27 sept. 2011

La massa. L'intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione, denunciava Pasolini in una sentenza poetica d'acciaio. Pasolini poeta è un bel leggere, per mitigare la noia dei suoi romanzi. Passano gli anni e il verso continua ad aprire l'inno nazionale italiano, quello fattuale, non l'improbabile versione eroica di Mameli. Sempre nel gruppo gli italiani, da buoni individualisti irresponsabili quali ci hanno insegnato ad essere fin da piccoli, a scuola. Farsi furbi, questa la nostra religione. La coerenza mai, quella la lasciamo ai protestanti.
Se l'intelligenza avesse peso sarebbe possibile giudicare la statura politica di Berlusconi (a conti fatti modesta) distinguendola dal linciaggio morale-politico-giudiziario di cui è oggetto da anni (a conti fatti criminale). Berlusconi politico ha deluso molti (quelli che si erano illusi), ha lasciato indifferente qualcuno e ha soddisfatto pochi. Pensare che da questo semi-fallimento debba necessariamente scaturire la forca è roba da primati, non da cittadini. C'è un'opposizione che ha costruito la sua identità sulla character assassination. E' tutto quel che hanno saputo produrre dopo Honecker. Ma sono i presunti liberali, quelli che prima vendevano Silvio come Margaret e adesso lo trattano da pezzente, i veri sconfitti di questa (a conti fatti piuttosto squallida) fase politica. I presunti liberali si sono fatti massa: incapaci di produrre un pensiero non dico alternativo ma neppure parallelo a quello del capo quando le cose andavano bene, penosamente asserviti alle tesi degli assassini (nell'accezione di cui sopra) quando la barca affonda. Sfacciatamente vendutisi alcuni, servilmente elemosinanti altri, convertitisi alla religione della puzza sotto il naso i più. Facile ridere della Gelmini quando - italianamente - preferisce fare la furba che pensare. Ma la Gelmini siete voi, siamo noi. Il paese è questo e non c'è un solo pseudo-liberale che oggi possa vantarsi di aver fatto qualcosa per cambiarlo. Ha vinto l'assimiliazione, ancora una volta, ed eserciti di individualisti irresponsabili si preparano ad obbedire allegramente, senza rimpianti né rimorsi, alla nuova legge del gregge: Berlusconi boia, stai meglio appeso che con i pantaloni abbassati. Dovevate dargli addosso prima e difenderlo adesso, branco di pecore. Per dirla con Pasolini.

25 sept. 2011

Progresso. Ultima corrida a Barcellona. I tori, ognuno si diverte come può. Non diverte invece lo stato etico. Peggio, lo stato nazionalista. Non frega a nessuno la protezione degli animali, come a nessuno importa davvero che i bambini scrivano bene il catalano. Quel che conta è che l'arena, il taglio dell'orecchio, la porta grande sono tradizioni spagnole, e come tali da rifiutare, emarginare, abolire. Lo stato etico decide che uccidere un toro è immorale. Lo stato nazionalista decide che è immorale in quanto diverso da sé. Ovviamente non si dice. Ovviamente congratulazioni. Ovviamente è progresso.

