21 feb. 2009

Amici in cinque minuti. Parleremo più approfonditamente della prima uscita di Hillary Clinton in Asia. Per adesso basti questa stretta di mano:



Si è chiaccherato di economia e di cambio climatico. Fa fine e non impegna:

The United States and China glossed over differences on human rights as they pledged here on Saturday to work more closely in tackling the global economic crisis and climate change.
Un piccolo problema di ordine pubblico non ha turbato la cordialità della visita:
More than a dozen Chinese dissidents have been questioned, followed or detained during U.S. Secretary of State Hillary Clinton's weekend visit to Beijing, fellow activists said Saturday.
The stepped-up controls come as international human rights groups expressed outrage over a statement by Clinton ahead of her Friday arrival that issues such as climate change, the world financial crisis and North Korea would likely take precedence over traditional U.S. concerns about human rights in her discussions.

19 feb. 2009

Corea del Nord. Una tragedia evitata?



Lo scorso giugno la Corea del Nord si trovava, secondo alcuni riconosciuti esperti, sull'orlo di una nuova carestia. I prezzi degli alimenti erano esplosi e la scarsità di cibo stava provocando le prime morti nelle campagne, soprattutto nel nord-est del paese. Si descrivevano scene già viste dieci anni prima durante la grande fame che uccise da uno a due milioni di persone. Famiglie costrette a mangiare erbe, rinascita del mercato nero e perfino rivolte più o meno estese nei centri urbani ed in alcune fabbriche. Ma soprattutto i granai dell'esercito erano vuoti e i militari, la prima linea del potere di Kim Jong Il, mostravano segnali di insofferenza che in alcuni casi sfioravano l'insubordinazione. Anche nella capitale Pyongyang, dove le classi dirigenti vivono al riparo dalle avversità che quotidianamente colpiscono il resto della popolazione, le razioni alimentari avevano subito una brusca riduzione. Oggi, otto mesi dopo, gli stessi esperti constatano che la temuta carestia non si è prodotta e che addirittura i prezzi del riso, alimento essenziale nella scarna dieta dei nordcoreani, stanno sensibilmente diminuendo: in media, rispetto a due mesi fa, un chilogrammo di riso costa 300-400 won in meno, un quinto del totale. Cosa è accaduto? Erano sbagliate le previsioni catastrofiste o il regime è corso ai ripari? In effetti gli elementi per una ripetizione della crisi alimentare c'erano tutti, non ultima una serie di inondazioni che avevano devastato parte dei raccolti nel 2007 lasciando allo scoperto milioni di persone. Ma probabilmente - e quando si parla di Corea del Nord il condizionale diventa imperativo - il rischio di una rivolta dell'esercito ha fatto scattare l'allarme nei palazzi del potere, in cui in questi mesi peraltro ha comandato non si sa bene chi, causa malattia del Caro Leader. E' successo allora che il governo ha deciso di comprare cibo, convertendo i proventi dell'export in alimenti e sopperendo in questo modo alla carenza interna. Informa la stazione Open Radio, che trasmette illegalmente in alcune zone di territorio nordcoreano, che a gennaio è arrivato il primo carico di 500 tonnellate di riso dalla Cina, acquistato con una sorta di baratto sulle materie prime esportate. "Il carbone - si legge sul sito web della stazione - è normalmente venduto per l'equivalente di 65 $ per tonnellata ma l'importo guadagnato con queste transazioni è in questo momento convertito in cibo e trasportato in Corea. Per 7,5 tonnellate di carbone si ottiene una tonnellata