24 dic. 2008

Cina. C'è chi dice no.



La Cina celebra se stessa a trent'anni dall'inizio delle riforme economiche lanciate dal piccolo timoniere alla fine del 1978. Ne ha ben donde. Anche i più critici devono riconoscere che l'impresa di sollevare dalla povertà un terzo abbondante della popolazione è opera colossale. Ma la Cina non è ancora un paese moderno e non solo perché centinaia di milioni di persone non si sono accorte di quanto avvenuto. E' sul piano politico e ideologico che il ritardo accumulato appare al momento incolmabile a causa di una classe politica arroccata al potere e ossessionata dal controllo. E' stata la settimana degli arresti dei promotori della Carta 08, il manifesto della dissidenza che ha riunito più di tremila adesioni tra i diversi gruppi sociali del paese. Non solo intellettuali e attivisti politici ma anche classi medie e persino funzionari del partito, ciò che preoccupa non poco i dignitari di Zhongnanhai alle prese con un ingombrante ventennale, quello del massacro di Tiananmen, il 4 giugno prossimo. Ma altri episodi, apparentemente marginali e tuttavia significativi per capire il contesto socio-politico in cui si muove l'ex grande proletaria, si sono verificati di recente. Sono storie di ribellione civile ai tentativi di imporre il silenzio ai mezzi di comunicazione, una battaglia finora vinta con ampio margine dal regime ma sempre più difficile da condurre. Il primo caso è quello di una rivista economica della Mongolia interiore, la terza provincia cinese per estensione. L'ufficio regionale per le pubblicazioni e la stampa, organo del partito comunista, ha sospeso per tre mesi dalle pubblicazioni il China Business Post per un articolo in cui si denunciavano presunte malversazioni ad opera di una banca appartenente all'Agricultural Bank of China, uno dei colossi della finanza del paese. Fin qui tutto normale o quasi, vista la facilità sanzionatoria degli organismi ufficiali quando si tratta di questioni sensibili. La novità è rappresentata in questo caso dalla denuncia presentata davanti ad una corte locale dalla giornalista autrice dell'articolo, Cui Fan, contro l'organismo di vigilanza del partito. Un caso senza precedenti che, anche se ha ben poche possibilità di arrivare all'esame del tribunale, rappresenta una rottura con la sudditanza psicologica o la rinuncia a far valere le proprie prerogative che hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento della stampa di fronte alle intimidazioni e alle censure del potere. Cui Fan allega che le ragioni addotte per la sospensione e il provvedimento adottato non rispondono ad alcuna disposizione legale e che sono pertanto in contrasto con l'ordinamento giuridico cinese. E' una costante degli ultimi tempi questo richiamo alle leggi e alla costituzione da parte degli attivisti per la democrazia o in genere di coloro che non accettano supinamente i diktat del partito. Agire in base alla legalità vigente ha lo scopo di dimostrare che è il partito a non rispettare le sue stesse norme, che è il potere costituito a muoversi nell'illegalità. Si tratta di smascherare l'arbitrio e l'impunità che contraddistinguono gli atti delle autorità politiche ed amministrative in pregiudizio dei singoli cittadini. L'articolo, la sospensione e la conseguente denuncia arrivano in un momento particolarmente delicato per l'ABC, impegnata in un ampio processo di ristrutturazione interna a livello umano e finanziario. Ma invece di interpellare direttamente i tribunali, chiamandoli in causa per giudicare un presunto caso di diffamazione a mezzo stampa, la banca ha preferito rivolgersi direttamente all'autorità politica per chiedere protezione. Un comportamento che non sorprende in assenza di uno stato di diritto: dove la mafia governa a chi ti rivolgi se pensi di aver subito un torto? Al boss locale, mica a un giudice. Anche se la vicenda verrà progressivamente annegata nel silenzio, il coraggio di Cui Fan e della rivista per cui scrive aprono spiragli interessanti per l'esercizio della professione giornalistica in Cina: "Altri giornalisti porteranno in futuro davanti alle corti situazioni simili. Le autorità di propaganda del partito dovranno essere più caute ed attente ad emettere sanzioni amministrative nei confronti dei media", afferma un professore di scienze politiche alla stessa università del PCC. La seconda storia vede come protagonisti il direttore di una influente pubblicazione vicina ad alcuni settori della nomenclatura (quelli che sanno direbbero i più progressisti) e un ufficiale del ministero della cultura, che gli ha fatto visita per invitarlo alle dimissioni a causa di una serie di articoli in cui la figura di Zhao Ziyang, ex segretario del partito caduto in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen e da allora cancellato dall'iconografia ufficiale, era dipinta sotto una luce positiva. La coincidenza non è casuale, visto che come detto fra pochi mesi ricorre il ventesimo della protesta e della repressione, un argomento tabù per la storiografia ufficiale in Cina e un mal di testa costante per i padroni del pensiero, ancora alle prese con la necessità di prevenire quasiasi riferimento a quei fatidici giorni. Ma Du Dhaozen, il direttore ottantacinquenne, sapeva di poter contare su appoggi importanti. E' forse per questo che ha rifiutato ogni invito ad un pensionamento anticipato e ha rilanciato con un articolo di 10000 battute interamente incentrato su Zhao, da pubblicare nel prossimo numero dello Ynahuang Chunquiu (questo il nome del magazine). C'è chi dice no, insomma, anche se si tratta di casi isolati. Più generalizzata e comune è la repressione quotidiana della libera circolazione delle idee. E' di pochi giorni fa la notizia dell'oscuramento di diversi siti web tra cui BBC, VOA e RSF, provvisoriamente sbloccati durante le Olimpiadi su richiesta dei giornalisti stranieri. Da martedì sono di nuovo out e la tendenza alla censura massiva è destinata a continuare nel 2009, annus horribilis almeno potenzialmente per i mandarini di Pechino, visto che, Tiananmen, crisi economica e rischi connessi a parte, farà anche mezzo secolo dall'occupazione cinese del Tibet, quella che la propaganda chiama "liberazione dei tibetani dal giogo feudale". Troppi scheletri nell'armadio, rischia di saltare la chiave.

22 dic. 2008

Thailandia. Foto di gruppo.



Oggi Abhisit ha presentato il suo nuovo governo. Tutti vestiti a festa, con la benedizione del re (che nel frattempo ha ritrovato la voce). Il ministro degli esteri, solo per darvi una idea, è un tizio che aveva definito "un divertimento" l'occupazione degli aeroporti da parte dei manifestanti del PAD. Per il resto nomine da manuale Cencelli al curry, con ricchi premi ai transfughi dell'ex maggioranza.
La Thailandia brucia presto le sue promesse, come si è visto a più riprese negli ultimi mesi. Oltretutto in casa democratica non tutti vedono di buon occhio la nuova alleanza con ex uomini del PPP, in particolare con la fazione di Newin, considerato opportunista ed inaffidabile, passato con disinvoltura dall'appoggio a Thaksin allo schieramento avversario in cambio delle prebende di cui sopra. Poi c'è un altro fattore. La maggioranza del ribaltone è di 235 a 198 e a gennaio ci saranno elezioni parziali per i seggi lasciati liberi dagli ex parlamentari del PPP inabilitati dalla pronuncia della Corte Suprema. Il margine potrebbe allora ulteriormente asssottigliarsi visto che i Democratici saranno pur bravi nelle manovre politiche e nello sfruttare i disordini di piazza ma lo sono certamente meno nelle campagne elettorali, soprattutto dove devono conquistare voti tradizionalmente appannaggio dello schieramento pro-Thaksin, ovvero il nord geografico e il sud sociale, le classi meno abbienti e i contadini. Potrebbe essere proprio questo il maggior problema di Abhisit, come collegare la sua azione politica alle esigenze di quella vasta fascia di popolazione che prima Thaksin e poi i suoi successori hanno trattato così bene, con programmi di assistenza e aiuti economici. I Democratici sono, semplificando molto, la destra, i loro programmi tradizionalmente improntati al libero mercato, il loro interventismo limitato. La situazione potrebbe cambiare però per tre ragioni principali: i compromessi cui saranno costretti con i partiti che li appoggiano e che, vista la loro dose di affidabilità, potrebbero in qualsiasi momento ripensarci; la necessità di conquistare i settori proletari e rurali della società e di strapparli al controllo del Puea Thai (ex PPP); la crisi economica che sta piombando anche sulla Thailandia, aggravata ulteriormente dai mesi di caos sociale provocati dalle proteste e dalle occupazioni del PAD. Infine, come concilierà Abhisit le sue promesse di dare più potere ai parlamentari eletti con il programma di nomine corporative portato avanti dall'organizzazione che di fatto gli ha consegnato il governo del paese?

21 dic. 2008

Zimbabwe. Il collasso di una nazione.