24 sept. 2011

Ask and tell. Comunque la frase di oggi è questa:
Io non sono contrario in principio a premere, forse anche a costringere, coloro che sono omosessuali a dirlo apertamente. Non c’è dubbio che un omosessuale che vuole rivendicare la segretezza, l’essere privato, della propria preferenza sessuale sta introiettando il principio per il quale quello debba essere un carattere di cui vergognarsi.
L'ha scritta, come se niente fosse, uno di quelli che pensano che il liberalismo sia di sinistra. E lo dimostrano ogni giorno, con idee così.
Per non uscirne. Il pomeriggio era un po' moscio in redazione, Sofri non aveva ancora ordinato le pizze, Sky non funzionava e Costa aveva dimenticato a casa il calciobalilla. Poi è arrivata la gaffe della Gelmini e al Post hanno cominciato a toccarsi. Risultato dell'orgia di testosterone: un pezzo compìto compìto, bacchettone bacchettone, superiore superiore, ditino alzato ditino alzato, indignato indignato, per spiegare che così proprio non si può andare avanti, che non c'è nessun tunnel, che ve lo diciamo noi come si fanno i comunicati. A leggerlo non puoi crederlo che si prendano così sul serio questi della sinistra 'sticazzi. Non puoi credere che il giornalismo sia diventato questa cosa qui, che i figli dei padri che sbagliano vengano invitati alle tavole rotonde come guru dell'informazione, che la generazione iosotutto e tu sei una merdaccia (di destra) impartisca lezioni un giorno sì e l'altro pure senza il minimo senso del ridicolo. Quando sento Gelmini mi intristisco. Ma quando penso che dove avevamo Benedetto Croce adesso abbiamo gli amici di Fabio Fazio, mi viene da farlo davvero il tunnel. Per non uscirne.
Per una volta. C'è poi questo comunicato incredibile del collettivo dei terroristi di ETA in prigione, che si dichiarano a favore di un cessate-il-fuoco permanente e che i giornali riprendono come se fosse una cosa seria. Una cosa seria, in un paese civile, sarebbe che i macellai di una banda di bombaroli marxisti non potessero costituirsi in collettivo né emettere comunicati. Ma siccome siamo in Spagna fra qualche anno potremmo vederli insigniti del Principe de Asturias. Una cosa seria sarebbe chiudere le porte delle celle, buttare le chiavi e non dar voce a criminali che stanno tentando l'ennesima mossa per accreditarsi come prigionieri politici in un conflitto inesistente. Bella questa del conflitto, come se ci fossero due legittimi contendenti che si affrontano su un campo di battaglia, e non lo stato di diritto da una parte e degli incappucciati con le mani sporche di sangue dall'altra. Un'altra brillante eredità della tappa Zapatero questa della legittimazione del socialismo rivoluzionario basco, con Bildu (erede di Batasuna) installatasi in centinaia di municipi, primo fra tutti quello di San Sebastian. Uno scandalo senza precedenti in Europa. Prima di Breivik, chiaro, sul destino del quale fior di sociologi e penalisti si stanno scervellando, perché 21 anni, perfino in Norvegia, sembrano effettivamente un po' pochi. In un paese civile, cioè non la Norvegia, Breivik non sarebbe mai arrivato all'udienza preliminare. In un paese civile l'avrebbe ammazzato qualcuno che passava di lì, un minuto dopo la mattanza, non potendosi un minuto prima. E uno stato civile avrebbe fatto finta di non vedere, per una volta. La carta su cui si scrivono certi comunicati costa troppo per essere insozzata così.

