla sarebbe. Ed è verso il nulla della conoscenza, della competenza, della scelta, della decisione che ci stiamo avviando, grazie all'effetto esponenziale del blob che non l'informazione di massa ma la divulgazione di massa ha prodotto. C'è un delirio da mandare in onda? Garantisce la BBC. E giganteggia l'eco e tutti ne parlano e la bolla cresce. E non importa chi sia Rastani, quel che importa è che dica quel che vogliamo sentire: che la finanza è senza cuore, che le banche falliranno, che il capitalismo è un vampiro succhiasangue. Invece di trattenere il fiato, le masse trattengono il ragionamento. Le élites (o supposte tali) pure, tanto è vero che a Rastani rispondono dopo cinque minuti ministri ed economisti, dimostrando in fondo di crederci. E se domani succedesse quel che ha detto Rastani non sarà perché aveva ragione lui. Sarà perché una società che si fa dettare l'agenda informativa, politica ed economica da Rastani è capace di qualsiasi cosa. Perfino di divorare se stessa senza accorgersene.

6 oct. 2011

Tutti dietro. Nell'era dell'unanimismo distinguersi è da eroi.