La foto è vecchia e ingenerosa. Ma chi può ancora credere nella lungimiranza delle cancellerie occidentali e nell'utilità della comunità internazionale dopo questo scempio?

20 dic. 2008

Silenzio, parla Hu.



O era la direzione nazionale del PD?

18 dic. 2008

Rivoluzione Culturale reloaded. Anche sul Foglio online.



Il 21 novembre scorso Yang Shiqun, professore di cinese antico alla East China University of Political Science and Law di Shanghai, scrive quasi incredulo sul suo blog: "Oggi sono stato convocato dal mio superiore. Alcuni studenti del mio corso mi hanno denunciato all'Ufficio di Pubblica Sicurezza e al Comitato Educativo Cittadino per aver criticato il governo. E' in corso un'investigazione”. Il professor Yang fa riferimento a un interrogatorio cui i dirigenti dell’istituto lo avevano sottoposto per verificare se durante le lezioni avesse fatto cenno ad organizzazioni illegali o a siti web stranieri. L’umiliazione si sarebbe ripetuta il giorno dopo, questa volta alla presenza di ufficiali di polizia. Le minute delle venti lezioni del corso smascherano gli orrendi crimini del docente: l’aver messo l’accento sull’importanza della conoscenza storica, della libertà di insegnamento, del pensiero critico. "Ricordo che due studentesse si sono avvicinate a me attaccandomi con rabbia per aver osato contestare la cultura e il governo cinese: avevano persino le lacrime agli occhi", aggiunge Yang prima di cancellare il post per le minacce ricevute. A inchiesta ancora in corso, il suo caso presenta diversi elementi di interesse. A sorprendere non è tanto la mentalità poliziesca dimostrata da una parte del corpo studentesco quanto la predisposizione, propria di un dogmatismo ideologico d’altri tempi, a rendersi complici del regime fino a diventarne gli occhi e le orecchie; si aggiunga il peso della pressione sociale esercitata sul professore per eliminare dal suo blog il racconto di quanto avvenuto: se da altri internauti sono giunti messaggi di solidarietà, sul forum online dell'università studenti e colleghi hanno in maggioranza espresso supporto per l'azione dei delatori; infine va sottolineato come la vicenda sia riuscita a penetrare le maglie della censura fino ad arrivare sulle pagine della stampa nazionale, dall’impertinente Southern Metropolis Weekly all'ufficiale China Daily, testata che normalmente pubblica solo le veline del regime in inglese. Se è vero che episodi simili si erano verificati altre volte negli ultimi anni, avevano però coinvolto istituzioni didattiche di località periferiche, lontane dalla centralità propagandistica dell’Università di Scienze Politiche di Shanghai. “Quando penso alle cose che stanno succedendo ultimamente nelle scuole di questo paese non posso fare altro che pregare in silenzio per la società cinese e la sua gente”, conclude Yang in attesa di conoscere il suo destino di controrivoluzionario.

17 dic. 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso/2. Federico Punzi nota l'intensificarsi della repressione nei confronti dei firmatari della Charta 08, di cui avevo già scritto qualche giorno fa. Un altro importante elemento è il crescente numero di adesioni che il documento sta ricevendo. Sottoscrivere un manifesto del genere in Cina non è esattamente come raccogliere firme per la protezione del gabbiano maremmano in piazza del Popolo.
More than 3600 people from all walks of Chinese society have now signed "Charter 08", an internet manifesto calling for the Communist Party to relinquish its absolute political control.
Questa la mappa degli arresti, almeno quelli di cui si ha notizia (se non vedete bene andate qui):

14 dic. 2008

Mosca, un giorno imprecisato nel tempo.

11 dic. 2008

Cambogia. La giustizia può attendere.



A gennaio saranno passati 30 anni da quando l'esercito vietnamita entrò in territorio cambogiano liberando i sopravvissuti dal regime sanguinario dei khmer rossi. Pol Pot e i suoi si sarebbero rifugiati da quel momento sulle montagne nel nord e nell'est del paese, continuando la loro triste vicenda umana con una guerra di guerriglia che si sarebbe conclusa solo molti anni dopo. Se dal punto di vista politico e morale la Cambogia ha già fatto i conti con il suo recente passato, non così da quello giudiziario. I cambogiani parlano apertamente della loro storia, del genocidio che costò la vita a quasi due milioni di persone su sette, in una follia ideologica insuperata per intensità e metodologia di sterminio. Se visitate la Cambogia troverete innumerevoli testimonianze del periodo 1975-1979, musei del genocidio, campi di sterminio, librerie dove predominano i testi sull'era di Pol Pot. Ma soprattutto potrete fare domande sulle vicende personali di ciascuno e riceverete quasi sempre risposta: non c'è nessuna famiglia che sia stata risparmiata, nessuno che non abbia perso madri, padri, fratelli maggiori, in un delirio collettivo in cui i bambini potevano decidere della vita e della morte dei loro genitori dentro un immenso campo di concentramento piagato di scheletri. Difficile trovare un cinquantenne nella Cambogia del XXI secolo tra milioni di giovani che conoscono quell'epoca più per i racconti dei superstiti che per esperienza diretta. Ma stupisce la maturità di un popolo che comprende l'enormità di quanto accaduto e che dimostra almeno la volontà di cercare risposte. Sembra che queste risposte non arriveranno dal tribunale misto ONU/cambogiano istituito due anni fa al termine di un lungo e faticoso peregrinare ma ancora al palo. Sono sei gli illustri imputati, ex leader di primo piano del movimento comunista, che a partire da gennaio dovrebbero essere giudicati dalla corte speciale insediatasi in un quartiere periferico della capitale Phnom Penh: tra di loro Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (questo il nome ufficiale che si era dato il regime totalitario), e Kaing Guek Eav (meglio conosciuto come Duch), direttore della famigerata prigione di Tuol Sleng, la S-21, un ex liceo adibito a centro di detenzione e tortura: da qui passarono, per uscirne solo da morte, circa 17000 persone, bambini, giovani, anziani, tutti nemici della rivoluzione. Ma una serie di problemi procedurali sta condizionando l'avvio di un processo che la comunità internazionale e le istituzioni nazionali devono da troppo tempo ai cambogiani. L'ultima diatriba sembra anche la più grave perché nasconde dietro ad un cavillo legale una questione di sostanza assolutamente fondamentale: ovvero se oltre alle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità ed omicidio premeditato, Duch debba rispondere anche di cospirazione, di impresa criminale congiunta in concorso con altri esponenti del gruppo dirigente. L'eventuale aggiunta di questo capo d'imputazione implicherebbe verosimilmente il coinvolgimento di personaggi finora rimasti fuori dall'inchiesta, alcuni dei quali riciclatisi all'interno degli apparati dello stato. Non si dimentichi che l'attuale primo ministro Hun Sen aveva combattuto con i khmer rossi, pur senza assumere un ruolo di primo piano: l'occhio di vetro che orgogliosamente ostenta è il risultato degli scontri che precedettero l'entrata a Phnom Pehn da parte dei miliziani di Pol Pot. Hun Sen si era allontanato dal regime prima della sua caduta ed era stato poi scelto dai vietnamiti come il loro uomo di fiducia durante l'occupazione, prima di diventare il leader di quel Cambodian People's Party al governo del paese da quindici anni. I giudici cambogiani (il tribunale è formalmente misto ma di fatto la giurisdizione è nazionale) si sono già opposti all'estensione dell'incriminazione al reato di cospirazione e lo stesso ha fatto uno dei due procuratori che sostengono l'accusa, quello di casa appunto. Il che ha creato un conflitto con il collega internazionale Robert Petit, il quale ritienendo che altri esponenti dell'antico regime debbano rispondere davanti alla giustizia ha ufficializzato l'impasse attraverso un documento di disaccordo formale consegnato alla corte. L'ennesimo incidente procedurale rischia di far saltare le  prime udienze previste per gennaio, rinviando ancora una volta un dibattimento che potrebbe contribuire a dare risposta ad alcuni degli interrogativi più inquietanti della storia del XX secolo: non solo il classico come è potuto succedere, ma i più interessanti come un nutrito ma ristretto gruppo di cambogiani ha potuto umiliare, torturare e annichilire milioni di connazionali e come venivano prese le decisioni all'interno del regime, come funzionava la catena di comando, chi decideva che cosa: per oliare una macchina di morte come quella dei khmer rossi non bastava la volontà del capo supremo,  il fratello numero uno, il diavolo in persona. Era necessaria una struttura organizzata di volenterosi carnefici pronti a firmare ed eseguire le sentenze di morte e le deportazioni. Se andate a Tuol Sleng lo capirete meglio. Lo scheletro è ancora quello della scuola, ma  al posto della classi vedrete le camere di tortura e le celle delle prigioni, recintate dal filo spinato per evitare che i detenuti si buttassero di sotto, per morire da soli, senza aiuto. La S-21 è l'essenza del centro di sterminio, un luogo lugubre come pochi altri, l'emblema della banalità del male. All'entrata ti accolgono le foto dei condannati, bambini anche piccolissimi, giovani, anziani. I carnefici le scattavano dopo l'arresto e sono le ultime immagini di migliaia di uomini e donne che avrebbero di lì a poco sofferto l'indicibile: alcuni di loro sorridono, forse per sfida, forse per incoscienza. Nelle stanze della morte il letto metallico e gli attrezzi dei torturatori, poi le macchie di sangue sul muro, sul tetto, dove uno non pensa mai che gli schizzi possano arrivare. Le scale da cui salivano e scendevano i prigionieri, prima e dopo i pestaggi, trascinati dalla bestia umana. Il cigolio degli stipiti delle celle di isolamento, colpite dal lamento del vento che sembra non poter dimenticare. Sui registri i nomi di ciascuno, scrupolosamente appuntati, l'amministrazione dello sterminio in una capitale deserta. Dicono che lì vicino fosse rimasta solo l'ambasciata cinese, a Pechino c'erano i grandi protettori di Pol Pot. Più di un funzionario finì in manicomio per ciò che aveva visto e sentito. I muri di Tuol Sleng non hanno mai smesso di urlare.