19 sept. 2011

La fine della prima rivolta araba. Sulla cosiddetta primavera araba ho nutrito fin dal principio alcune perplessità, ed è anche per questo che non ne ho scritto molto. I dubbi non riguardavano certo la paura dell'ignoto cui sempre si richiamano quelli che vogliono che tutto rimanga com'è: al contrario, l'influenza della dottrina Bush sui movimenti di piazza continua a sembrarmi del tutto verosimile, coerente ed auspicabile. Piuttosto si riferivano all'esistenza stessa di una vera rivoluzione democratica in medioriente, o meglio alla possibilità che lo spirito di liberazione che aveva caratterizzato le manifestazioni delle prime settimane potesse concretizzarsi ed estendersi fino a prevalere. Sgombrato il campo da parallelismi sciocchi e anti-storici (su tutti quello con il 1989, completamente diverso nelle premesse, nello svolgimento e - adesso sarà chiaro anche ai più superficiali - nelle conclusioni), rimaneva da vedere fino a che punto l'inerzia si sarebbe mantenuta dalla parte dello spontaneismo democratico dell'inizio e quale sarebbe stata la reazione di regimi che avevano in comune tra di loro soltanto una più o meno marcata tendenza all'autoritarismo e alla repressione.
Scrivono Agha e Malley in questo articolo che la primavera araba è finita l'11 febbraio 2011, quando Mubarak è stato deposto. E' anche la mia impressione. Paradossalmente, proprio nel momento in cui l'impeto anti-establishment sembrava destinato a trionfare oltre Tunisia ed Egitto, è cominciata la normalizzazione, che potremmo effettivamente chiamare controrivoluzione se solo riconoscessimo nelle ribellioni prodottesi fino a quel momento le caratteristiche di un moto rivoluzionario coerente e organizzato. Cosa della quale personalmente continuo a dubitare. La normalizzazione si è sviluppata su due fronti: il primo interno ai nuovi regimi, che sono rimasti controllati de facto da personalità vicine agli autocrati deposti o direttamente dai militari; il secondo provocato dalla reazione dei governi in carica, per nulla intenzionati a farsi abbattere da una serie di manifestazioni popolari più o meno pacifiche (Bahrein, Yemen, Siria e Libia). Da qui la violenza, l'intervento straniero e tutto quel che ne è derivato.
Le cause di questo semi-fallimento (perché non di fallimento totale si tratta) possono essere molteplici: l'assenza di tradizione democratica, la mancanza di un'opposizione organizzata e di una leadership riconoscibile, l'eterogeneità degli ideali e delle rivendicazioni in nome dei quali il popolo si è sollevato e via dicendo. Ma secondo me c'è un fattore decisivo che rimane sempre (volutamente) fuori dalle analisi e che invece ha giocato un ruolo determinante nel ridimensionamento delle aspettative iniziali: l'ambiguità dell'occidente e l'indefinizione del suo ruolo nel contesto della ribellione mediorientale. Purtroppo la retorica sulla necessità del multilateralismo e del carattere autoctono delle rivolte, unita al rifiuto ipocrita del concetto di intervento per la democrazia (sostituito dalla nozione politicamente corretta di intervento umanitario, che non è la stessa cosa), ha creato un simulacro di politica internazionale, priva di strategia, di obiettivi e di progetto, in cui la trama di ideali ed interessi è diventata - adesso sì - assolutamente inestricabile. Prova ne sia la sconclusionata e improvvisata avventura libica, che finirà bene solo perché alla fine i regimi criminali sono comunque destinati all'insuccesso, ma che rappresenta il tipo di guerra confusa e ammantata di imprecisati propositi che tanto piace ai progressisti e ai funzionari delle Nazioni Unite. Dietro alle favole per bambini del leading from behind, del pragmatismo e della riscoperta di un realismo con finalità redentrici da parte dell'amministrazione Obama, si nasconde l'equivoco di fondo che riduce l'azione dell'occidente (e degli Stati Uniti in particolare) ad una caricatura di se stessa. Quella che i liberal salutano come la prova definitiva del superamento dell'era Bush e i neoconservatori di sinistra (o presunti tali) come la continuazione della sua dottrina, è invece un ibrido senza capo né coda che toglie legittimità a qualsiasi pretesa di stare dalla parte giusta della storia, semplicemente perché si è incapaci di riconoscere la parte giusta. La principale differenza fra l'America che piantava parlamenti in mezzo al deserto e quella che non sa bene cosa fare da grande, è che per Bush promozione della democrazia e interessi americani (occidentali) coincidevano mentre per Obama i due concetti non sono necessariamente assimilabili. Anzi, possono essere in contraddizione. Se non si capisce questo si finisce per credere davvero che Obama e Bush siano la stessa cosa, promuovano gli stessi principi, portino avanti la stessa politica. O, al contrario, che siano come il diavolo e l'acqua santa.
Questa è, a mio avviso, la chiave di interpretazione di quel che sta succedendo al Cairo e a Washington. E' difficile perseguire una politica di liberazione senza un ideale coerente da contrapporre alla pratica autoritaria. E' opportunista e controproducente parlare di democrazia a Tripoli, di moderazione a Damasco e di status quo a Manama. E si rischia di fare la fine di Israele che, da modello democratico in costante lotta per la sopravvivenza, si è autodeclassato a nano politico in balia degli eventi, incapace di decidere se preferisce continuare a trattare con regimi non esplicitamente ostili o spingere, coerentemente con la propria natura, per la rinascita della cittadinanza araba anche al di fuori dei suoi confini.
Tra tutte le opzioni sul futuro della primavera araba, la più probabile mi sembra quella che vede nelle attuali rivolte soltanto la prima ondata di un movimento di democratizzazione che si definirà nel corso dei prossimi anni, forse decenni. Ma la strada sarà ancora più tortuosa in assenza di una strategia politica che punti alla liberalizzazione delle masse arabe e contemporaneamente alla democratizzazione delle élites laiche e filo-occidentali. La congiunzione di queste due trasformazioni (epocali) rappresenterà la vera svolta per il medioriente. Purtroppo un occidente tentennante e insicuro del proprio ruolo difficilmente potrà contribuire a questo processo e dovrà accontentarsi, per dirla con Agha e Malley, di negoziare i propri margini di influenza con una classe dirigente di estrazione islamista che finirà per proporsi come il suo principale interlocutore (ed alleato). La prospettiva non è delle più stimolanti.

