27 may. 2003

Si vede che è troppo difficile. Lo «spazza-blogger» conferma che, al contrario di quanto affermato con perseverante quanto inutile pedanteria dal raffinato analista politico de’ noantri, in Spagna si continua a ritenere che queste elezioni siano state una brutta botta per un PSOE che era convinto di infliggere al PP una sconfitta di dimensioni storiche ed invece si è ritrovato di fronte un panorama politico sostanzialmente immutato nel quale i popolari hanno in alcuni casi addirittura rafforzato le loro posizioni (come è successo per esempio in Andalusia e alle Baleari: se vuoi facciamo un grafico). E’ comprensibile che quando ci si trova in difficoltà con i dati si vada su Google a cercare tutto quel che può confortare i propri pregiudizi. Ma non è un’operazione intelligentissima soprattutto se si ha una conoscenza così superficiale dell’argomento. Insomma, se errare è umano perseverare… Meglio chiuderla qui anche perché la realtà è piuttosto chiara per chiunque la voglia osservare senza paraocchi.
Quanto invece all’inciviltà e alla maleducazione con la quale alcuni usano rivolgersi sistematicamente ai propri interlocutori ci sarebbe molto da aggiungere. Ma evitiamo di soffermarci anche su questo perché chi legge è in grado certamente di giudicare e di distinguere un ragionamento da un insulto. Ci limitiamo a notare che il riferimento ai manicomi quando ci si confronta con chi ha opinioni diverse dalle proprie e soprattutto le supporta con argomenti concreti non è quel che si definisce un’uscita particolarmente fortunata. In quanto agli allucinogeni invitiamo a non farne un uso smodato. Soprattutto prima di accingersi a rendere pubbliche le proprie ispirate riflessioni in rete. Chiediamo infine scusa ai lettori che legittimamente potrebbero non essere interessati a questo botta e risposta.
P.S. Per la tranquillità di tutti noi. La contundente affermazione di Gasbarra alla Provincia di Roma ha senza alcun dubbio impresso alla politica italiana una svolta decisiva. E’ la nuova era, il radioso avvenire promesso e finalmente raggiungibile, l’altro mondo possibile che tutti stavamo ansiosamente aspettando. Grazie. Siete meravigliosi. Perfino in Spagna non si parla d’altro. Tanto che la strepitosa vittoria del PSOE sembra quasi che non sia mai avvenuta.
Elogio della moderazione. Parole civili, commenti pacati, lucidità d’analisi nel dopo-voto italiano. E pensare che il buon Piero il compagno Nicolae dovrebbe conoscerlo piuttosto bene…
A proposito: a sinistra avranno mica stravinto pure queste? I risultati parziali. In attesa di Repubblica domattina.
Segnalazione. Cox and Forkum (grazie ad HispaLibertas).

15 may. 2003

La brezza si fa venticello. Il WP riporta i commenti di alcuni giornali arabi on-line (da leggere i link citati nell'articolo) sull’attacco terroristico di Riad. Sorpresa: sostengono che la guerra contro il terrorismo va appoggiata e che gli attentati sono frutto solo di un odio e di un fanatismo da combattere senza esitazione.
The war on terror is an international war, which has no other goal but to eliminate terrorists and those who perpetrate them. It should not be understood as a war for dominance and occupation (Arab Times).
A qualche opinionista nostrano farebbe bene leggere ogni tanto i colleghi arabi.

27 abr. 2003

Iraq e Al-Qaeda. Il Daily Telegraph scopre a Baghdad documenti di intelligence che confermerebbero il legame tra il deposto regime di Saddam e il network del terrore di Osama:
Papers found yesterday in the bombed headquarters of the Mukhabarat, Iraq’s intelligence service, reveal that an al-Qa’eda envoy was invited clandestinely to Baghdad in March 1998. The documents show that the purpose of the meeting was to establish a relationship between Baghdad and al-Qa’eda based on their mutual hatred of America and Saudi Arabia. The meeting apparently went so well that it was extended by a week and ended with arrangements being discussed for bin Laden to visit Baghdad.

