30 dic. 2011

Ron Paul è un idiota. E questo è tutto quel che avevo da dire su quell'idiota di Ron Paul.

19 dic. 2011

In morte del Caro Leader/2.

It is a depressing thing to see a man who caused so much death and misery die untried and unpunished. It makes me want to believe that there is a hell, other than the one thatNorth Korea itself became because of Kim Jong Il’s necrocratic misrule. Here is a man who belongs alongside Pol Pot as one of the most destructive men who ever lived, one who would belong in the same category as Hitler or Stalin if he had ruled a country with a larger population or GDP. The legacy of Kim Jong Il will be of the millions he starved for his own profligacy and megalomania, and of the hundreds of thousands more who perished in the cruelest system of prison camps on this earth since Stalin died in 1953. When men like this die in their beds, the very idea of justice dies a little, too.


Kim Jong-il, la bestia contro l'uomo.

18 dic. 2011

Vaclav Havel, l'uomo contro la bestia.

16 dic. 2011

La verità, vi prego, sui palestinesi. L'ha detta Newt Gingrich, secondo Caroline Glick. E infatti le ha prese da tutte le parti.
Come lavorano al Post. Per chi scambiasse ancora per giornalismo il lavoro di traduzione e copiatura di Sofri e compagnia, ecco un esempio eclatante di disonestà intellettuale. Oggi Il Post pubblica un bell'articolo sulla genesi storica e politica della Siria attuale. Documentato, chiaro, con notizie non proprio all'ordine del giorno per il grande pubblico. Bravi. Il pezzo non è firmato, come spesso capita. Sarà un lavoro collettivo, uno pensa. Avranno raccolto un sacco di documenti da diverse fonti e li avranno condensati in un sunto ben riuscito. Capita però che un lettore più sveglio di altri noti una curiosa somiglianza con un post pubblicato sul blog di Adam Curtis nel giugno scorso. Giudicate voi. Riferimenti storici, nomi, circostanze. Stessa ricostruzione, stessa scelta degli avvenimenti da rimarcare, diversa solo l'impostazione del pezzo. Insomma, un riassunto del riassunto di un blogger/giornalista, non una collazione di fonti di varia estrazione. Niente di male, si dirà. I ragazzi leggono e riportano. Il problema è che non riportano, anzi si guardano bene dal citare la fonte. Se non fosse per il lettore sveglio, nessuno se ne accorgerebbe. Figurarsi, chi legge i blog della BBC? E poi l'articolo è di giugno, ormai se lo saranno scordato tutti. E così, per magia, la dettagliata ricostruzione di Curtis diventa il riassuntino del Post. Senza firma, senza citazione della fonte, senza collegamenti ad altre pagine (proprio come nell'originale), ma anche senza immagini o filmati (diversamente dall'originale), ché qualcuno potrebbe mangiare la foglia. Il sofrismo allo stato puro. Un bluff.
Hitchens, al completo. Slate, Vanity Fair, The Atlantic. E' sempre un bel leggere.
P.S. Diranno che era di sinistra, ma la sinistra non è mai stata così.
Il Cairo, oltre le barricate.




















 E' sua.

15 dic. 2011

Liberalucoli. Lo dovevate sbranare vivo Monti. Sbranare.

12 dic. 2011

Progressi(sticazzi). Quest'anno Christian Rocca ha smesso di fare il giornalista per diventare l'amico di tutti. Di tutti quelli che gli interessano, che frequentano le compagnie giuste, che si fanno l'aperitivo. Ha inventato anche la classifica dei direttori per far vedere che è del giro, una delle marchette più ridicole mai apparse in rete. Prima di questa, sul "formidabile" libro di Gianni Riotta, siciliano, direttore nato e ovviamente amico suo. Una volta Rocca descriveva l'America come nessuno. Oggi descrive solo se stesso.
Quest'anno Francesco Costa ha smesso di essere un giovane blogger dal potenziale brillante per mettersi al servizio del giornalismo da bere di Luca Sofri. Poi uno dice le cattive compagnie: prima Concita, poi Peter Pan. Farà certamente carriera, è siciliano anche lui a e sa scegliersi gli amici. Una volta era una persona disponibile, oggi ha imparato dal suo direttore a ignorare le critiche e a parlare solo con chi gli conviene. Un Rocca in sedicesimo, però ha cominciato prima.
Quest'anno Giovanni Fontana è andato a studiare a Londra. Dall'immersione è uscito convinto che la sinistra del XX secolo sia stata liberale, proprio come Rocca e Costa. Lo so, è incredibile, eppure. Da buon leninista da caverna qual è, nonostante il trucco, in questi dodici mesi è riuscito a scrivere tra le altre cose che uccidere un colono ebreo non è reato, che i gay andrebbero obbligati a dichiararsi e che Che Guevara non dovrebbe mai smettere di ispirare i giovani di sinistra, in quanto progressista, internazionalista e guerrafondaio. Totalitario no, che la sinistra è liberale una cifra.
Meno male che finisce l'anno.