10 dic. 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso.



Nel sessantesimo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani segnalo la surreale intervista rilasciata dal direttore del Dipartimento Informazione del Consiglio di Stato, Wang Chen, sulla situazione cinese. Tutto questo mentre fuori continuano gli arresti e noti dissidenti vengono preventivamente tolti di mezzo:

A leading dissident who organised a charter signed by hundreds of Chinese thinkers, academics and writers calling for dramatic political and legal reforms was under arrest yesterday.
Liu Xiaobo, a literary critic first jailed for his role in the 1989 Tiananmen Square demonstrations, was taken from his home in Beijing late on Monday by a dozen police officers and was asked to sign a document acknowledging his detention.


His arrest came hours before the release on the internet of the “08 Charter”, a rare, outspoken document challenging the ruling Communist Party to grant greater freedom of expression and to hold free elections. Its publication was timed to coincide with the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights today.
Sulla Charta 08 (una riedizione della Charta 77) anche Time:
A group of prominent Chinese scholars, lawyers and former officials issued a manifesto this week calling on the Communist Party to back wide-ranging political reforms including direct elections, a separation of powers and the rehabilitation of people persecuted under authoritarian rule.

"So we ask: Where is China headed in the twenty-first century? Will it continue with 'modernization' under authoritarian rule, or will it embrace universal human values, join the mainstream of civilized nations, and build a democratic system? There can be no avoiding these questions."

Several prominent lawyers and writers who are actively working and publishing also signed, giving "Charter 08" more clout than it would carry if it was only the work of politically isolated dissidents. "It seems like a varied bunch and I think the Internet helped bring these people together," says Joshua Rosenzweig, a Hong Kong-based official with the Dui Hua Foundation, a human rights group. "It's not simply what many people call 'dissidents.' There are a number of well-known liberal intellectuals and lawyers."

8 dic. 2008

L'eterno ritorno. Il tempo è circolare, lo spazio anche. Immagine scattata in Afghanistan, quest'anno.



Le dieci foto dell'anno secondo Time e tutte le altre classifiche.

2 dic. 2008

Il rebus thailandese/5.



La decisione della Corte Suprema di sciogliere il partito di maggioranza (PPP) e di interdire dai pubblici uffici per i prossimi cinque anni il primo ministro Somchai e una sessantina di dirigenti risolve l’impasse ma non la crisi istituzionale in cui è sprofondata la Thailandia. La stampa – specialmente quella italiana – si sofferma soprattutto sulla fine delle proteste annunciata per domani dalla leadership del PAD e sulla riapertura degli aeroporti. Se questa è certamente una notizia, rappresenta però solo in maniera parziale la complessa situazione che il paese sta vivendo. I manifestanti, che per quasi duecento giorni hanno dato vita a continue proteste contro il governo legittimo della nazione, interpretano ovviamente l’attesa pronuncia come una vittoria, dato che il loro principale obiettivo era la caduta dell’esecutivo pro-Thaksin. Ma il vuoto istituzionale che si apre a questo punto lascia presagire un ulteriore periodo di instabilità politica difficilmente sanabile a breve termine. Il precedente è di quelli che lasceranno il segno in ogni caso, perché la forma, i contenuti e i tempi dell’azione giudiziaria sono quelli di un golpe mascherato. E’ la seconda volta in poche settimane che i tribunali si incaricano di togliere di mezzo un primo ministro in carica: era successo con Samak, grazie ad un cavillo costituzionale da operetta (il programma di cucina), è capitato di nuovo con Somchai, per una storia di brogli elettorali per nulla chiara. Alla luce della sentenza assumono una connotazione più definita sia l’incredibile escalation dell’opposizione culminata con l’occupazione degli aeroporti, sia la strategia attendista dell’esercito che si sarebbe probabilmente sporcato le mani se non fosse stato sicuro che la Corte avebbe svolto il lavoro al suo posto. La compagine governativa (formata, oltre che dal PPP, da altre due formazioni minori anch’esse colpite dalla pronuncia) ha reagito oggi con una flemma perfino sospetta, evitando di mettere in discussione la legittimità del giudizio e limitandosi a rilanciare politicamente sulla nomina di un nuovo primo ministro affine, in una prossima sessione parlamentare convocata ad hoc. I membri della Camera dei Rappresentanti che non sono stati toccati dal provvedimento di interdizione hanno, secondo la costituzione, sessanta giorni per confluire in un altro partito: pare che la nuova casa sia già pronta e si chiamerà Puea Thai Party. Toccherà a loro, almeno nelle intenzioni, eleggere il successore di Somchai e ci sarebbero già una ventina di nomi a disposizione. Ma proprio su questa designazione si annuncia il prossimo scontro: se c’è stata frode non dovrebbe essere invalidato tutto il processo? E’ sull'interpretazione della legge elettorale che si giocheranno le prossime mosse dei diversi schieramenti in campo. Certo che se alla maggioranza dei senza partito fosse impedito di eleggere un premier, la violazione delle regole costituzionali sarebbe flagrante, avallata per di più da un giudiziario che potrebbe prendere in mano la situazione nominando un Consiglio Supremo con funzioni di garanzia istituzionale sotto l’egida delle forze armate. La volontà popolare verrebbe a quel punto completamente esautorata e il pericolo di una reazione di quella parte di paese che ha dato la sua fiducia al PPP (le classi meno abbienti) si materializzerebbe. Se invece si convocassero nuove elezioni (ma chi potrebbe farlo senza violare le regole?) la probabile vittoria del fronte governativo riproporrebbe la stessa situazione che ha condotto alla presente crisi. E’ vero infatti che il PAD si è per il momento dichiarato soddisfatto del risultato raggiunto ma i suoi leaders si sono detti pronti a riprendere la battaglia non appena le condizioni si dovessero ripresentare. In parole povere, l’opposizione non si ritira dopo aver raggiunto un accordo soddisfacente, ma lo fa solo a patto che gli organi costituzionali si incarichino di tenere lontani dal potere i fedelissimi di Thaksin (o presunti tali). Si tratta di un’ipoteca constante sul destino politico della Thailandia. Le classi medie, filo-monarchiche e filo-militari rappresentate dal PAD non sono disposte ad accettare nulla che non sia un governo amico, che escluda una parte significativa del paese da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale. Se questa è una soluzione io sono il re Bhumibol che domani, se ce la fa, parlerà alla nazione in occasione del suo ottantunesimo compleanno. Tutti lo attendono come una rivelazione.

1 dic. 2008

GWO?


10:42 a.m. Mr. Obama’s new national security team is now on stage: Mrs. Clinton; Robert M. Gates, the current defense secretary, who will remain in that job; Gen. James L. Jones, the former NATO commander, will be national security adviser; Gov. Janet Napolitano of Arizona will be homeland security chief; Eric Holder will be attorney general; and Susan Rice, ambassador to the United Nations.
La nomina di Susan Rice all'ONU è interessante ma tutto dipende da come interpreterà il suo ruolo. Un mastino anti-genocidio dovrebbe servire a smascherare ambiguità e complicità delle Nazioni Unite, evitando di mettersi al servizio della burocrazia onusiana per finirne inghiottita:
The choice of Ms. Rice to represent the United States before the United Nations will make her one of the most visible faces of the Obama administration to the outside world aside from Mrs. Clinton. It will also send to the world organization a prominent and forceful advocate of stronger action, including military force if necessary, to stop mass killings like those in the Darfur region of Sudan in recent years.

