24 jun. 2009

Baharestan Square. Seguite su Twitter gli aggiornamenti. Anche filtrando tutto il filtrabile sembra che oggi a Teheran sia corso molto sangue.
Una testimonianza.
Baharestan Square è vicino al Parlamento iraniano.



Altre fonti.

14 jun. 2009

Teheran. Trovate le differenze.



Conservatori



Riformisti

10 jun. 2009

Berlusconi-Gheddafi watch.



Noi invece il realismo non l'abbiamo mai abbandonato.

6 jun. 2009

Le Buchenwald che non ti ho detto.


In occasione della visita del presidente degli Stati Uniti Barak Obama al famigerato campo di concentramento nazista Buchenwald, quel gruppo di cittadini gli ha inviato in questi giorni una lettera aperta per stimolare la comunità internazionale a denunciare il sistema dei gulag nord-coreani e a non focalizzare l’attenzione solo sulla minaccia nucleare di Pyongyang. Se il mondo non riconosce gli orrori che hanno luogo sotto quella dittatura “noi - si legge nella lettera aperta - saremo giudicati dalle generazioni future per non essere riusciti a far tesoro della lezione dei passati crimini contro l’umanità”.

5 jun. 2009

Si fa presto a dire Tank Man/2.



Guardate questa foto. Mai pubblicata fino a oggi, fu scattata dal reporter Terrill Jones, il 5 giugno 1989 sul Viale Changan a Pechino. Ritrae in primo piano due ragazzi che scappano (probabilmente per gli spari provenienti dai carri armati che avanzano, a giudicare dalla posizione del giovane sulla destra), un uomo in bicicletta apparentemente indifferente, e sullo sfondo, a sinistra, il protagonista di una delle immagini chiave del ventesimo secolo. Calmo, camicia bianca, le due buste in mano, in attesa di quel summit con i blindati in mezzo alla strada. Nessuno l'aveva mai ritratto così, quasi per caso, con il mondo attorno che continuava a girare. Sui due cinesi che corrono è calato il silenzio della storia, mentre lui è diventato un simbolo. Questa prospettiva, colta nei momenti che precedono lo scatto più famoso, aumenta se possibile la leggenda del Tank Man. I carri armati si dirigono verso di lui, che aspetta, statua vivente della libertà. Le tre comparse che la macchina fotografica ha catturato sembrano aprire il sipario al protagonista, ognuna con la sua vicenda umana, con la propria interpretazione personale di quell'istante immenso. Non so descriverlo a parole. Per quanto ci sforziamo nessun romanzo avrà mai la potenza di una sola immagine. Mi inchino di fronte a questo regalo del caso.

3 jun. 2009

Si fa presto a dire Tank Man.



L'uomo che sfidò i carri armati nei pressi della Piazza Tiananmen, visto dai quattro fotografi che fermarono il tempo e la storia per sempre.

1 jun. 2009

Le memorie di Zhao Ziyang sulla repressione di Piazza Tiananmen.



