8 jun. 2012

1973-1982. I dieci anni d'oro del calcio polacco, raccontati benissimo da James Montague. Oggi un'altra Polonia cercherà di aprire un nuovo ciclo.

7 jun. 2012

Bombardate la Norvegia. Fate presto.

6 jun. 2012

Io lo so, ma non ho le prove. La gente non pensa e, se pensa, pensa male. Il trionfo dell'irrazionalismo analizzato da Stefano Magni. Lui si concentra sull'Italia, ma la lista è più lunga. L'infantilismo politico-sociale è patologia tutta occidentale.

2 jun. 2012

Obama vs. Ortega. Apprendo che Obama non nutrirebbe nessuna fiducia nella Chiesa cattolica a Cuba. Per questo Foreign Policy dedica al presidente più amato dai mainstream media una dura reprimenda. Io invece non nutro nessuna fiducia nei mainstream media, e questo pezzo dimostra che ho ragione. La Chiesa cattolica cubana è il braccio spirituale del regime e quella della scelta del confronto invece che dello scontro è una balla inventata dagli amici del cardinal Ortega per giustificarne l'opacità e l'ambiguità. Una parte rilevante del controllo sociale necessario alla sopravvivenza del sistema è esercitato attraverso le istituzioni ecclesiastiche, veri e propri centri di delazione e informazione privilegiata per gli apparati dello stato. Non lo dico io, ma chiunque abbia la possibilità di esprimersi liberamente sull'argomento: quindi non i cubani in patria, la cui opinione nessuno è in grado di conoscere, fatta eccezione evdentemente per l'autore del pezzo. Pretendere di difendere le vittime stringendo le mani dei loro carnefici dalle mie parti continuerà sempre a chiamarsi in un solo modo: connivenza. Spero che Obama, se è vero che da lui dipendono certe campagne, continui a minare dalle fondamenta uno dei tasselli della dittatura castrista. Che la stampa occidentale continui poi a propagandare la fallacia del cambio evolutivo nell'isola dei matones merita, più che una confutazione, una visita dallo psicanalista.
Keynes e l'aspirina. Io sbaglio su un sacco di cose, si sa. Però ci sono questioni sulle quali non ho mai avuto dubbi, perché le ho poppate fin dall'infanzia: che non dovevo rubare le caramelle negli autogrill, che la Juve era la squadra più forte d'Italia, che i liberali stavano da una parte e Keynes da un'altra. Tralascio i primi due pilastri della mia esistenza e mi butto sul terzo. Io, che di economia non è che sia un esperto, ho sempre associato Keynes alla spesa pubblica, allo scavare una buca per riempirla, alle sovvenzioni dello stato. Insomma tutta quella roba lì, che con il liberalismo non è che abbia tanto a che fare. Lo so che Keynes ha detto un sacco di cose, e magari tra quelle a cercarle ce ne trovi perfino di liberali, diciamo. Però uno quando pensa al mercato gli viene in mente Hayek, mica Keynes. Io, giuro, ad associare Keynes e i liberali non ci avevo mai pensato. Mai. Era un pilastro, appunto. Poi un giorno parlo con Christian Rocca, uno che in genere pensa cose giuste ma per farle accettare dagli amici deve dire che sono di sinistra. E lui mi spara, e quasi mi viene un colpo perché io di Rocca un po' mi fidavo, che la guerra fredda non l'hanno vinta Reagan e Thatcher ma Keynes. E che Keynes era un liberale così. Io gli chiedo, ma sei sicuro? E lui, certo, non capisci un cazzo, quelli che credono che Keynes fosse un marxista sono degli imbecilli come te. Io gli rispondo che mica credevo che Keynes fosse un marxista, ma che tra essere un liberale ed essere un marxista c'è un mare. E che Keynes, aggiungo, in quel mare ci aveva navigato parecchio. Per me la questione era chiusa. Rocca stava per diventare direttore e si prendeva qualche licenza poetica. Certo, uno che ti dice che nel XX secolo ha vinto la sinistra fa un po' pensare, ma contento lui. Solo che poi oggi mi imbatto in un articolone che si intitola: Keynes era un liberale? e mi ricordo di quella conversazione. I punti interrogativi a volte sono uno shock, perché ti trasformano una certezza in un dubbio con un semplice segno sulla carta. Non sono mica facili i punti interrogativi, bisognerebbe prenderli un po' più sul serio. Prima ancora di leggerlo, mi dico: caspita, se uno dedica così tanto tempo a spiegare che uno non è una cosa, significa che la possibilità che quello sia quella cosa è abbastanza alta. Se no sarebbe scemo. E allora chiedo a chi mi ha segnalato l'articolo: ma sei sicuro che sia una cosa seria? Non so, io conosco solo uno che pensa che Keynes sia un liberale, tu quanti ne conosci? E lui mi dice che c'è un sacco di gente che lo pensa, per esempio al Giornale, a Libero o al Tempo. Cioè, per riassumere, c'è una buona parte della destra italiana che crede che Keynes sia un liberale, e che quelle cose delle buche, dell'intervento statale e via dicendo siano dettagli insignificanti. Ora, non è che la destra italiana di liberalismo ci abbia mai capito tanto, ma questa è solo un'opinione, ci mancherebbe. Però uno può capirci poco ed evitare comunque di spararle grosse. Invece no, se è vero che al Giornale, a Libero o al Tempo c'è un sacco di gente che quando sente la parola liberalismo non pensa ad Adam Smith ma a Keynes, ecco io credo che un po' la cosa dovrebbe preoccupare. Perché della destra italiana me ne frega abbastanza poco, però la confusione, l'improvvisazione e la manipolazione ideologica sono cose serie e uno non può mica lasciarle in mano, che so, al direttore di IL24 o a qualche amico suo di sinistra pagato dalla destra. Io lo so che Keynes non era un liberale. Ma l'articolo l'ho letto lo stesso. E' stato come prendere l'aspirina, anche se sai che il mal di testa prima o poi ti passa.
Corso di marxismo in quindici minuti. Witold Gombrowicz aveva probabilmente ragione quando diceva che era un pensatore sottovalutato. Ma il suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto è un libretto troppo modesto per corroborare il suo grido di dolore. Non è colpa sua, ma di chi ha preso gli appunti. E' come quando in classe scarabocchi qualche frase convinto di aver afferrato il filo del discorso, e poi quando arrivi a casa non ci capisci più niente. Per fortuna c'è la parte sul marxismo, che è anche quella finale. Era il 1969, piena guerra fredda, il destino del blocco comunista tutt'altro che incerto, l'Europa in fermento pseudo-proletario, e il Muro ben piantato (sarebbe durato altri vent'anni). Gombrowicz diceva questo ai suoi due ascoltatori (traduzione mia):
Il capitalismo non beneficia unicamente il capitalista, perché se questi pretende di divorare il suo denaro, non può comprarsi più di cento cappelli, uno yacht, etc., all'anno. Il resto del suo denaro dove va a finire? Ad altre fabbriche, altre industrie etc., e in questo modo lo sviluppo tecnico dell'umanità si fa ogni volta più grande. Questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è una necessità fondamentale del progresso umano, che risulta estremamente difficile per l'individuo.