9 dic. 2011

Lo scandalo Monti. D'Alema candidamente confessa a La Stampa che, dietro il governo tecnico, c'è un'operazione dall'inconfondibile sapore politico, finalizzata a defenestrare Berlusconi.
Lei che ha sempre rivendicato il primato della politica non pensa che in questo caso la politica abbia abdicato al proprio ruolo rifugiandosi dietro un governo tecnico? Non sarebbe stato meglio andare alle elezioni?
«Guardi che l'alternativa non era tra governo tecnico o elezioni, ma tra governo tecnico o permanenza di Berlusconi. Se non si fosse concretizzata l'ipotesi di Monti, la maggioranza di centrodestra non si sarebbe sfarinata e noi avremmo ancora il Cavaliere a palazzo Chigi. Altro che politica morta… Si è trattato, al contrario, di una positiva operazione politica».
Benvenuti, come sempre aveva ragione chi aveva torto.
Approfitto della certificazione dell'ex presidente del consiglio per tornare brevemente sulle singolari modalità del recente cambio di governo, benedetto da Berlino, dalla sinistra e dai benpensanti di ogni estrazione. Ai critici del golpe morbido - tra i quali mi annovero - è stato fatto notare da più parti che l'Italia è una repubblica parlamentare, per cui gli elettori scelgono i loro rappresentanti alle camere e non i governi. Nessun vulnus deriverebbe quindi dalla nomina di un esecutivo di tecnici al posto di uno espressione (seppur indiretta) del voto popolare, in quanto la fiducia del parlamento sarebbe l'unica condizione richiesta perché un governo possa operare. Tutto vero, dal punto di vista della dottrina. Ma anche rimanendo sul piano strettamente formale e tralasciando per un momento le considerazioni politiche che l'avvicendamento Berlusconi-Monti implica (vedi D'Alema), c'è un passaggio che proprio non torna, e che è stato colpevolmente trascurato da chi ha deciso che, stavolta, il fine giustificava i mezzi.
Berlusconi entra al Quirinale da presidente del consiglio tra gli schiamazzi della piazza e le pressioni di palazzo e ne esce destituito. In nessun momento il parlamento - dove risiede la fonte di legittimità del governo - viene coinvolto. Non si ritiene necessario inscenare non dico una mozione di sfiducia ma nemmeno un pallido rituale dal quale emerga la perdita della maggioranza da parte dell'esecutivo di centrodestra. Improvvisamente della repubblica parlamentare non se ne ricorda più nessuno: né la folla vociante, né la sinistra plaudente che subito dopo si richiamerà ad essa per giustificare l'intronizzazione di Monti, né il presidente della repubblica, né la sempre attenta stampa nazionale, né le cancellerie europee. Berlusconi esce di scena come un Mubarak qualunque, rimosso, sollevato dai propri incarichi, politicamente eliminato dall'azione congiunta dell'asse Berlino-Parigi, del Quirinale e di un tumulto di piazza. Mancava l'esercito. Ora, capisco che le intemerate rozze degli indignados e la scarsa dimestichezza della sinistra con la pratica della democrazia possano contribuire a creare un po' di confusione, ma l'Italia non è l'Egitto e nello stato di diritto la forma è sostanza. I paladini della repubblica parlamentare farebbero bene a ricordarsene prima di dare il loro appoggio incondizionato a manovre che mettono in discussione proprio quei principi cui non esitano a richiamarsi quando fa loro comodo. Al di là delle simpatie o antipatie politiche e dell'opportunità o meno di accelerare la fine di Berlusconi, un precedente di questa natura meriterebbe riflessioni un po' meno superficiali di quelle che si sono lette ed ascoltate. Per le prossime volte, ché non si sa mai.

5 dic. 2011

Tassati e contenti. E l'Italia è questa qua. Per dirla con Makkox: sinistra merda. E i liberali mosche.