John R. Bolton, who was one of Mr. Bush’s ambassadors at the United Nations, would not discuss Ms. Rice’s selection, but said it was unwise to elevate the position to the cabinet again.
“One, it overstates the role and importance the U.N. should have in U.S. foreign policy,” Mr. Bolton said. “Second, you shouldn’t have two secretaries in the same department.

27 nov. 2008

Lasciate ogni speranza.



Quello che più mi colpisce delle cronache da Bombay sono le immagini, oscure, tetre, fumose, pesanti. L'inferno dev'essere così.
Il rebus thailandese/3. Il punto della situazione, prima della dichiarazione dello stato di emergenza negli aeroporti. Sarà una lunga notte a Bangkok.
Anche sul Foglio online (solo a pagamento).




Un'opposizione di piazza che cerca l'anarchia, un governo che si arrocca sulle sue posizioni ma ha le mani legate, un re che non si pronuncia, un esercito che chiede elezioni: la Thailandia si risveglia immersa in una impasse socio-istituzionale da incubo mentre Bangkok è di fatto tagliata fuori da tutti i collegamenti internazionali. Con l'occupazione dei due aeroporti della capitale da parte di migliaia di manifestanti del PAD (People's Alliance for Democracy) si è probabilmente raggiunto il punto di non ritorno nella lunga contesa che oppone il movimento del magnate dei media Sondhi Limthongkul alla maggioranza del PPP (People Power Party) attualmente al potere, la formazione politica in cui sono confluiti i seguaci dell'ex premier Thaksin Shinawatra dopo il golpe militare che lo depose nel 2006. Ed è proprio dai carri armati nelle strade di Bangkok che conviene partire per provare a districare la complicata matassa della crisi thailandese: l'attuale instabilità infatti è soprattutto figlia di un anno e mezzo di amministrazione militare che, lungi dal restituire ai successori un paese rimesso a nuovo, ha invece contribuito ad incancrenire i problemi e a ritardare la resa dei conti. Tanto è vero che, quando i thailandesi sono tornati alle urne lo scorso dicembre sotto una nuova costituzione, hanno riconsegnato il paese agli uomini di Thaksin, nel frattempo convertitosi in presidente del Manchester City dal suo esilio londinese. L'opposizione non ha mai accettato il risultato di quel voto, accusando il nuovo premier Samak di essere solo un portavoce del suo influente predecessore. Da qui una serie di manifestazioni di piazza quasi quotidiane, in una continua escalation culminata nell'occupazione degli edifici governativi a fine agosto. A settembre scontri tra fazioni anti e filo-governative imponevano il massiccio intervento delle forze dell'ordine a Bangkok, ma la dichiarazione dello stato d'emergenza da parte di Samak non veniva portata alle estreme conseguenze per il rifiuto del capo dell'esercito, il generale Anupong, di usare la forza contro i manifestanti. Poi ad inizio ottobre un primo tentativo di blocco del parlamento, con l'intervento della polizia, il lancio di lacrimogeni e un morto tra le file dell'opposizione, il primo martire da annoverare e commemorare. Intanto Samak era stato costretto alle dimissioni da un giudiziario sempre più intraprendente che aveva dichiarato l'incompatibilità della sua carica di primo ministro con la presenza in un programma televisivo di cucina (sic!). Al suo posto Somchai, cognato dello stesso Thaksin, il quale aveva avuto il tempo di tornare trionfalmente in patria solo per essere processato e condannato per corruzione insieme alla moglie. Adesso è in cerca di un paese che gli dia asilo, come ricercato dalla giustizia del suo paese.
In un comunicato diffuso ieri dalla torre di controllo dell'aeroporto internazionale di Bangkok il PAD ha annunciato che non si fermerà fino alle dimissioni di un esecutivo "corrotto", responsabile - a suo dire - di ogni infamia: dal tentativo di riscrivere la costituzione per favorire il ritorno al potere di Thaksin, alla manipolazione dei media, alla violazione dei diritti umani, all'insulto alle istituzioni monarchiche. Ma è un errore pensare a quello in atto come ad uno scontro tra un governo autoritario e un'opposizione democratica che rivendica diritti politici. Piuttosto la situazione va letta come una prova di forza tra un'élite populista che ha saputo canalizzare ed utilizzare il malcontento degli strati meno abbienti della popolazione per installarsi al potere ed una combinazione di gruppi di interesse che si considerano i depositari della tradizione politica thailandese e che vedono come un'usurpazione l'ascesa e i successi dei Thaksin-boys. Le parole d'ordine del PAD - la cui base sociale è formata dalle classi urbane, conservatrici, filo-monarchiche e vicine all'esercito - hanno ben poco a che vedere con la rappresentanza democratica: i suoi leaders sono anzi fautori della nomina corporativa di parte dei seggi parlamentari e denunciano apertamente che le classi popolari non sono preparate per decidere il corso politico della nazione. Dal canto suo Thaksin, elevatosi a difensore dei deboli, è un magnate delle comunicazioni con interessi trasversali all'interno dell'arco politico ed economico del paese. Difficilmente etichettabile ideologicamente, rappresenta bene l'essenza di un peronismo in salsa asiatica anch'esso a-liberale se non illiberale, in grado comunque di restituire una speranza alla Thailandia rurale e operaia che, durante il suo mandato quinquennale, ha beneficiato dei programmi sociali del governo.
In questo scenario da lotta di classe, con un paese paralizzato economicamente e istituzionalmente e i primi scontri armati tra fazioni contrapposte nelle strade della capitale, si inserisce il pronunciamento politico del generale Anupong che ha chiesto all'esecutivo di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni e al movimento di protesta di sgomberare gli aeroporti. Una soluzione di compromesso che respinge al mittente, almeno per ora, gli inviti più o meno esplitici ad un nuovo golpe (sarebbe il diciannovesimo) provenienti da importanti settori anti-governativi, ma che allo stesso tempo non risolve lo stallo. Il premier Somchai ha fatto sapere che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo: in sostanza, se l'esercito vuole dare ordini sa cosa deve fare. Il PAD è sulla stessa linea ma per motivi opposti: la fine della legislatura non cambierebbe le cose e l'obiettivo resta la caduta del governo senza compromessi. Il paradosso è che l'opposizione sa che un ritorno alle urne sancirebbe una probabile riconferma del partito di governo, che continua a godere di un consenso piuttosto ampio proprio mentre l'appeal della protesta va scemando a causa dei suoi eccessi. Il PAD è quindi costretto a sperare in un intervento di quelle forze armate che teoricamente dovrebbero rimanere fedeli all'esecutivo: la strategia del caos è funzionale a questo obiettivo.
A togliere di mezzo il PPP e ad aprire la strada ad un cambio al vertice potrebbe pensarci però la Corte Suprema, che nei prossimi giorni è chiamata ad un verdetto sulle irregolarità di cui si sarebbero resi protagonisti alcuni parlamentari in campagna elettorale. Se convalidata, la pronuncia di colpevolezza porterebbe allo scioglimento di tutto il partito (e di conseguenza alla caduta del governo) e alla nomina da parte dei giudici di un Consiglio Supremo facente le funzioni dell'esecutivo. Ma sia un golpe sia una decisione sfavorevole delle massime istanze giudiziarie sarebbero interpretati dallo schieramento pro-Thaksin come un sopruso e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Il PAD può solo ottenere una vittoria di Pirro in un paese spaccato dalla sua stessa irresponsabile condotta.

26 nov. 2008

Il rebus thailandese/2.