17 sept. 2011

Climax discendente. Le intercettazioni puzzano di fine dello stato di diritto. La loro pubblicazione stende una patina marrone su quel che ne rimane. Ma sono gli applausi - gli applausi convinti all'infamia - che coprono di merda fino a soffocarlo l'ultimo soffio di dignità prima del suicidio collettivo.

16 sept. 2011

"Come descriveresti le posizioni del PD sulla raccolta?". Di cose inutili ne ho lette parecchie nella vita. Ma come l'intervista di Sofri a Civati nessuna, direi. Comunque ci sto ancora pensando, magari la trovo.

11 sept. 2011

Ah-merica.




















Il resto del viaggio qui.

9 sept. 2011

Vale la pena stare al mondo per giorni come questo.

7 sept. 2011

No. La risposta a chi mi chiede se ho ripreso a scrivere.

6 sept. 2011

Nopasarán. La Spagna è una nazione fondata su due ideologie, il politicamente corretto e il nazionalismo. Non c'è nessun'altra idea di peso che abbia cittadinanza in questo paese da operetta senza spartito, sfilacciato, contorto e ripiegato su se stesso. Del politicamente corretto ho scritto fin troppo. Del nazionalismo non si scriverà mai abbastanza. Non conosco democrazia in cui a questa stortura del pensiero politico, che annulla l'individuo in nome di una fantomatica comunità e promuove sfacciatamente la discriminazione su base identitaria, si assegni un valore così alto, quasi assoluto. Puoi pisciare sul liberalismo, sputare sul capitalismo, sfregiare le parrocchie, ma il nazionalismo no, quello non si tocca. Che sia l'affermazione della nazione spagnola o quella delle cosiddette identità regionali (qui chiamate ovviamente nazionali), tutti i giorni una classe politica inetta inietta nelle vene di una massa plaudente e sfinita la sua dose di veleno totalitario. L'ultima botta di vita arriva da una pronuncia del Tribunale Supremo che, accogliendo un'istanza di tre famiglie catalane, sancisce che è un diritto dei genitori scegliere in che lingua devono essere educati i loro figli, catalano o castellano. In un posto normale, in cui il bilinguismo previsto dalla costituzione venisse regolarmente applicato, una decisione del genere non avrebbe nessuna ragione di esistere, incaricandosi le istituzioni di compiere il loro dovere a tutela delle prerogative di ciascuno. Siccome invece gli stati in cui la teoria e la pratica della democrazia liberale sono considerate inutili ammennicoli i diritti non li garantiscono ma pretendono di crearli o di distruggerli, in Catalogna la sentenza è stata accolta come un'offesa all'identità nazionale. Levata di scudi della dirigenza, barricate, Braveheart. Il tutto in nome del mantenimento di un modello trentennale, fortemente discriminatorio, in base al quale nelle scuole la lingua veicolare (cioè quella in cui si insegnano tutte le materie) è e deve continuare ad essere il catalano. Con buona pace del bilinguismo, della costituzione, e di chi la pensa diversamente. Un franchismo linguistico al contrario, un branco di pecore senza pastore. No pasará, la democrazia.