Su Laogai.it.
Anche se non è consigliabile farlo, proverò lo stesso a scrivere di un libro che non ho (ancora) letto.
E’ appena uscito in inglese, presto sarà tradotto in cinese ed il suo contenuto è di quelli che fanno la storia. Tratta della strage di Piazza Tiananmen, di cui il 4 giugno prossimo ricorrerà il ventennale, il grande tabù della Cina moderna. Ma non è un’analisi qualunque. Il libro è la raccolta di memorie di Zhao Ziyang, segretario del Partito Comunista Cinese all’epoca dei fatti. Morto 4 anni fa mentre stava scontando gli arresti domiciliari, Zhao ha affidato a una trentina di audiocassette i suoi ricordi e le sue considerazioni sugli eventi e le decisioni che portarono al massacro di piazza, aprendo così una voragine nel muro di segretezza che normalmente avvolge le decisioni interne al Partito-Stato. Non che l’autore riveli restroscena clamorosi, né aggiunga particolari in grado di cambiare radicalmente la percezione di quel che già si sapeva o si intuiva: tuttavia la sua testimonianza permette di comprendere dall’interno i momenti più rilevanti di quella catena decisionale che, tra giochi di potere, cinismo e insicurezze determinò la repressione. Ovviamente Zhao, che per aver optato per il dialogo con gli studenti fu prima destituito e poi rinchiuso tra le mura di casa sua, riafferma la sua funzione di mediazione contro la strategia dello scontro invocata dall’ala dura del Partito. Ovviamente salva se stesso, contrapponendo la sua mentalità aperta e riformatrice alle chiusure dei vertici. Ma al di là del punto di vista comprensibilmente soggettivo, il documento storico è di una importanza epocale, se si considera che oggi in Cina l’argomento è di fatto bandito dalla discussione politica e che la versione ufficiale delle proteste democratiche come “disordini controrivoluzionari” resta l’unica accettata. Vediamo, basandoci sulle recensioni pubblicate finora, quali sono gli elementi principali di “Prisoner of the state. The Secret Journal of Zhao Ziyang".
Prima di tutto i nomi e i cognomi, le accuse  ai vertici del partito, senza risparmiare Deng. Di Li Peng, allora primo ministro, dipinge l’immagine di un uomo senza scrupoli, determinato ad andare fino in fondo. Lo accusa di aver approfittato della sua assenza - era in viaggio in Nord Corea - per far pubblicare sul Quotidiano del Popolo quel famoso editoriale che uccise ogni speranza di una soluzione pacifica nel braccio di ferro tra dimostranti e autorità: il 26 aprile 1989 i ragazzi di Piazza Tiananmen venivano etichettati come “elementi sovversivi e anti-socialisti”. Il punto di non ritorno verso il massacro. Poi Deng, il padrino, il grande vecchio, per molti anche in occidente il grande saggio: e invece Zhao lo presenta come l’artefice della repressione, uno di quelli che mai avrebbero rinunciato alla dittatura del partito unico, fino alla paranoia finale che condusse nella notte tra il 3 e il 4 giugno all’intensa sparatoria che  Zhao dice di aver udito dal cortile di casa. Non è vero che la decisione di mandare le truppe a ripulire la piazza con la violenza fu presa dopo una votazione dei membri del Politburo, continua l’ex segretario del PCC: fu un ordine proveniente dall’alto in spregio ad ogni norma procedurale interna. Ma anche dal punto di vista delle riforme economiche ce n’è per il Piccolo Timoniere. Zhao si attribuisce il merito di aver concepito per primo, fin dall’inizio degli anni ‘80, la svolta economica che avrebbe poi caratterizzato il boom cinese e lascia Deng in un secondo piano. Dal