Oggi è successo di tutto, tanto che se n'è accorta perfino Repubblica. La giornata si è aperta con il blocco totale dell'aeroporto di Bangkok, uno dei più importanti snodi di tutta l'Asia, da parte dei manifestanti del PAD (Alleanza Popolare per la Democrazia). La Thailandia è simbolicamente tagliata fuori dai collegamenti con il resto del mondo al punto che anche il primo ministro di ritorno dal Perù ha dovuto atterrare a Chiang Mai. Il PAD, che ricordiamolo non è un partito politico ma un movimento di opposizione extra-parlamentare, ha diffuso un comunicato tanto solenne quanto velleitario in cui dichiara i motivi della protesta, rivendica la sua natura noviolenta (tutti hanno visto però un suo membro sparare ieri tra la folla) e accusa il governo di ogni misfatto. Chiede scusa per gli inconvenienti che le sue azioni potrebbero causare alla popolazione, un tentativo evidente di ingraziarsi un'opinione pubblica sempre più perplessa per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Tra questi inconvenienti sono forse da annoverare anche le cinque bombe esplose in diversi punti della capitale nelle prime ore della mattinata: i capi ovviamente negano qualunque responsabilità. Poi nel pomeriggio è arrivato il pronunciamento dei militari, nella persona del capo delle forze armate Gen. Anupong il quale ha suggerito (o intimato) al governo di farsi da parte e di convocare nuove elezioni (che i seguaci di Thaksin comunque rivincerebbero). La replica dell'esecutivo è stata che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo. Questi i fatti, adesso qualche opinione in ordine sparso:
- il governo non è senza peccato ma nella fattispecie ha ragione. Se si instaura il precedente per cui un esecutivo legittimato dalle urne può essere rovesciato da un golpe di popolo, per le già fragili democrazie del sud-est asiatico è finita;
- il sospetto che le azioni sempre più eclatanti del PAD siano il risultato di una collaborazione piuttosto stretta con l'esercito si fa sempre più forte: l'aeroporto è una installazione cruciale per la sicurezza nazionale e l'esercito lo pattuglia regolarmente. Come è possibile che migliaia di militanti in giallo siano entrati così facilmente e si siano addirittura impossessati della torre di controllo?
- il pericolo di guerra civile questa volta è alto per una serie di motivi: lo scontro sta chiaramente dividendo la società thailandese in classi contrapposte, da una parte (semplificando) i poveri con il PPP, dall'altra i ricchi con il PAD; entrambe la fazioni sono armate; un governo post-golpe appoggiato dai militari sarebbe visto, più che in passato, come la nemesi del precedente e la maggioranza della popolazione si considererebbe (a torto o a ragione) a rischio ritorsione; sia un golpe, sia una decisione delle massime istanze giudiziarie contro il partito attualmente al potere sarebbero interpretati dal PPP come un sopruso intollerabile e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Insomma, il rebus thailandese sta diventando un problema serio.

25 nov. 2008

Il rebus thailandese.



Negli ultimi due giorni l'opposizione del PAD (People Alliance for Democracy) ha nell'ordine: bloccato il parlamento, convocato uno sciopero generale, assediato l'aeroporto provocando la sospensione dei voli e cominciato una guerriglia urbana con tanto di armi da fuoco. Eppure la sua protesta va perdendo peso e stancando l'opinione pubblica. Non è una battaglia tra forze democratiche e una classe politica arroccata al potere: è lo scontro tra una élite provvisoriamente senza governo e un governo provvisoriamente senza élites. Da una parte professionisti, filo-monarchici, amici dei militari e fautori del corporativismo parlamentare (il PAD), dall'altra i prestanome di Thaksin (che cerca asilo all'estero) e la Thailanda rurale e proletaria che si riconosce nel peronismo in salsa asiatica di un magnate delle comunicazioni.
Precedenti articoli:
Thailandia, un copione gattopardesco
;
Thailandia, il ritorno dell'uomo della provvidenza
;
tutti i post
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22 nov. 2008

Lascio alla vostra intepretazione.



Vista su Facebook.

21 nov. 2008

Birmania. L'annientamento di una generazione. Come detto era solo l'inizio. Zarganar, attore e attivista, aveva raccolto fondi per aiutare le vittime del Nargis. L'hanno prevelato da casa sua prima dell'estate, se già far ridere è pericoloso, aiutare la povera gente è imperdonabile. La sentenza è un macigno: 45 anni. Ashin Gambira (U Gambira), il monaco che guidò al protesta: condannato a 12 anni tre giorni fa, ha avuto il resto oggi, ne passerà 68 dietro le sbarre, la pena più lunga comminata fino ad ora. Altri trenta tra monaci, membri della Generazione dell'88 e attivisti a vario titolo hanno ricevuto verdetti tra tre e ventinove anni.
One of Zarganar’s associates, Zaw Thet Htwe, who helped him deliver aid to cyclone survivors, received a sentence of 15 years imprisonment. Another associate,
Tin Maung Aye, was sentenced to 29 years imprisonment and a third, Thant Zin Aung, received 15 years imprisonment.
The trials of Zarganar, Zaw Thet Htwe and Thant Zin Aung are still proceeding, and the court is expected to pronounce further sentences on them next week.
Thirteen members of the 88 Generation Students group received prison sentences ranging from three to five years on Friday and they are also expected to face further sentences next week, sources said. 
Five Buddhist monks were among a further eleven regime opponents who were also sentenced to prison terms on Friday, prison sources said. All took part in the September 2007 uprising.
Dallo scorso 10 novembre la macchina delle sentenze è inarrestabile. L'opposizione, quel che ne restava, è annientata dai tribunali segreti allestiti nelle prigioni del paese. Sta succedendo in Birmania qualcosa di spaventoso, anche se il resto del mondo sembra non accorgersene. Un'intera generazione cancellata dalla scena politica e civile, famiglie smembrate:
A court in military-ruled Myanmar sentenced a student activist to 6 1/2 years in jail on Wednesday, a week after his father received a 65-year prison term for his own political activities and a decade after his grandfather died in custody.
Al di là delle solite patetiche dichiarazioni di circostanza delle cancellerie occidentali, questo massacro di diritto e di dignità non sembra davvero smuovere le coscienze di chi potrebbe agire. L'attuale presidente del Consiglio di Sicurezza ONU ha fatto sapere che ad oggi nessun membro ha sollecitato un dibattito sul problema:
"I have not heard any delegation asking for a briefing on [the Burma] issue, but as you know, in the Council very often new initiatives come almost every day," Urbina said.
An Asian diplomat told The Irrawaddy that none of the 15 members, including the US, Britain and France, had officially or unofficially tried to raise the issue inside the Security Council.
Quanto agli altri, sono tutti così preoccupati di perdere anche quel minimo di collaborazione ottenuta dalla giunta sui soccorsi post-Nargis (dopo un mese di blocco criminale degli aiuti) da preferire il silenzio complice alla denuncia. Si è creata una situazione paradossale ma perfettamente in linea con le consuetudini della comunità onusiana e gruppi nongovernativi annessi:
It may be one of the greatest ironies of the Nargis tragedy that it has bestowed upon the junta the very air of legitimacy that the generals have long sought. Simply by ceasing to be as obstructive as they were during the first month after the disaster, they have suddenly been elevated to the status of responsible players on the world stage.
And now, as a further, and even more perverse, irony, it seems that the generals have been emboldened by this “partnership” to believe that it entitles them to treat their opponents any way they please.
Ovviamente aiuta i codardi il fatto che il sangue stavolta non macchi le strade di Rangoon ma solo i muri delle prigioni in cui sono confinate migliaia di vittime innocenti:
Min Zaya was transferred to Lashio Prison in Shan State, Zaw Zaw Min to Toungoo Prison in Pegu Division, Jimmy to Taunggyi Prison in Shan State, Arnt Bwe Kyaw to Katha Prison in Sagaing Division, Than Tin to Sittwe Prison in Arakan State, Panneik Tun to Bahmao Prison in Kachin State, Kyaw Kyaw Htwe to Mergui Prison in Tenasserim Division and That Zaw to Moulmein Prison in Mon State.
Of the convicted women members of the 88 Generation Students group, Mar Mar Oo was transferred to Myingyan Prison in Mandalay Division, Thet Thet Aung to Thayawaddy Prison in Pegu Division, Mie Mie to Bassein Prison in Irrawaddy Division and Sandar Min to Myaung Mya Prison in Irrawaddy Division.
Two members of the Bogalay Township NPD were also transferred to outlying prisons. Thiha Aung was transferred to Lowikaw Prison in Karenni State and Aung Myo Paing to Kawthaung Prison in Tenasserim Division respectively.
One further activist, Min Han, was transferred to Lashio Prison in Shan State.
Che palle questo con 'sta Birmania... no?

19 nov. 2008

Tibet. Una necessaria introspezione.