3 sept. 2011

Normalizzati. Scopro che Yoani Sánchez ha scritto un manuale di Wordpress, in vendita nelle migliori librerie del Regno. Caspita. Quelli da cinquant'anni zittiscono, minacciano, imprigionano, torturano, fucilano e lei scrive un manuale di Wordpress. Ci ho messo un po' per mettere d'accordo intuizione e ragione ma il mio giudizio sull'eroina cibernetica è ormai formato. Yoani Sánchez appartiene a quella categoria di dissidenti organici ai regimi, ovvero quel genere di oppositori di cui le dittature hanno bisogno per legittimarsi e consolidarsi. Si tratta dei peggiori servi sciocchi dei tiranni, soprattutto perché la maggior parte delle volte non sono consapevoli del ruolo a loro assegnato e, mentre gli attivisti realmente significativi si trovano in galera o in esilio, continuano a lubrificare la macchina della repressione attraverso la comoda menzogna della riforma del sistema dall'interno. Non è una figura nuova nella storia delle dittature. Una volta una gentile studente di letteratura tedesca mi spiegò con convinzione teutonica che Christa Wolf era in realtà una oppositrice del governo della DDR. Ho paura che presto dovremo includere nella categoria anche la Aung San Suu Kyi post-liberazione, e sarebbe un vero peccato. Ma devo imparare a fidarmi di più delle mie intuizioni.

2 sept. 2011

Annessione. Pare che a Little Havana da un bel po' si siano stancati di combattere. Forse aspettano che muoia il grande vecchio, poi che muoia il fratello, poi tutti i lacché del regime. Aspettano, insomma. A vederla la Calle Ocho di Miami è una strada lunga e bruttina, una Cuba americana, ma troppo lenta nel ritmo e nei pensieri, dove nessuno sembra aver più voglia di mettere il dito nell'occhio alla famiglia Castro. Hanno anche invitato Pablo Milanés a cantare, come se tutto fosse finito, e invece la guerra continua. Continua per quel taxista che diciassette anni fa ha rischiato la vita su una balsa e oggi può spiegare di essere "nato un'altra volta" dopo aver messo piede in America. Continua perché sull'isola lui non ci torna nemmeno per vedere sua madre ma i soldi a casa li deve mandare comunque, e a Fidel i dollari dei gusanos piacciono eccome. Continua perché, come ha scritto uno che ne sa più di me, finché anche uno solo si sente in guerra, la guerra non è finita. Ma i cubani di combattere hanno sempre avuto poca voglia, mi pare. Certo, i Castro sono bestie feroci e quella del comunismo caraibico è la favola dei salotti progre europei e degli snob dal culo caldo. Ma anche Gheddafi spara, anche Assad fa fucilare gli oppositori. Eppure. L'unica soluzione per Cuba è che se l'annettano gli Stati Uniti d'America. Rocca dice che Obama ha un piano. Rocca dice sempre che Obama ha un piano. Rocca dice di essere di sinistra. Quindi dovete credergli. Speriamo faccia in fretta però, se no invece di miamizzare l'Havana, finiranno per havanizzare Miami. Non lo dico io, ma quello che ne sa più di me.
Spero che qualcuno si annetta anche la Birmania, dopo aver visto Aung San Suu Kyi sorridere ai suoi carcerieri, come se niente fosse. Pensano di comprarsi un po' di benevolenza con il loro pacifismo ostentato, perdente. Ma la riconciliazione è l'ultima menzogna delle dittature, un'idea falsa, pericolosa e insultante finché gli assassini sono vivi, vegeti e al potere. E' come chiedere scusa di essere vittime, è trovarsi dalla parte della ragione senza crederci fino in fondo. E' un'allucinazione che ti fa pensare che un cantore del regime totalitario come Milanés possa essere in buona fede perfino quando scrive lettere vergognose e svergognate o butta lì frasi da sbirro come "ciò non implica che sia in disaccordo con Fidel e che sia d'accordo con las Damas de Blanco". Non sia mai che ti tolgano i privilegi da bardo comunista, caro compagno Pablo. E Yoani applaude, e come applaude, dal suo rifugio di dissidente cibernetica, intoccabile, ormai ospite fissa dei salotti buoni (in contumacia). Quanto le piace il Pablo che parla di amicizia, ponti e mani tese. Sorriderà anche lei quando Raul la inviterà a pranzo davanti alle telecamere di stato? Potete scommetterci.
E' la riconciliazione, tesoro. E chi non è d'accordo è un fottuto fascista.