3 dic. 2011

Rivolta d'Egitto/2. Non c'è bisogno di attendere i risultati ufficiali del primo turno elettorale in Egitto per ricavarne alcune conferme sul futuro del paese e più in generale sulla cosiddetta primavera araba. La vittoria dei partiti islamici (al blocco dei Fratelli Musulmani sarebbe andato il 40% dei voti, ai salafiti circa il 20%) inquieta ma non può sorprendere, e forse occorre ripartire proprio da quell'ampia minoranza che ha preferito votare formazioni laiche in un contesto altamente confuso, in cui i militari governano le istituzioni e i musulmani la piazza.
Le parole sono importanti e allora partiamo dalla terminologia. Ne avevo già scritto qui, qualche anno fa, a proposito del quadro politico iraniano e delle definizioni che di esso forniva la stampa occidentale. L'uso del termine conservatore, per indicare gli islamisti, è del tutto fuorviate. Se è vero che i musulmani d'Egitto (nelle loro varie declinazioni) sono fautori della tradizione islamica nel campo della cultura e dei costumi, rispetto alla situazione politica assumono per contro una posizione di rottura più o meno netta con quanto li ha preceduti. In realtà i Fratelli Musulmani e ancora di più i salafiti non vogliono conservare un bel niente, semmai cambiare il più possibile in base alle loro credenze religiose e alla loro visione della società (semplifico). Se proprio vogliamo applicare definizioni proprie della nostra dottrina politica a situazioni così distanti sotto tutti i punti di vista, dovremmo dire che è l'esercito la forza conservatrice all'interno della società egiziana, in quanto si è dato l'obiettivo di mantenere le strutture di potere dell'ancien régime. Ma anche in questo caso si tratterebbe di un errore: l'esercito è l'erede della dittatura, non espressione di un blocco sociale conservatore che si esprime attraverso i meccanismi della rappresentanza parlamentare. Purtroppo la macchina inarrestabile del politicamente corretto continua a far danni e, siccome il termine conservatore richiama una nozione di destra che i media sono ben contenti di mettere alla berlina appena possono, ecco che come per magia gli islamisti radicali o i fondamentalisti diventano conservatori. Ma nel mondo arabo e in Iran la conservazione morale e quella politica sono concetti diversi, spesso antitetici. La pigrizia intellettuale e l'incapacità di contestualizzare sono invece gli unici concetti che il giornalismo occidentale sembra ormai capace di esprimere.
E veniamo al giudizio di valore sull'affermazione dei partiti islamici, in Egitto come in Tunisia e probabilmente in tutti i paesi arabi in cui si voterà. Non so se la professione di moderazione dei Fratelli Musulmani sia autentica. Visti il loro passato e le loro radici ideologiche c'è da dubitarne. E' certo però che, all'interno del blocco sociale da essi rappresentato, esistono sensibilità diverse rispetto a quel che deve essere l'Egitto post-Mubarak. Si va dagli integralisti ai pragmatici, basta leggere le dichiarazioni dei loro leaders o ascoltare le opinioni di chi li ha votati. Da qui ad assegnare loro la patente di democratici, ancora prima di conoscerne le reali intenzioni una volta raggiunti i vertici dello stato, o assimilarli all'AK Party di Erdogan, c'è un mondo. Però i riflessi condizionati di esperti e analisti occidentali sono già scattati e, complice anche la parallela affermazione degli estremisti - questi sì - salafiti, è cominciata l'operazione di sdoganamento dei Fratelli Musulmani, neanche fossero la Democrazia Cristiana. In realtà nessuno sa cosa succederà nei prossimi mesi e certamente non dipenderà solo dalle dinamiche interne della politica egiziana. E qui torniamo come sempre alla ritirata dell'occidente, abilmente capitanata da Washington. Mentre Obama fa l'albero di Natale alla Casa Bianca e spedisce la Clinton in Birmania a stringere la mano ai generali in borghese, la Turchia estende la sua influenza in medioriente, l'Iran e la Corea del Nord inviano consiglieri militari a supporto di Assad, il Qatar muove Al Jazeera e i suoi petroldollari per dirigere gli avvenimenti e navi russe navigano verso i porti siriani. Noi, from behind. Possibile che si sia passati in così pochi anni dall'attivismo pro-democracy più spinto al ruolo passivo di osservatori internazionali? Possibile che, senza manipolare in nessun modo la volontà del popolo egiziano, non si sia riusciti in questi mesi a spingere per il consolidamento di un fronte laico che potesse almeno provare a contrastare la marea montante dell'islamismo più o meno radicale? Possibile che i tentativi di nation building abbiano lasciato spazio a questo ostentato disinteresse per le sorti di un'area chiave del pianeta la cui trasformazione può ancora essere, se non eterodiretta, almeno coadiuvata?
Se il 60% degli elettori ha scelto l'islamismo nelle prime elezioni parzialmente libere della storia egiziana è anche perché anni di regime, di società chiusa, di amputazione del pensiero politico, hanno provocato una semplificazione estrema e la conseguente radicalizzazione del quadro politico. Fu la grande intuizione di Bush: appoggiare gli autocrati in funzione anti-fondamentalista produce alla lunga l'effetto contrario. Solo dove le opinioni possono circolare e confrontarsi nascono opzioni diverse per i cittadini e le idee fanatiche perdono consistenza. Per questo credo che, anche se il risultato può non piacerci, valga comunque la pena scommettere sulla democrazia, per quanto embrionale, per quanto imperfetta: nell'Egitto dei Fratelli Musulmani come nella Palestina di Hamas. Dobbiamo considerare quanto sta avvenendo nei paesi arabi come la prima ondata di un cambiamento che richiederà diverse generazioni per compiersi. Se la dittatura ha lasciato spazio agli islamisti, ovvero alle uniche formazioni politiche che sono state in grado di organizzarsi e crescere all'ombra di Mubarak, la pratica politica e l'esercizio di governo cui questi gruppi saranno chiamati non potrà che trasformarli, almeno in parte. E se non loro, almeno trasformerà la società egiziana che, proprio grazie alla riconquista di una centralità fino ad oggi negata, modellerà gradualmente una coscienza civile che verosimilmente - con gli anni - porterà al ridimensionamento delle posizioni estremiste. Questa è la grande scommessa che l'occidente ha davanti a sé ed è anche l'unico cavallo su cui puntare, vista la resilienza delle forze reazionarie al governo nei paesi arabi, la portata ancora incerta delle rivolte popolari e la loro mancanza di uniformità e coerenza. Sarebbe meglio crederci, altrimenti ci penserà qualcun altro.
Rivoluzione Culturale in Tibet.
