A Dharamsala, la località indiana sede del governo tibetano in esilio, si sta svolgendo in questi giorni una riunione senza precedenti. Circa 500 attivisti, leaders politici e spirituali della diaspora si sono dati appuntamento per mandare in pensione il Dalai Lama. Detta così può sembrare una follia ma, anche a voler sfumare un poco, il fatto è che al centro del dibattito c'è l'opportunità o meno di proseguire su quella Via di Mezzo indicata da Tenzin Gyatzo che, per decenni, ha costituito l'unica direzione di marcia dei tibetani nelle relazioni con il governo cinese. Dal punto di vista strettamente politico la Via di Mezzo è la scelta dell'autonomia territoriale anziché dell'indipendenza; ma sotto un profilo più ampio è anche la ricerca costante del compromesso e del dialogo con l'occupante cinese. Una strategia che, dati alla mano, non ha prodotto nessun risultato concreto per la popolazione tibetana ed ha anzi portato ad un intensificarsi della repressione e ad una cinesizzazione sempre più marcata della regione. Lo stesso Dalai Lama, la settimana scorsa, ha espresso per la prima volta - e certamente in ritardo - una personale frustrazione per l'assenza di progressi nelle relazioni bilaterali e per la continua campagna di annichilimento culturale orchestrata da Pechino. Da qui la riunione dei cinquecento e la possibilità di confrontarsi per la prima volta sulle prospettive della lotta dei tibetani per i loro diritti. Il Dalai Lama non ci sarà e probabilmente è un bene. La sua figura e la sua predicazione non violenta, così apprezzate in occidente, sono diventate alla lunga un ostacolo per le rivendicazioni di un popolo oppresso. Tanto è vero che l'ala più “radicale” - come viene comunemente battezzata dai media - del Tibetan Youth Congress spinge già da tempo per una politica meno conciliante nei confronti delle autorità cinesi, che hanno dimostrato di saper sfruttare molto bene le debolezze della controparte, fingendo aperture di facciata e usando il bastone della repressione quando la situazione lo ha richiesto. E' successo l'ultima volta lo scorso marzo, quando l'insoddisfazione accumulata in questi decenni ha trovato sfogo in una rivolta urbana in cui sono stati proprio i più giovani a rompere le righe della disciplina imposta da Pechino. Proprio quell'esperienza, ancora un volta stroncata sul nascere, ha provocato una brusca accelerazione degli eventi. La linea del Dalai Lama è apparsa improvvisamente superata dalla storia e l'assemblea in corso costituisce già di per sé, a prescindere dalle deliberazioni finali, un primo passo verso la sua revisione.
Il grande assente, osservano alcuni, è però il popolo tibetano. I partecipanti provengono tutti dall'esilio e non è detto che rappresentino fino in fondo le voci di chi sotto il giogo cinese continua a viverci. La Cina, noto campione di rappresentatività popolare, ha quindi buon gioco nello sminuire il significato dell'evento, dichiarando che i presenti a Dharamsala non parlano certo a nome della maggioranza dei tibetani. Il Partito Comunista Cinese dimostra però di non credere alle sue stesse parole quando minaccia l'assemblea, facendo sapere che qualsiasi svolta indipendentista sarebbe destinata al fallimento. E proprio sui tibetani ricadrebbero le conseguenze politiche e militari di un'eventuale radicalizzazione delle posizioni. Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo dell'esilio, ricorda che l'ultima decisione spetterà comunque al parlamento. Altri però spostano il focus del dibattito oltre la questione autonomia-indipendenza: il portavoce Thupten Samphel fa sapere che il meeting "non è stato convocato per decidere la separazione del Tibet dalla Cina ma per recuperare i diritti umani dei tibetani in Tibet". E' qui che si gioca il futuro della causa tibetana: spostare semplicemente la lotta verso l'obiettivo dell’indipendenza consentirebbe a Pechino di presentare la regione autonoma come un focolaio di separatismo e terrorismo, come sta avvenendo per lo Xinjiang; mettere invece il rispetto dei diritti umani al centro di ogni rivendicazione politica, oltre ad essere una posizione moralmente superiore, farebbe immediatamente pendere l'ago della bilancia dalla parte dei tibetani contribuendo ad evidenziare la vera natura della presenza cinese in Tibet anche agli occhi della pigra diplomazia internazionale. Difficile comunque che dalla settimana di dibattiti a Dharamsala emergano figure di spicco in grado di sostituire la storica guida spirituale, almeno a breve termine. Quel che è certo però è che l'epoca e l'epica del Dalai Lama come leader politico sembrano ormai al capolinea.
Anche su Il Foglio online (solo a pagamento).

P.S. Scrivevo qualche mese fa su Ideazione:

Anche se forse non preludono ad una spaccatura netta, le posizioni dei cosiddetti “radicali”, quelli che puntano ad alzare il profilo della contestazione anti-coloniale, segnalano certamente un disagio all’interno del movimento. Non è solo la contrapposizione fra richieste di autonomia e aspirazioni all’indipendenza a dividere vecchie e nuove generazioni, ma soprattutto la necessità di una risposta seria alla domanda che pochissimi finora hanno osato formulare: quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di “moderazione” e di “compromesso” nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale? Se è vero che l’obiettivo di Tenzin Gyatso è “la ricerca della verità” a lungo termine e che l’insegnamento dei maestri buddhisti considera la lotta tra il bene e il male come una condizione permanente (cfr. intervista a Carlo Buldrini su Ideazione del 26 marzo scorso), sarebbe peraltro miope non riconoscere nella sofferenza di questo popolo una richiesta di aiuto non più rinviabile. A voler essere cinici, la storia dei due Tibet è purtroppo anche l'interminabile cronaca di un fallimento.
Alla luce degli attuali avvenimenti sembra che non fossi così lontano dalla realtà.

18 nov. 2008

Birmania. Sangue su sangue.



Oggi è stata la volta di Ashin Gambira (più noto come U Gambira), non ancora trentenne, uno degli esponenti principali della protesta dei monaci che in lui avevano trovato una guida politica. Nascostosi per settimane dopo la repressione, è stato scoperto ed arrestato insieme al padre lo scorso novembre. Gli hanno dato dodici anni ma è solo la prima di una lunga serie di sentenze che lo attendono. Con lui altri compagni di sventura.

Ashin Gambira, one of the organizers of a monk-led uprising that captured international headlines last year, was sentenced to 12 years imprisonment on Tuesday by a special court convened behind closed doors at Rangoon’s Insein Prison.

Intelligence agents arrested Ashin Gambira along with his father last November while he was hiding in Sintgaing Township, Mandalay Division. The authorities later forcibly disrobed him without consulting with the Buddhist monastic community, which alone has the authority to expel monks.

Besides Ashin Gambira, at least four other people received lengthy sentences today for their involvement in the protests, including fellow monk U Kaylar Tha from Mandalay Township, who was sentenced to 35 years imprisonment by the Kyimyindaing Township special court in Insein prison.

Three ethnic activists were also sentenced today in connection with the monk-led protests. Ethnic Arakanese protester Tin Htoo Aung and Chin activist Kam Lat Hkoat were sentenced to 33 years imprisonment each, while another Chin activist, Kat Hkant Kwal, was given an eight-year sentence
Chi è U Gambira e perché la sua figura è così importante. Pochi giorni fa la rivista dell'esilio Mizzima gli aveva dedicato questo commosso editoriale.

La Birmania sta morendo dissanguata. Lo sapete, no?
.
Lavori in corso. Immagini da una presidenza che verrà.



Foto bellissima e scelta pericolosissima (quella di Hillary agli esteri): l'Economist spiega perché.

7 nov. 2008

Un quattro novembre americano.



Obama, dopo la vittoria.
McCain, dopo la sconfitta.
L'America, davanti a tutti. Irraggiungibile.



Tutte le altre prime pagine

28 oct. 2008

E volò via.



Era troppo vicina quella linea per non essere mai attraversata:

A North Korean soldier has defected to South Korea through the heavily fortified border dividing the two countries, an official from the South's spy agency said Tuesday, in only the second such defection in a decade.

The soldier recently approached a South Korean guard post in a central part of the Demilitarized Zone asking for asylum in the South, the NIS official said.
The soldier told South Korean officials he was frustrated by life in North Korea and concerned about his future in the communist country, the NIS official said. The official asked not to be named, citing the agency policy.


Defections across the border — one of the world's most heavily armed — are rare. The vast majority of North Koreans fleeing their communist homeland travel by land through China and Southeast Asia before arriving in the South.

17 oct. 2008

Cina. Terra promessa.



