30 ago. 2012

Detartrase di coscienza. Sono iniziate a Londra le Paralimpiadi, i giochi per atleti disabili. Quest'anno si registra la più alta partecipazione di sempre, 4200 iscritti. Le considerazioni che seguono non riguardano i sacrifici, gli sforzi e la forza di volontà dei singoli, che il sottoscritto riconosce ed ammira. Riguardano l'idea stessa di una competizione sportiva di alto livello riservata a persone handicappate.
Se il senso delle Olimpiadi è mettere a confronto i migliori atleti del mondo, i più veloci, i più alti, i più forti, se il loro scopo è la ricerca dell'eccellenza fisica e psicologica, se la loro organizzazione risponde a criteri di massima competitività, le Paralimpiadi sono una contraddizione esplicita dei concetti appena esposti. E' indiscutibile il diritto dei disabili a vivere una vita piena, completa e priva di barriere ma cosa diversa è pretendere di replicare in scala la logica di una competizione che, per definizione, è riservata ai migliori, ai più atletici, a coloro che la natura ha dotato di possibilità superiori alla media. Perché, altrimenti non organizzare anche dei giochi per bambini o per anziani? Perché non istituire le Olimpiadi dei magrolini, dei sovrappeso, degli asmatici? Vero che sarebbe considerata un'intollerabile discriminazione riservare un evento sportivo mondiale unicamente a omosessuali, casalinghe e riserve indiane? I portatori di handicap sono per certi versi la parte migliore delle nostre società, ed è un dovere collettivo permetterne l'integrazione a pieno titolo in ogni aspetto della vita quotidiana. Ma le Olimpiadi sono un'altra cosa, rispondono ad una logica diversa e, semplicemente, sono destinate ad altre categorie di persone.
Le Paralimpiadi sono espressione della stessa mentalità politicamente corretta che, invece di prendere atto della realtà e agire di conseguenza per migliorarne gli aspetti meno edificanti, preferisce ignorarla. E' più difficile affrontare un problema che comportarsi come se non esistesse.

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