Cina, quasi 2012.

28 nov. 2011

Leningrado, fine anni 70-91. Formidabile rassegna della rassegnazione.














Io la visitai nel 1990, con la scuola (giuro).

26 nov. 2011

Leading from confusion. Ho perso il conto delle volte che Obama ha cambiato idea sull'Egitto, sul medioriente, sulle rivolte. Ogni settimana la Casa Bianca ha una posizione diversa sull'evento politico chiave dell'anno e probabilmente del decennio. Se siete pro-manifestanti non vi illudete: domani è un altro giorno e, secondo la direzione del vento della protesta, il presidente emetterà un nuovo comunicato. Se siete pro-esercito non disperate: la settimana è lunga e c'è tempo per l'ennesima giravolta dopo il primo turno elettorale. Quelli che capiscono lo chiamano leading from behind. Gli altri, come me, pensano semplicemente che Obama non abbia idea di cosa fare, perché non crede in quello che fa e, come tutti gli opportunisti, finisce per farsi guidare dagli avvenimenti invece di influenzarli. Sarà interessante vedere se il flusso di denaro versato da Washington nelle case dei militari egiziani si interromperà, come coerenza imporrebbe. Ma stiamo parlando del nuovo re tentenna, ed è perfettamente possibile che scaricare e finanziare rientrino all'interno della stessa strategia. In tutti i casi uno spettacolo di cui chi stima l'America farebbe volentieri a meno.

23 nov. 2011

Rivolta d'Egitto. Il pezzo che segue lo scrissi invece lo scorso febbraio al margine di questo blog. Vedete voi.