di riso". Questo riso non è destinato a nutrire direttamente la popolazione ma piuttosto a soddisfare le necessità dell'esercito. Il risultato finale è lo stesso, considerato che la paura di confische per mantenere fedeli i militari era stata una delle cause principali dell'impazzimento dei prezzi nei mesi scorsi: "Il riso - leggiamo ancora - è immagazzinato per l'emergenza e non viene venduto nei mercati ai cittadini. Sembra che queste attività siano finalizzate a creare scorte per i soldati in preparazione di un inasprimento delle ostilità fra nord e sud". E' quindi probabile che la Corea del nord, nel ripristinare una situazione alimentare accettabile, abbia comunque come primo obiettivo la compattezza delle truppe in vista di uno scontro con il sud. Potrebbe sembrare fantascienza ma vista la retorica e soprattutto la natura del regime di Pyongyang non lo è affatto. Proprio in occasione del viaggio di Hillary Clinton, i comunisti hanno alzato il livello dello scontro, minacciando il lancio di nuovi missili e sfidando apertamente Seoul. Che Kim Jong Il si stia davvero preparando per la guerra o meno, è certo che l'importazione di cibo ha determinato una drastica riduzione dei prezzi e scongiurato per il momento la carestia. A questo elemento si devono aggiungere un raccolto 2008 certamente superiore al previsto e un verosimile aumento di aiuti provenienti dagli Stati Uniti (nonostante lo stallo sul nucleare) e dalla Cina. Il quadro ad oggi, se non stabile, è almeno quello di una tragedia evitata. Interessante comunque notare alcune dinamiche interne all'economia nordcoreana che dimostrano tutta la nocività di una politica di controllo assoluto dello stato sull'economia. Quando parliamo di mercati nel caso nordcoreano non dobbiamo pensare ad un giro di compravendite o di transazioni nemmeno lontanamente paragonabile a quello cui siamo abituati. Stiamo invece ragionando su attività economiche il più delle volte improvvisate, createsi in maniera spontanea, per necessità o disperazione, al di fuori dei vincoli della pianificazione statale, quasi sempre represse e a volte tollerate in situazioni di particolare emergenza. Una valvola di sfogo naturale, l'unica possibile, per una popolazione costantemente alle prese con problemi di sussistenza. Queste attività, quando raggiungono livelli di diffusione che il regime considera suscettibili di sfuggire al suo controllo, vengono schiacciate senza troppi patemi. E'successo più volte negli ultimi anni e, nota ancora Open Radio, è stato proprio in occasione di queste ondate repressive che i prezzi alimentari sono schizzati verso l'alto: "L'aumento del prezzo del riso nell'ottobre 2005 fu influenzato dall'annuncio del governo di ritornare al vecchio sistema di razionamento del cibo. Nel maggio 2006 il governo riprese il controllo dei mercati con il pretesto di piantare più riso e provocarne un innalzamento del prezzo. Nell'agosto 2007, quando vennero lanciate diverse campagne di controllo dei mercati sotto lo slogan "Sconfiggiamo gli elementi antisocialisti", il prezzo del riso crebbe di nuovo drasticamente. Infine, nell'aprile scorso anno, ha toccato il tetto dei 4000 won al chilogrammo, una quota senza precedenti. Durante questo periodo sono state adottate misure che limitavano l'età delle donne nei mercati". Insomma, solo nei rari e brevi momenti in cui una società totalmente oppressa ha trovato la forza di sfidare le regole, l'economia ha respirato. Per il resto sono stati sessant'anni di catastrofi e arretratezza, in uno dei più folli esperimenti sociali mai concepiti.