C'era attesa in Cina per l'esito dell'ultima riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista, un fatto già di per sé singolare visto che normalmente questi meeting non sono certo forieri di novità eclatanti né tantomeno le deliberazioni adottate vengono date in pasto all'opinione pubblica. Ma stavolta l'ordine del giorno prevedeva una serie di misure riguardanti la riforma agraria che, se approvate, costituirebbero un primo importante passo verso quella privatizzazione della proprietà della terra che gli esperti considerano fondamentale nel processo di sviluppo, incalzante ma incompleto e contraddittorio, dell'Impero di Mezzo. In Cina le terre sono ancora proprietà collettiva, cioè dello stato, il quale concede solo un diritto di uso trentennale ai contadini. E' un residuo dell'epoca maoista, un bastione di quel comunismo ortodosso che, contariamente a quanto in genere si ritiene, non resta confinato alla sfera politica ma condiziona ancora parte di quella economica. La riforma dovrebbe garantire agli agricoltori la possibilità di noleggiare, trasferire, vendere i loro diritti di utilizzo delle terre o darli in garanzia per ottenere crediti dalle banche: un'apertura che tuttavia non si spingerebbe fino al riconoscimento della proprietà individuale, ancora tabù in ambito agricolo. Gli obiettivi dichiarati della riforma sono l'aumento dell'efficienza nella produzione agricola, il miglioramento progressivo delle entrate dei contadini (da raddoppiare entro il 2020), la riduzione del gap agroalimentare con l'occidente e gli Stati Uniti in particolare, lo stemperamento delle tensioni sociali che i costanti abusi dei funzionari pubblici nei villaggi cinesi stanno provocando, con gravi ricadute su quella armonia sociale così cara alla propaganda di Pechino. Il condizionale è d'obbligo, però. Infatti, nonostante i nuovi provvedimenti fossero annunciati da settimane dalle agenzie di stampa statali e nonostante la visita di Hu Jintao in persona ad un villaggio modello della campagna cinese, nel documento finale che ha chiuso la riunione dei 368 del Comitato Centrale non era presente nessun cenno a concrete misure di liberalizzazione in materia. Solo un vago e generico richiamo alla necessità di "portare avanti le riforme agrarie e di emancipare le menti".
Marcia indietro? E' presto per dirlo perché sarà solo nel prossimo mese di marzo che l'Assemblea Nazionale sarà chiamata a ratificare ufficialmente le decisioni prese la settimana scorsa dagli alti dignitari del partito. Ma c'è chi insinua che la linea dura abbia vinto ancora una volta all'interno del PCC. Sulla questione agraria si scaldano i cuori dei fedelissimi alla linea del comunismo duro e puro che avvertono che un rilassamento del controllo statale sull'economia agricola, seppur parziale, produrrebbe disordini sociali con conseguenze gravi per la tenuta del Partito al potere. Hu Jintao, da parte sua, si è dimostrato tutt'altro che un riformista in questi anni e, pur avendo esperienza diretta delle condizioni degli agricoltori, non ha né la volontà né la forza per imporre una riforma sostanziale: "nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che si continui la tendenza sperimentale invece di perseguire una trasformazione ideologica di fondo", osserva  in un'intervista a Time Russel Moses, analista di cose cinesi. In realtà qualunque sia la portata reale della riforma annunciata, la stessa è destinata a scontrarsi con il più grosso ostacolo sulla via della modernizzazione definitiva dell'ex grande proletaria: l'assenza di uno stato di diritto, di un insieme di regole condivise che garantiscano la correttezza delle transazioni e proteggano in questo caso i contadini dai soprusi del potere politico ed economico. "L'implementazione della legge è un fattore chiave", spiega Keliang Zhu, avvocato del Rural Development Institute, con base a Seattle. "Dobbiamo assicurare che le istituzioni supportino lo sviluppo delle leggi e delle politiche di riforma". Un obiettivo ancora lontano nella Cina del Partito Comunista che continua a non risolvere la contraddizione insita nella struttura stessa di un partito-stato: come conciliare potere e legalità, come istituire un sistema di regole cui anche la classe dirigente debba sottostare, senza cedere porzioni di autorità. Si tratta di una dicotomia irriducibile: dove c'è il potere assoluto del partito non ci sono vere riforme; dove ci sono vere riforme non c'è più il potere assoluto del partito. 
Uno degli effetti che il nuovo regime di trasferimento dei diritti potrebbe generare sarebbe la creazione di aziende agricole in grado di competere sul mercato globale, quando oggi l'agricoltura cinese resta confinata ad una dimensione prettamente familiare, rivolta al consumo interno; posto che la vera rivoluzione agraria si avrà solo nel momento in cui sarà riconosciuta la proprietà privata delle terre, certamente la possibilità di concentrare i diritti d'uso di molti contadini in un solo soggetto giuridico implicherebbe una trasformazione delle dinamiche attualmente esistenti nel campo. Inoltre consentirebbe un'emigrazione più responsabile e in un certo senso più sicura verso le città, dal momento che i contadini avrebbero le spalle coperte - almeno in parte - dai benefici derivati dalle transazioni compiute. Questo in teoria. In pratica la Cina di oggi è patria di uno sviluppo senza regole, se non quella dell'arbitrio dei potenti sugli umili, e nessuno è in grado di scommettere sulla corretta implementazione di un'eventuale serie di misure liberalizzatrici al riparo dai consueti abusi

18 sept. 2008

Felicità.



E l'Italia è questa qua.

5 sept. 2008

Fine di una presidenza.

31 ago. 2008

Bangkok dangerous. Il 2 agosto scorso mi trovavo nei pressi del complesso del Palazzo Reale di Bangkok. C'era molta gente, troppa per una semplice folla di turisti. I colori predominanti erano il giallo e il blu e si sventolavano striscioni e bandiere. A parte qualche figuro poco raccomandabile, più intento ad offrire qualcosa da sniffare che a sfilare, l'atmosfera era in genere piuttosto rilassata. I manifestanti, supporters del partito di opposizione (PAD) al governo di Samak, avevano organizzato per quel giorno l'ennesima protesta nei confronti dell'esecutivo. Ecco, sembra che un mese dopo il clima si sia fatto decisamente più teso.



Update. C'è scappato il morto:
At least one person was killed and 34 hurt, four critically, in clashes on Tuesday between pro- and anti-government demonstrators in Bangkok, a Thai health ministry official said.

About 400 Thai soldiers were ordered to Bangkok on Tuesday to help police struggling to keep order.
Update/2. Dopo gli scontri tra gruppi pro-governo e pro-opposizione il primo ministro (e ministro della difesa) ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale. L'esercito dal canto suo sembra nicchiare sulla prospettiva reale di un uso della forza contro i manifestanti, confermando la sua posizione di sostanziale indipendenza. I militari restano il vero deus ex machina dell'intera situazione, anche se formalmente finora non si sono pronunciati. Qui c'è tutto quello che dovete sapere sulla crisi, comprese le connivenze più o meno esplicite tra PAD e generali e le divisioni all'interno dell'armata. Per seguire gli eventi in diretta andate su Bangkok Pundit o Jotman. La Thailandia si dimostra una paese quasi ingovernabile e il golpe del 2006 non ha fatto altro che accentuare questa tendenza, alla faccia della restaurazione di una democrazia ordinata. Al di là della soluzione politica che dovrà necessariamente essere trovata, il vero problema sono le ricadute che la protratta instabilità avrà su investimenti e turismo.

16 jul. 2008

Dall'archivio.



Cina, 1984.

12 jul. 2008

Giorni vietnamiti.



Il viaggio dello scorso anno in Birmania ebbe una stupenda seconda parte nella Repubblica Socialista del Vietnam. Per ragioni varie su questo blog si è parlato molto di cronache birmane e poco della realtà vietnamita, dinamica e contraddittoria come poche altre. Ci torneremo più spesso, anche in radio. Intanto qui c'è una piccola selezione di fotografie scattate in quei giorni.

4 jul. 2008

Americani.

19 jun. 2008

Cento di questi giorni.



Oggi è il compleanno di ASSK. Il regime l'ha festeggiato così:
Pro-Junta thugs broke up a rally by supporters of Myanmar's democracy icon Aung San Suu Kyi on Thursday, detaining several people shouting slogans demanding her release on her 63rd birthday, witnesses said.
They said at least six truckloads of Swan-Arr-Shin, or 'Masters of Force", gang members waded into the crowd outside the dilapidated headquarters of Suu Kyi's National League for Democracy (NLD) in the former capital, Yangon.
'We saw some of them slapping and beating NLD members,' said one witness who saw several people taken away.
Qui altri dettagli dell'imboscata.

18 jun. 2008

Birmania. Uomini e no.



Al di là del tenore un po' superficiale dell'articolo (mancano cifre esatte, stime e verifiche concrete), è certamente vero che la mobilitazione dei privati e di piccoli gruppi di cittadini ha impedito che il disastro umanitario post-Nargis risultasse ancora più drammatico. La contrapposizione tra uno stato impegnato a ritardare il più possibile i soccorsi e una comunità che ha fatto delle poche risorse disponibili un tesoro inestimabile si rivela oggi in tutta la sua enormità. I cinici dicono che ogni popolo ha il governo che si merita ma questa facezia non è mai stata così fuori luogo come nel caso birmano. La speranza è che l'embrione di società civile nato dall'emergenza possa in un futuro non troppo lontano costituire la base per la rinascita del paese:

“Our group started with five people,” said a young Rangoon doctor. “We didn’t collect money, food and other supplies, but just told our relatives and friends that we would go to the Irrawaddy Delta to help people there. Then people who know us donated cash, rice and other relief items for the survivors.”
Some local relief initiatives grew to scores of volunteer workers.
“These civic groups born in the aftermath of Cyclone Nargis are unlike civil society in western countries,” said Khin Zaw Win, a Burmese researcher in Rangoon. “They are rooted in goodwill, replacing the irresponsible people.”
Ma in assenza di un consistente intervento esterno le cui forme restano da definire, questo ammirevole sforzo collettivo è destinato a perdersi come sempre nel labirinto della repressione e dell'indifferenza.