1 sept. 2011

Zombies. Certo, a dittatore mezzo morto tutti a bravi a scavare tra le macerie dei suoi palazzi, della sua famiglia, delle sue prigioni. Tutti in prima linea a denunciarne crimini e misfatti, a mostrarne la faccia d'orco, a scandalizzarsi del lusso delle sue piscine e della lussuria delle sue notti. Prima però tutti zitti, eh? Mai un network di peso che si prendesse il disturbo di chiamare per nome il tiranno, mai un giornale serio che sbattesse il mostro in prima pagina, mentre era arzillo e magari comprava azioni in borsa per colazione. Piuttosto cautela, distinguo, ammiccamenti e interviste in ginocchio. Quante volte avete sentito associare le parole Libia e dittatura sui mainstream media prima del marzo scorso? Per non parlare di Egitto, di Yemen, di Tunisia. Tutti bravi e dalla parte giusta, adesso. Tanto nessuno se ne ricorderà.
Soddesinistracosì. Riporto due stralci di conversazione tra il sottoscritto e Christian Rocca su sinistra e liberalismo (e-mail giugno e luglio). La mia opinione è che da tempo Rocca abbia finito per credere alle proprie provocazioni fino a  perdersi nel paradosso. Ribadisco che per me lui è stato di gran lunga il migliore nel descrivere l'America post-11 settembre. Ma l'anticonformismo bisogna saperlo maneggiare, se no si trasforma nel suo contrario. Comunque, giudichi chi legge. Sono sicuro che il mio interlocutore non avrà da ridire, visto che non c'è nulla di personale in questo dialogo.

14/06

E.R. Certo, Christian, che per scrivere cose come "la sinistra fa la sinistra, promotrice della libertà e della democrazia nel mondo", bisogna proprio far finta che il XX secolo non sia mai esistito. A meno che tu non parli solo del secolo americano, e anche lì ci sarebbe molto da discutere.
Io capisco l'intento provocatorio ma davvero non mi risulta che la sinistra novecentesca sia stata promotrice dei valori liberali. Almeno non nel mondo reale. Tanto è vero che abbiamo salutato Blair come un'eccezione nel panorama del socialismo europeo.

C.R. Wilson, Fdr, Kennedy, Clinton e in Europa Blair mi sembrano sufficienti.

E.R.
Beh, se li compari con la massa filo-totalitaria direi proprio di no.

C.R.
No? Chi ha vinto?

E.R. Di sicuro non ha vinto la sinistra, comunque tu la intenda.

C.R. Nel 900 ha vinto la sinistra, la sinistra liberal, il welfare state, Keynes. In America e in Europa. Sconfiggendo il nazifascismo e il comunismo, l'isolazionismo e il colonialismo.