25 abr. 2003

Uno di meno (un altro). Aveva stretto un buon numero di mani nel suo ultimo viaggio in Italia. Era andato da pellegrino ad Assisi dove i frati lo avevano accolto come un cristiano qualsiasi. Aveva portato al Papa un messaggio del suo Raíss. Ieri Tareq Aziz ha compiuto la migliore azione della sua vita: si è consegnato agli americani. Quello che alcuni amavano descrivere come “la faccia presentabile del regime" ma che in realtà nel suo curriculum politico poteva vantare un ruolo di primo piano nelle purghe baathiste era uno dei ricercati del mazzo dei 55. Ciò che più conta a questo punto è che Tareq Aziz potrà raccontare molte cose sull’ex dittatore di Baghdad di cui è stato delfino ed ambasciatore per anni. E’ solo questione di tempo, anche qui. Sul Times un suo ritratto.

23 abr. 2003

Il venticinque aprile antiamericano. Sarebbe uno dei più sconcertanti paradossi storici che si possano concepire. Tra tutti quelli che scenderanno in piazza per l’anniversario della Liberazione del nostro paese ce ne saranno moltissimi che si sono opposti alla Liberazione dell’Iraq. E che manifesteranno contro quegli stessi angloamericani che hanno reso possibile questo giorno. Ecco perché forse sarebbe meglio che stavolta restassero a casa:
(...) l’antifascismo non democratico compirebbe un atto di impostura se celebrasse il 25 aprile della Liberazione dopo aver vissuto nelle cantine in cui si era imboscato il 9 aprile della Liberazione di Baghdad. 
Troppo facile incamerare e tenere per sé il mito dell’antifascismo come religione civile, staccandone per decenni la cedola politica, e dimenticarsi dell’unico atto concreto di antifascismo del nostro tempo, la cacciata dal potere del fascismo baathista di Saddam. Quel tipo di antifascisti stavolta dovrebbe starsene a casa.
Questione di decenza. Do you know this word?

11 abr. 2003

E adesso, che facciamo? (o anche Questa proprio non ci voleva!). Imperdibile pagina delle Lettere de Il Foglio sullo smarrimento dei pacifisti alla caduta di Baghdad.
Altre immagini. Bellissime.
Per non dimenticare. Perfavore leggete la serie di “Avevano detto...” pubblicata qui nei Von Hoffman Awards.
Dal mondo arabo. Le reazioni alla fine del regime. C’è di tutto, dal rancore alla speranza. Quindi c’è speranza.
Quattro giorni fa. Anche questa è una bella storia che abbiamo voglia di raccontare. Khuder al-Emiri torna al suo villaggio dopo dodici anni. Lo accompagnano i marines.
Dubbi. Solo perchè nessuno l’ha detto... e anche perché ne abbiamo sentite davvero troppe.
Pensa un po’ alle volte... In Iraq i marines hanno trovato un missile in uno stadio. Pensate che a Blix piacesse il calcio?
Proprio non si danno pace. I palestinesi non nascondono la loro delusione per la caduta di Saddam: «Non può essere vero, dove sono i terroristi suicidi, dove sono i fedayeen di Saddam, dov’è l’eroica Guardia Repubblicana?». Temiamo che le stesse domande se le sia poste con la stessa angoscia anche qualcuno dalle nostre parti. Ma forse siamo malpensanti. Ce n'è anche qui.
Hanno la faccia come il c... Se questa cosa non vi provoca un sussulto di indignazione cominciate a preoccuparvi. Pensate al mondo ventuno giorni fa. E pensate al mondo oggi. Provate a trarre qualche conclusione, s’il vous plait. Ci domandiamo: prima o poi questi eleganti signori che vestono Old Europe saranno messi di fronte alle proprie responsabilità, no?