Non tragga in inganno il titolo: vorrei tanto essere ottimista sull’evoluzione degli eventi in Egitto, dopo la rivolta popolare che ha disarcionato Mubarak. In fondo una rivoluzione democratica nel cuore del mondo arabo (se non geograficamente, almeno concettualmente) è quello che molti auspicavamo, fin dall’inizio della seconda guerra del Golfo, nel 2003. Oltretutto il precedente tunisino – ancora in divenire – lasciava ben sperare che quella egiziana fosse la seconda tappa di un percorso di riscatto totalmente autoctono, dopo le guerre di liberazione eterodirette in Iraq e Afghanistan. E in parte lo è stata, se si considera che quel che è successo nei 18 giorni di Piazza Tahrir difficilmente potrà essere cancellato dalla coscienza collettiva di un popolo che, per la prima volta, ha rivendicato in massa la propria dignità ottenendo certamente un risultato significativo. Sono invece gli esiti di questa rivolta che lasciano spazio a più di un dubbio e che consigliano cautela prima di parlare di democrazia, un termine utilizzato troppe volte e con troppo anticipo dai commentatori occidentali durante la protesta, spesso servendosi di accostamenti storici del tutto fuori luogo (uno su tutti quello con l’89). Non è tanto la pur comprensibile preoccupazione per il ruolo e le intenzioni dei Fratelli Musulmani ad imporre prudenza, quanto la sensazione di golpe morbido che lascia la piazza, una volta svuotata e ripulita. Che l’esercito abbia preso il potere dopo aver giocato abilmente di sponda tra Mubarak e i manifestanti è forse l’unica certezza che in questo momento si può ricavare dalla situazione egiziana. Una giunta militare di transizione, provvisoria, incaricata di gestire il passaggio ad un sistema parlamentare: questi sono i messaggi che arrivano da Il Cairo, gli unici in grado di placare la popolazione. E forse fra sei mesi celebreremo davvero l’alba democratica del nuovo Egitto. Ma intanto i primi provvedimenti dei nuovi responsabili dell’ordine pubblico sono stati sciogliere il parlamento (la cui composizione era peraltro fortemente inficiata dai brogli del regime) e sospendere la costituzione, in quella che sembra una continuazione seppur sotto forme diverse dello stato d’emergenza imposto nel 1967 e costantemente rinnovato a partire dal 1981. Per me la chiave di interpretazione di quel che è stato (e probabilmente di quel che sarà) sta in due articoli pubblicati nei giorni scorsi dalla rivista Foreign Affairs. Nel primo, a firma di Joshua Stacher, scritto prima che Mubarak abdicasse ma ancora valido nelle conclusioni, si nota come il regime sia stato abile a incanalare la protesta attraverso uno sdoppiamento tattico della propria immagine: da una parte generando violenza contro i manifestanti e dall’altra accreditandosi, attraverso l’esercito, come garante della loro sicurezza. Una sorta di trappola che non poteva che condurre ad una istituzionalizzazione del ruolo delle forze armate, come unica entità credibile del dopo-Mubarak. In quest’ottica il potere costituito, messo in discussione dalla piazza,  ha lasciato spazio ad una forma più sofisticata e vendibile di autoritarismo, incarnato dai generali. Nel secondo, di Ellis Goldberg, ci si sofferma sulle reali possibilità di una transizione democratica gestita dai militari, analizzando gli interessi e le influenze dell’esercito in ambito politico ed economico ed i potenziali vantaggi/svantaggi che le forze armate trarrebbero da una repubblica parlamentare. In entrambi i casi la conclusione non invita all’ottimismo: più che a una reale svolta democratica, l’analisi della storia e dell’attualità egiziane farebbe pensare ad un nuovo modello autoritario destinato ad assicurare la continuità di quella struttura di potere che la rivoluzione pretenderebbe di aver cancellato una volta per tutte. Un mubarakismo senza Mubarak, appunto. La situazione è fluida e il finale di questa vicenda resta tutto da scrivere. Conviene però tenere gli occhi ben aperti e non cantare vittoria prima del tempo: l’Egitto non ha tradizioni democratiche da cui ripartire e i gattopardi sono sempre in agguato.

20 nov. 2011

L'insostenibile leggerezza dell'essere di sinistra. La democrazia è un sistema decente che, quando si annoia, gioca brutti scherzi. Uno dei più eclatanti e meno divertenti è stato, a mio parere, lo zapaterismo. La Spagna l'ha pagato caro, con un salto all'indietro di vent'anni, anche se ne sono passati soltanto otto. Oggi che questa tappa si chiude con il trionfale ritorno al potere dei popolari (più per demeriti altrui che per meriti propri), ripropongo l'articolo che scrissi per la rivista Ideazione nel 2005, quando Zapatero era visto dalla stragrande maggioranza dei commentatori e delle opinioni pubbliche come il sol dell'avvenire e la critica nei suoi confronti si considerava automaticamente un atto reazionario. Iniziava così:
Questa è la cronaca di un disastro annunciato. È la storia di un’involuzione, di un ripiegamento su se stessi, di una fuga dalla realtà camuffata da progresso, la sintesi e la proiezione della crisi di un continente. È il caso spagnolo dentro il dossier Europa.
Adesso tornate pure a leggere Il Post.