punto di vista politico, l’autore delle memorie chiarisce la sua posizione senza infingimenti: fino al 1986 era convinto che da sola la riforma economica sarebbe stata sufficiente, ma nel triennio 1986-1989 cominciò a maturare una visione diversa, quella secondo cui anche il cambio politico, l’apertura al confronto, una maggiore libertà di espressione fossero necessarie per condurre in porto il rinnovamento. Non così Deng, che rimase sempre chiuso ad ogni opzione reale di cambiamento e anche quando parlava di riforme politiche in realtà aveva in mente solo ritocchi amministrativi.
Fu questa visione riformatrice a portarlo in piazza per rivolgersi agli studenti e a sancire la rottura con la vecchia guardia, gelosa delle sue posizioni di privilegio e di monopolio del potere, che cercava in ogni modo di far arretrare l’orologio della storia. Le sue posizioni erano così osteggiate, continua Zhao, che spesso era costretto a rivestire di un linguaggio burocratico, gradito al vertice, le proposte innovatrici: per esempio, le misure liberalizzatrici in economia venivano vendute come una fase transitoria verso il raggiungimento della società socialista. Sugli studenti il suo giudizio rivela alcuni problemi di interpretazione: secondo lui la più grande richiesta di libertà nella storia cinese si poteva risolvere con alcune piccole correzioni degli errori di gestione. Non volevano il rovesciamento del sistema, afferma, ma la sua rettifica. Risulta difficile credere a questa versione, che probabilmente fu quella con cui lo stesso Zhao provò a convincere il Politburo, finché gli fu permesso, a non usare la forza contro i civili e che finì per assimilare come la unica realtà. Qui emerge un aspetto della figura di Zhao Ziyang che sarebbe un errore non sottolineare: nonostante la sorte comune, gli arresti domiciliari, Zhao non era un Aung San Suu Kyi cinese. Non era un leader di opposizione, nemmeno di una fazione interna al Partito. Era un membro di primo piano di quello stesso Partito che nelle sue memorie critica così aspramente e non ne uscì finché non fu spodestato. Era un uomo che certamente non voleva sparare agli studenti ma che comunque voleva salvare il Partito e il suo potere. E’ per questo che ciò che più sorprende nelle sue memorie è, a mio avviso, il suo riconoscimento del valore della democrazia parlamentare come unico strumento possibile per il governo della nazione cinese: il suo richiamo alla necessità di un sistema multipartitico, della libertà di stampa e di un giudiziario indipendente, potrebbero essere tranquillamente sottoscritti dai promotori della Charta 08, il documento che lo scorso dicembre ha scosso la scena politica cinese. Sarà quindi interessante vedere come reagirà la generazione di leader attualmente al potere all’uscita del libro, che sarà tradotto in cinese a breve. Anche se ovviamente sarà bandito in Cina, la sua eco non potrà non giungere fino alle segrete stanze di Zhongnanhai, dove siedono gli eredi degli autori di quella repressione. Quando si parla del governo cinese va sempre tenuto presente che senza Tiananmen, senza quel bagno di sangue, gli attuali detentori del potere non sarebbero oggi dove sono. L’attuale classe dirigente che regna a Pechino è figlia di quel massacro, e chi fa finta di dimenticarselo rende uno scarso servizio alla verità. Il ventennale della strage era già un grattacapo non da poco per Hu Jintao e compagnia. Con Zhao che parla dalla tomba rischia di diventare un piccolo grande incubo.
ASSK. L'ultima umiliazione/2.