6 feb. 2009

L'angelo (e il diavolo nei dettagli).



Angelina Jolie visita un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.



Angelina Jolie si fa fotografare in un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.

3 feb. 2009

L'incredibile e triste storia. Se solo esistesse una comunità internazionale, le cose si metterebbero malissimo per la Thailandia:
Indonesian authorities found 198 refugees from Myanmar early Tuesday off the country's west coast who claimed they had been drifting in a wooden boat for three weeks after being set adrift by Thai military forces.
A survivor told Indonesian immigration officials that his boat was part of a group of boats carrying about 1,200 people who were cast out to sea by Thai military forces who had found them.
"They were part of the nine boats containing Rohingya refugees from Myanmar and Bangladesh that were set adrift by the Thai security forces," said Iwan Riyanto, an Indonesian immigration official.
Qui c'è la foto (il reportage è di Dan Rivers della CNN) di quando i militari thailandesi tagliano la corda dell'imbarcazione piena di Rohingya.

2 feb. 2009

Charta 08. Gutta cavat lapidem.



Che il fruscio sottile dei fogli su cui è stata scritta (fogli virtuali in questo caso) avrebbe propagato l'effetto della Charta 08 oltre la cortina di ferro che avvolge la società cinese non era così difficile prevederlo, a meno di non essere scettici inguaribili sulle possibilità dello spirito umano. Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente. La dichiarazione dei trecento ufficialmente non esiste ma di fatto comincia  far parlare di sé, anche se in negativo, anche se per contrapposizione. Il potere sente la pressione ed affida alle sue istituzioni culturali (che sono prima di tutto politiche) il compito di disinnescare le micce, prima che il fuoco si alimenti della sua stessa forza. Curioso e significativo il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino, prima che iniziassero le vacanze per l'anno nuovo cinese. Un documento in quattro punti, distribuito agli studenti, che informa di una "riunione di emergenza" del comitato universitario del Partito e della Lega della Gioventù per discutere della Charta 08 (nominata testualmente). Seguono le raccomandazioni del caso:
1) Gli studenti devono avere ben chiaro di che cosa si tratta: attività anti-partitica e anti-socialista;
2) Come membri del Partito gli studenti devono riaffermare la leadership dello stesso, mantenere un'attitudine mentale cristallina e boicottare tentativi di destabilizzazione. Echi di Tiananmen, quando i comunicati invitavano gli studenti a lasciar perdere, a tornare nelle loro aule, a non occuparsi di materie estranee alla loro competenza. "Non dovrebbero seguire - continua il comunicato - ciecamente le azioni della massa (allora esiste una massa?) , né distribuire informazioni dannose attraverso i media e altri canali di comunicazione";
3) Gli studenti devono mantenere una vigilanza attiva (significa fare le spie nel linguaggio decrittato) sui loro colleghi e compagni di lezione al fine di preservare "l'armonia e la stabilità del paese". Qui si passa ad un esplicito invito alla delazione, comune nell'ambiente accademico cinese. Si ricordi il caso del professor Yang Shiqun, denunciato da alcuni suoi studenti per i contenuti delle sue lezioni, considerati contrari al governo e alla tradizione cinese. Qui emergono le radici di quel comportamento ma anche il livello di controllo che le autorità pretendono di esercitare sulle istituzioni scolastiche e il grado di fedeltà richiesto al corpo studentesco. Un organismo solo, una società compatta nella denuncia di influenze che ne possano compromettere la sbandierata "armonia": dal Partito, all'Università, alla Gioventù. La Cina del 2009 usa metodi più sofisticati ma la sostanza del messaggio è la stessa di 40 anni fa;
4) Se gli studenti vengono a conoscenza di situazioni dubbie, devono inmediatamente riferirlo all'organizzazione del Partito. Cellule di trasmissione delle informazioni, burattini in mano ai grandi burattinai chiusi a Zhongnanhai. Poi il comunicato orwelliano termina con un incredibile augurio di splendide vacanze, come se avesse appena annunciato le date degli esami. 
Dall'università alla casa di Bao Tong, 76 anni, ex collaboratore di Zhao Zyiang, prima che questi cadesse in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen. Con lui era caduto anche Bao, sette anni di carcere, per diffusione di segreti di stato e propaganda controrivoluzionaria, l'accusa che è piombata su tutti i martiri della protesta repressa dai carri armati del regime. Da allora ha vissuto come un dissidente, "la prigione mi ha aperto gli occhi e la mente" dice a chi gli chiede un giudizio su quegli anni. Al punto che Bao è stato uno dei firmatari più autorevoli della Charta 08 e per questo la polizia l'ha interrogato come centinaia di altri valorosi ma non ha infierito su di lui, in considerazione del suo passato organico. Chi di voi ha un po' di dimestichezza con le voci del dissenso cinese lo conoscerà: spesso su Asia News compaiono suoi scritti e con frequenza rilascia interviste e commenti a Radio Free Asia. L'inviato di Time è andato a trovarlo a Pechino, dove vive praticamente agli arresti, costantemente sorvegliato e registrato. "Ho firmato la Charta percorreggere il mio errore di 60 anni fa", fa sapere riferendosi a quando aveva deciso di aderire al Partito Comunista Cinese per imporre "il leninismo con la violenza". La dichiarazione è un atto di patriottismo - sostiene -, rovesciando così l'accusa di comportamento antipatriottico che le autorità hanno riversato sugli autori del testo. A chi gli fa notare che forse non era il momento, viste le difficoltà economiche che stanno oscurando il cielo cinese, Bao risponde che proprio questo è il contesto favorevole ai cambiamenti, e che solo la riforma politica può far uscire davvero la Cina dalla crisi. D'altra parte, aggiungo io, per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare.
Ad aver perso ogni speranza nell'autoriforma del sistema (e forse basta conoscere gli elementi essenziali della storia del comunismo per sapere che partito e riforme sono concetti incompatibili) è il professor Xu Youyu, dell'Universita di Scienze Politiche, centro della strategia di indottrinamento cultural-politico del regime. Nonostante le intimidazioni seguite alla firma del documento, lui continua diritto per la sua strada. Non crede alla democrazia alla cinese, scudo dietro al quale i mandarini si riparano dal vento del cambiamento. L'ha sentito Richard Spencer del Daily Telegraph, una delle poche testate occidentali che si sono prese il disturbo di seguire quel che sta avvenendo all'interno della dissidenza cinese dopo la pubblicazione della Charta. "Non si può essere ottimisti per il futuro - confessa il professore - non resta che chiamarsi fuori e mantenere una posizione di rigore intellettuale in difesa di certi principi". Sulla falsa contrapposizione tra universalità dei diritti umani e occidentalità degli stessi, Xu è categorico : "A chi mi nega il valore universale dei diritti chiedo se sta parlando seriamente".