E.R. Ha vinto la democrazia liberale, a sinistra c'erano le democrazie popolari.
Quando Kennedy parlava a Berlino, la sinistra europea stava con Mosca mica con lui.
La sinistra era (è) socialista, che c'entrano democrazia e libertà?
Quando Blair ha fatto lo strappo lo ha fatto sposando i valori liberaldemocratici e in cesura con la tradizione della sinistra novecentesca. Tanto è vero che da sinistra lo hanno sempre considerato un traditore.
Keynes ha sconfitto il nazifascismo e il comunismo? E' uno scherzo, vero?

C.R. Non scherzo. Togliti i paraocchi. Il liberale Keynes e il keynesismo hanno contrastato e sconfitto il comunismo e la sua diffusione nel mondo occidentale. Studia FDR. Studia Truman (cos'è il piano Marshall, secondo te?). Togliti i paraocchi.

E.R.
Il "liberale" Keynes? La discussione si fa surreale.
Mi pare che a forza di ripeterle tu abbia finito per credere alle tue stesse provocazioni.
Poi c'è questo tipico vezzo leftist, tutto quel che ci piace diventa automaticamente di sinistra. Anche se non c'entra nulla, come il liberalismo. Anche se la realtà è andata in senso diametralmente opposto.
Ti leggo e non ci credo, che vuoi che ti dica.

C.R. Già, Keynes era marxista.

E.R. No, era sodale di Adam Smith. Che ovviamente era di sinistra pure lui, no?
Non c'è bisogno di essere marxisti per non essere liberali, dovresti saperlo, perché ne hai scritto un sacco in questi anni.

C.R. Salutami Glenn Beck.

E.R. Vedo che hai chiuso con una sciocchezza, coerente con la sciocchezza iniziale. Contento tu.

22/07


E.R. Ti sei dimenticato di aggiungere che, ovviamente, L'uomo dimenticato è un libro di sinistra... ça va sans dire. Come la doccia e il soufflé di patate.

C.R. Battuta scema. Ma Giavazzi e Alesina ti darebbero torto. Siamo nel 2011 e non hai ancora capito la differenza tra sinistra e socialismo.

E.R. Guarda che non sono io a non averla capita. La sinistra europea tutta non l'ha capita.
Il mondo non finisce a New York. E la sinistra nemmeno, purtroppo. Ma tu vedi solo quello, mi sembra.

C.R. Blair era a New York? E Havel? E gli intellettuali francesi? E i repubblicani italiani? E i radicali di un tempo? E Saragat? E Salvemini? E i fratelli Rosselli? E ci metto pure Craxi. Tutti a New York?

E.R. Sono le eccezioni, non la regola. Tu le fai assurgere a regola per dimostrare una tesi tutta tua.
Perché in fondo, e questo l'ho sempre pensato anche quando eri il mio giornalista di riferimento, anche tu come i tuoi amici progre pensi che dirsi di sinistra faccia fine e non impegni.
Tu hai idee giuste e condivisibili ma non sono idee di sinistra. Sono idee liberali. Stop.
Però sembri pensare che per dare legittimità a quelle idee, per farle accettare, tu debba necessariamente definirle di sinistra. E cadi nel conformismo, o nel sofrismo, che è la stessa cosa. O nella confusione. Perché se FDR era di sinistra e per l'intervento pubblico, non possono essere di sinistra anche i liberali che criticano lui e il suo intervento pubblico.
Ma soprattutto non puoi far diventare di sinistra tutto quello che ti piace. E' troppo facile così.

C.R. Il liberalismo non è destra e non è conservatorismo. E' l'opposto del conservatorismo. Così come è l'opposto del socialismo. Non sai niente di FDR, credimi.

Tralascio le scaramucce finali.

Mi piacerebbe proprio sapere cosa ne pensano i miei ex compagni di merende di TocqueVille.
Scriveranno per dire che ho ragione io, faranno finta di niente, o prevarrà il Rocca non si tocca e accetteranno zitti zitti che il liberalismo è di sinistra e perfino (e questa fa proprio senso) che la sinistra ha vinto nel '900? Dai, tiratele fuori per una volta.