A che punto è arrivato il marxismo nel 1969?
La grande crisi del marxismo deriva semplicemente dal fatto che - la situazione nell'Est lo ha dimostrato - si lavora male e si produce molto poco. Perché? La vita è dura; se non si obbligano gli uomini a lavorare, naturalmente non lavoreranno.

I socialisti, al contrario, sono in bancarotta da tutte le parti per la semplice ragione che nessuno ha interesse né a produrre né a obbligare gli altri a farlo, dato che non c'è nessun interesse in gioco.
A mio giudizio, la questione marxista è stata assolutamente mal posta, perché lo è stata dal punto di vista morale della "giustizia". Però il vero problema non è morale, è economico. La priorità è aumentare la ricchezza; la distribuzione della ricchezza è qualcosa di secondario.
La produzione si abbassa. Tutto rimane allo stesso livello e si addormenta nella burocrazia e nell'anonimato.
Il futuro del marxismo?
Suppongo che fra venti o trent'anni il marxismo sarà sbattuto fuori dalla porta.

(...) se la destra resiste con fermezza e non si lascia imporre questa "cattiva coscienza" che caratterizza giustamente i marxisti, allora bene, la questione si può risolvere con un enorme e galoppante progresso della tecnica che, secondo i miei calcoli approssimativi, può trasformare in forma radicale il mondo nei prossimi venti o trent'anni. Avremo alette per volare.
Vent'anni. Un orologio questo Gombrowicz.

P.S. Vista col senno di poi, la fallacia marxista si è dissolta, la tecnica ci ha dato ali per volare ma la cattiva coscienza è rimasta.

1 jun. 2012

Meritocrazia. Solo che poi Šostakovič, il migliore compositore della Russia sovietica, fu preso, messo da parte e quasi si ammazzava. Tanto era bravo.