1 abr. 2003

Non notiziabile. Continuiamo a seguire noi questa storia, visto che i media sembrano un po’ distratti.
Peter, ancora tu! Per questa intervista, decisamente inopportuna, Peter Arnett è uscito nuovamente di scena in maniera poco gloriosa. Non si può dire che alcuni colleghi se ne dispiacciano.
Antisemitismo e codardia. In Francia di questi tempi c’è un bell’ambientino… Una manifestazione “pacifista” si trasforma in un corteo antisemita in cui i musulmani sfilano gridando cose così: «Vive Chirac! Stop the Jews!» o «Siamo tutti kamikaze!». In Parlamento il Ministro dell’Interno non trova di meglio che invitare alla calma dicendo: «Non è la nostra guerra». Ce n’eravamo accorti. Ma anche sul coraggio e la dignità di certa classe politica avremmo qualcosa da dire.
Poi c’è anche questa che non è male… un quarto dei francesi la pensa come Barenghi e De Genova.
The New Yorker vs. Rumsfeld. Dopo aver dato il via alla campagna che ha portato Richard Perle alle dimissioni (qui la sua difesa), in questo articolo (già famoso ancor prima della pubblicazione) il settimanale attacca il Segretario alla Difesa e la sua strategia di “guerra leggera”. Non entriamo nel merito in quanto non siamo esperti militari. Ci limitiamo a due considerazioni per così dire “politiche”. La prima. Come tutte le critiche che in questi giorni stanno montando sui mezzi di informazione, anche questa ci sembra assai prematura: ricordiamo solo che sia la Prima Guerra del Golfo, sia l’intervento in Kosovo, sia quello in Afghanistan richiesero diverse settimane prima di raggiungere l’esito prefissato. La seconda. L’articolo sembra dettato dagli avversari politici di Rumsfeld e dice esattamente ciò che tutti i suoi oppositori vorrebbero sentire: errori di valutazione, arroganza, incompetenza militare. Troppo facile per essere vero. Sa di preconfezionato, conservato e tirato fuori alla prima occasione. Ma forse un po’ troppo presto.
Pro memoria per il futuro. Ci troviamo in una fase in cui l’informazione schierata contro la guerra - vale a dire la stragrande maggioranza in Europa con bloggers pacifisti al seguito con body-counters o senza - si manifesta secondo queste due tendenze: da una parte un catastrofismo a tratti grottesco secondo il quale per gli alleati - o invasori come molti preferiscono chiamarli - tutto sta andando male, i piani sono clamorosamente sbagliati, gli strateghi americani sono in balia dell’astuto e indomabile nemico; dall’altra una fiducia pressochè acritica nei confronti di qualunque comunicato provenga dalla propaganda del regime di Saddam accompagnata da una diffidenza quasi assoluta verso le informazioni che fornisce la controparte alleata. La prima tendenza sa molto di segreta e inconfessabile speranza. La seconda di stolta e rivelatrice malafede. Nulla di serio in ogni caso.

23 feb. 2003

Profezia. «La trasformazione più sottile di New York è qualcosa di cui nessuno parla mai, ma a cui tutti quanti pensano. La città, per la prima volta nella sua storia, è distruttibile. Una singola flotta aerea non più grande di uno stormo di oche può mettere rapidamente fine alla fantasia di quest’isola, bruciare le torri, frantumare i ponti, trasformare le metropolitane in camere a gas, cremare milioni di persone. L’intuizione della sua natura mortale è insita nella New York di oggi: è nel rumore dei jet che ci sorvolano, è nelle testate listate a lutto dell’ultima edizione straordinaria».
«Nella mente di un qualunque perverso sognatore che voglia lanciare l’attacco, New York deve esercitare un fascino costante, irresistibile». E. B. White, giornalista e scrittore del novecento americano, affidava queste parole nel 1949 ad un piccolo saggio sulle trasformazioni urbanistiche e di stili di vita in atto nella Grande Mela. Letto oggi fa una certa impressione.
Qui il sito del New Yorker cui White mandava le sue corrispondenze.
1972. E' un anno che ci è caro. E' la poesia di un autore che ci è caro. E' quel che vedrete.