La seconda settimana del processo ad ASSK è stata anche l'ultima. La corte ha fretta di emettere un verdetto che gli avvocati della Dama e i pochi osservatori ammessi alle udienze considerano "già scritto". La richiesta della difesa di chiamare quattro testimoni, tra cui il veterano U Win Tin, è stata respinta, così come quella di poter conferire con la loro assistita prima della sua testimonianza davanti al tribunale.
ASSK ha risposto martedì alle domande della corte in quella che si può considerare un'occasione perduta. Per uno di quei paradossi delle dittature, per la prima volta dopo molti anni di isolamento, l'icona del movimento democratico birmano aveva a disposizione un palcoscenico pubblico per esprimersi. C'è voluto un processo-farsa per farla uscire di casa, per permetterle di incrociare lo sguardo con estranei, nel caso specifico i diplomatici e i giornalisti birmani presenti all'udienza. ASSK ha preferito però attenersi al copione scritto per lei dalle autorità militari e si è limitata ad esporre la sua versione della vicenda che la vede imputata. Anche nell'ingiustizia in fondo lei è una privilegiata. Gli oltre duemila prigionieri politici che affollano le carceri birmane non hanno avuto la possibilità di fare dichiarazioni davanti a un tribunale, di avvalersi di avvocati difensori (per quanto solo formalmente), la maggior parte di loro non è mai stata sottoposta ad alcun procedimento "legale". ASSK avrebbe potuto parlare per tutti. Non aveva nulla da perdere. Credo sia stato un errore non farlo. Rispondendo alle domande del giudice ha esposto la successione degli eventi, spiegando di essere stata informata della presenza dell'americano dalle sue badanti, di averlo invitato a lasciare la casa ma di non averlo denunciato perché non voleva creargli problemi con le autorità. Ha poi accusato gli stessi apparati di sicurezza di non aver garantito la sua incolumità. Una linea difensiva prevedibile, quasi scontata, certamente logica, per questo del tutto irrilevante ai fini del processo.
Più interessante la dichiarazione di Yettaw, il casus belli attorno a cui si svolge l'intero psicodramma. Ha confermato alla corte che ben cinque ufficiali di sicurezza lo hanno visto dirigersi verso la casa di ASSK ma nessuno di loro lo ha fermato. Pur avendo armi, ha sottolineato, si sono accontentati di tirargli qualche pietra. Purtroppo queste affermazioni arrivano da un personaggio che dice di aver ricevuto una missione divina, quella di avvisare ASSK e il governo birmano del rischio di un attentato terrorista contro la Dama.
Ad estremo scherno, in una sorta di conferenza stampa, l'alto ufficiale di polizia Gen. Myint Thein, ha avuto la sfrontatezza di dichiarare che la giunta stava considerado la possibilità di rilasciare ASSK, una volta esauriti i termini del suo arresto (che peraltro erano scaduti già l'anno scorso). Solo che "purtroppo" proprio in quel momento è arrivata la nuotata dell'americano, e le autorità non hanno potuto fare altro che "aprire un'azione giudiziaria contro di lei, unavoidably and regretfully". Una vera disdetta. Formalmente il provvedimento che imponeva gli arresti domiciliari è stato revocato. ASSK adesso è detenuta in base alle nuove accuse formulate contro di lei. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati.
U Win Tin e qualche centinaio di simpatizzanti della NLD continuano ogni giorno la loro veglia silenziosa fuori dal carcere di Insein, dove si sta svolgendo il processo-farsa. "A show trial", così lo ha definito lo stesso presidente Obama che, dopo un lungo silenzio durato quasi una decina di giorni, ha deciso di esporsi in prima persona (prima era stata Hillary a condannare le azioni della giunta). Secondo l'anziano giornalista, che ha passato gli ultimi diciannove anni della sua vita dietro le sbarre, la prevedibile sentenza di condanna non chiuderà i conti con la frustrazione repressa della popolazione: "Mentre siedo davanti al bazaar di Insein ogni giorno - dice all'agenzia Mizzima - vedo la rabbia della gente, in particolare dei giovani. Mi chiedono cosa dovrebbero fare dicendomi che non possono stare seduti tutto il giorno senza agire. Questa volta, ne sono sicuro, non sarà soltanto un'altra storia di ordinaria ingiustizia da parte della giunta militare, perché il livello di rabbia tra la popolazione è alto. E la giunta non può aspettarsi che la gente semplicemente torni a casa, dopo la sentenza contro ASSK. Non sarà così semplice come chiudere il sipario e basta". Ma altri testimoni della realtà birmana non sono d'accordo e spiegano che, se è vero che il livello di preoccupazione e il sentimento di frustrazione sono elevati, lo è altrettanto la paura della repressione, dopo gli eventi del 2007. La gente sussurra intimorita quando parla del processo e in generale non si pronuncia in pubblico. Prevale l'istinto di sopravvivenza, che in Birmania è una questione pratica, non solo psicologica.
Mercoledì la NLD ha ricordato il diciannovesimo anniversario delle elezioni del 1990, le ultime svoltesi nel paese. Come saprete il partito di ASSK aveva vinto con largo margine quelle consultazioni elettorali, poi annullate dai militari. Negli ultimi giorni lo schieramento di polizia e milizie in borghese attorno alla prigione di Insein si è fatto ancora più imponente, segno che la sentenza si avvicina e che il governo teme proteste di piazza. Anche a Mandalay, città ad alta concentrazione di monaci, la sorveglianza è stata aumentata.
La NLD ha diramato l'ennesima lista di richieste al regime, le stesse di sempre: liberazione prigionieri politici, legalizzazione dei partiti, apertura di un processo di dialogo con l'opposizione. Come le altre, anche questa dichiarazione è destinata a rimanere lettera morta.
Sul piano intrernazionale continuano le prese di posizione istituzionali e le campagne degli attivisti per la liberazione della Dama. La giunta è impermeabile, non c'è bisogno di dirlo. L'unica reazione da Naypyidaw si è avuta nei confronti della Thailandia, colpevole di aver espresso "preoccupazione" a nome dell'ASEAN per il giudizio in corso; comunque Bangkok ha già fatto sapere che sono solo parole e che il principio di non interferenza resta alla base della sua politica regionale.
La presentazione delle conclusioni è stata fissata per venerdì prossimo. Poi il verdetto di condanna. E sarà di nuovo silenzio.