27 may. 2008

Aung San Suu Kyi. Il sussurro proibito.



Il patto era che quel nome non si sarebbe dovuto pronunciare. Né nelle segrete stanze del palazzo di Naypyidaw al cospetto di sua eccellenza il Generalissimo Than Shwe, né nella sala conferenze dell'hotel di Rangoon in cui i generali hanno rinchiuso i rappresentanti di una cinquantina di paesi per estorcere il denaro della "ricostruzione". Inutile precisare che Ban Ki-moon e i suoi hanno eseguito alla lettera le disposizioni ed il divieto è stato solennemente rispettato. Perfino in conferenza-stampa il numero uno dell'ONU, interpellato su quel nome, ha risposto senza proferirlo. Mai, nemmeno una volta, neppure per sbaglio. "Si è parlato di vittime, non di politica", ha sentenziato come se fossero due storie diverse.
Il nome probito si declina come un sussurro: Aung San Suu Kyi. Per lei oggi si compivano cinque anni di arresti domiciliari ininterrotti (dei quasi tredici che ha passato rinchiusa) e "secondo la legge birmana" avrebbe dovuto essere rilasciata. Curiosa espressione e ingenua speranza in un paese dove il diritto è morto di pena e la sorte individuale dipende dalla parola o dal silenzio di un'alta uniforme. Un ufficiale si è disturbato ad andarla a trovare nella sua casa-prigione per comunicarle che l'arresto continuerà, sei mesi o un anno, ancora non è chiaro ma non importa perché il rituale è vuoto e conta solo l'arbitrio.
Un bagno di realtà per gli illusi, per chi continua a credere che la benevolenza dei tiranni si possa comprare, per quelli che non si stancano mai di omaggiare il carceriere pretendendo di fare il bene del prigioniero. Vanno a salvare la Birmania e non sono neanche capaci di pronunciarne il nome.

24 may. 2008

Il sacco della Birmania.



Cittadini birmani messi in fila dal regime per la visita di Ban Ki-moon a Kyondah, il villaggio Potemkin dell'Irrawaddy.

Domani 45 paesi si preparano a consegnare nelle mani di Than Shwe qualche miliardo di dollari (i generali ne chiedono modestamente undici) a fondo perduto. La fretta da parte delle autorità nel dichiarare chiusa la fase dei soccorsi (mai iniziata veramente) e aperta quella della ricostruzione si spiega facilmente pensando alle cifre che circolano. La Birmania è il secondo paese più corrotto del mondo, dopo la Somalia. Tutto il potere economico, come quello politico, è detenuto dai generali, dalle loro famiglie e dalla ristretta cerchia di sodali che monopolizzano le attività finanziarie. Non è difficile immaginare quali forzieri andranno ad ingrossare i finanziamenti che verranno stanziati. Il sacco della Birmania può continuare nel silenzio assenso della comunità delle nazioni:
Of the billion, Than Shwe has spent only about $5 million on assistance, so instead of shoveling more money into his pockets, donors ought to demand to know where his money is. Than Shwe has made Burma the second most corrupt country globally, and I hope the world has learned by now that dumping money into a corrupt system makes the problem worse, not better.
Tre settimane e un giorno. La gente muore di fame, le navi di noia:
The U.S., along with the British and French, have assembled a huge response force off Myanmar.
The U.S. force is led by the USS Essex, an aircraft-carrier-like flattop ship that carries more than a dozen helicopters, amphibious landing craft and about 1,000 U.S. Marines. The Essex, joined by three other ships, has been waiting almost within sight of the coast.
The French amphibious assault vessel Mistral and the British frigate HMS Westminister were also in the area, ready to respond.
I monaci non hanno bisogno di permessi.

18 may. 2008

Birmania. Storie.


Storia di Than Lwin che un'onda portò lontano lontano.
Storia di Mya Win che fa il riso più buono della città.
Storia di Phwar Sein che adesso ha paura delle nuvole.
Storia del villaggio di Peinneakone dove la notte gridano i fantasmi.
Storia di Zaw Tika che raccoglie i soldi per chi è rimasto.
Storia di un maestro di scuola che ha salvato un mappamondo e la foto di Than Shwe.

14 may. 2008

Mentre fuori si muore. La situazione secondo The New Light of Myanmar, l'organo di stampa ufficiale della dittatura.

6 mar. 2008

Quel naso allegro da nigeriano in gita. La fiducia che gli oppositori in esilio ripongono nell'ennesima missione birmana di Gambari è presto spiegata da questa vignetta apparsa ieri sull'Irrawaddy:



Un affannato inviato dell'ONU bussa con le sue valigie alla porta dei dittatori e due topolini di passaggio commentano più o meno: "Guarda! Il nostro turista preferito è tornato per altre avventure".
C'è da scommettere che, dopo aver prolungato fino all'ultimo l'attesa del rappresentante del Palazzo di Vetro per il visto d'ingresso, anche questa volta la giunta saprà utilizzare a proprio esclusivo beneficio la sua presenza per legittimare la farsa costituzional-elettorale imposta al paese. Gambari è uno che arriva preceduto sempre da proclami di fermezza per andarsene sistematicamente con la coda tra le gambe dopo qualche incontro di circostanza con esponenti minori del regime e rappresentanti di un'opposizione ridotta ai minimi termini. Come unici risultati dei suoi viaggi si ricordano qualche foto, molte strette di mano e soprattutto la capacità di far apparire i macellai di Naypyidaw interlocutori rispettabili in un dialogo inesistente. A proposito di inesistenti, Fassino è semplicemente scomparso, inghiottito dal vortice della pre-campagna elettorale italiana. E certamente è meglio così. La sua nomina alle cose birmane resterà negli annali come una delle decisioni più peculiari (eufemismo) nella storia dell'UE.
Tornando alle cose serie, questa analisi spiega con chiarezza la non-scelta di fronte a cui si trovano i birmani il prossimo maggio (sempre che il referendum si faccia davvero):

By announcing plans to hold a referendum on a draft constitution in May, the regime has given Burma and the world a classic non-choice.
On the face of it, the choice is simple and clear: Do you support the constitution, yes or no? But the real choice is not so straightforward. Basically, the generals are asking a weary Burmese populace (and an increasingly jaded community of concerned world citizens, who don’t know whether to root for the monks or Rambo) which of the following two scenarios they find easier to live with:
A situation whereby military rule is permanently enshrined, with a shaky guarantee of some civic involvement from pliable non-military organizations (in the event of a “yes” vote); or,
An indefinite period of military rule with only a remote hope that the opposition will someday emerge strong enough to challenge the army’s stranglehold on Burmese public life (in the event of a “no” vote).
Lettura consigliata a chi si sia perso le puntate precedenti (su questo blog e altrove).
Secondo le disposizioni emanate di recente dai militari, chi si esprime pubblicamente contro il referendum rischia fino a tre anni di carcere. Inoltre è tuttora in vigore la norma che prevede vent'anni per coloro che si oppongono in qualsiasi modo al processo costituente e alla carta costituzionale. Tutta una garanzia di trasparenza ed imparzialità per l'esito del voto di maggio. Quelli che nel piccolo villaggio di Amarapura hanno avuto il coraggio di affiggere manifesti come questo sanno perfettamente cosa li aspetta. A Yangon le retate preventive sono già cominciate:

Three Rangoon men were arrested on Friday for casual comments they made about the Burmese referendum and general election, according to sources.
Vietato parlare, ammesso solo il voto positivo, i cittadini saranno accompagnati al seggio dai guardiani dell'USDA.
Sugli arresti che continuano mentre noi mandiamo Gambari in gita segnalo l'intervista a Thet Wai, esponente della NLD, che racconta come le celle birmane siano di fatto il luogo di incontro involontario di una intera generazione di attivisti per la democrazia, accomunati dallo stesso destino di repressione:

I stayed in Insein prison for about six days starting the 26th of February in Hall No. 3 with 88 generation student leaders Ko Ko Gyi, Ko Mya Aye, Ko Win Maw, two abbots from Maggin monastery, Myanmar Nation Chief Editor Ko Thet Zin, U Sein Win Maung, poet Ko Saw Wai, Ko Pye Phyo Hlaing from Bogale and Ko Aung Kyaw Kyaw, brother of U Gambira. There are two or three prisoners in each cell. We are not allowed to walk outside the cell for security reasons. So our health deteriorates while in there. Ko Win Maung is suffering from emphysema and bronchitis and was recently discharged from the hospital. Ko Kyaw Soe injured his head and is suffering from frequent severe headaches because of this injury.
Da Pakokku, uno dei centri nevralgici della rivolta pacifica di settembre, ha scritto per Repubblica Daniele Mastrogiacomo. Anche se non esiste una "chiesa buddista", il reportage vale la pena.