18 nov. 2011

La bestia umana (riportare Auschwitz dentro la storia). Circa un anno fa la New York Review of Books pubblicava un lungo ed appassionante articolo di Anne Applebaum sull’argomento che meglio conosce, i totalitarismi del XX secolo. In realtà si trattava di una recensione di due libri appena usciti (all'epoca), Bloodlands: Europe between Hitler and Stalin di Timothy Snyder e Stalin’s Genocides di Norman M. Naimark. Riprendo adesso quel pezzo per le riflessioni che seguono, premettendo di non aver letto nessuno dei due saggi ma pensando tuttavia che l’analisi della Applebaum meriti di essere considerata a parte per la quantità di spunti che offre. Non ne farò un riassunto (consiglio la stesura integrale) ma mi limiterò a commentarne alcuni passaggi significativi, a partire dalla citazione iniziale di Czeslaw Milosz, uno dei miei eroi intellettuali, autore tra l’altro dell’imprescindibile The Captive Mind, sugli effetti della morsa totalitaria all’interno delle società che l’hanno sperimentata. Un breve inciso: il capitolo IX del testo citato riguarda l’annessione dei Paesi Baltici all’Unione Sovietica e resta, a mio avviso, una delle più potenti denunce dell’ideologia comunista mai scritte. Milosz riesce a rendere perfettamente l’atmosfera di cupezza e disperazione che le popolazioni di Estonia, Lettonia e Lituania furono costrette a vivere nel corso di quel drammatico salto all’indietro nel tempo imposto da Mosca. E’ una lettura obbligata per chiunque sia interessato a questi temi, che difficilmente vi lascerà indifferenti. Di Milosz la Applebaum sceglie alcuni pensieri dedicati al degrado dei sentimenti umani in tempo di guerra, quando tutto attorno si fa tetro e l’abitudine alla morte prende il sopravvento:
Mass violence, he explained, could shatter a man’s sense of natural justice. In normal times “had he stumbled upon a corpse on the street, he would have called the police. A crowd would have gathered, and much talk and comment would have ensued. Now he knows he must avoid the dark body lying in the gutter, and refrain from asking unnecessary questions…”.
La banalità del male, la perdita dell’innocenza, di qualsiasi dimensione sociale, il rifugiarsi dentro se stessi, creandosi un mondo chiuso nel quale non poter essere attaccati. Ed è vero, come sostiene Milosz, che generalmente all’uomo occidentale manca la capacità non solo di comprendere ma perfino di immaginare simili tragedie (parliamo in particolare dell’americano, che le ha vissute – almeno fino all’11 settembre – solo da lontano o in maniera mediata, ma anche dei cittadini di quegli stati dell’Europa occidentale che non sono stati teatro di massacri di grandi proporzioni). E’ anche vero però che nella nostra epoca, fatte salve tutte le differenze del caso, un simile sentimento di estraneità alla realtà che ci circonda è comunque riscontrabile nei comportamenti quotidiani di molti di noi. Come spiegare altrimenti la freddezza con cui si osserva una madre ricevere in diretta televisiva la notizia della morte della propria figlia, o la calcolata follia di chi massacra di botte un taxista per aver involontariamente investito un cane? Il paragone è azzardato, lo riconosco, probabilmente fuori luogo. Ma il parallelismo non riguarda tanto l’origine del male, che nel caso degli stermini del secolo scorso (con appendici nel presente) era frutto di ideologie assassine mentre nell’odierno panorama di ordinaria alienazione è addebitabile ad una serie di concause molto più sfuggenti. Riguarda piuttosto la nostra reazione di fronte al male, lo scudo di protezione che ci costruiamo perché il sangue non ci macchi il vestito, o l’anima, fino a non porci più nessuna domanda. Per spiegare meglio ciò che intendo, prendo a prestito questa brillante (anche se un po’ libera) interpretazione delle analogie-differenze tra la realtà descritta da Orwell in 1984 e quella rappresentata da Huxley in Brave New World. Si può dire che il passato totalitario e la guerra hanno il loro corrispettivo nella censura, nel controllo capillare e nell’indottrinamento delle menti raccontato in 1984, mentre la contemporaneità smarrita, la perdita del senso della realtà, il rifiuto di alcuni valori essenziali alla convivenza, l’indifferenza di fronte al male, rientrano nelle categorie dell’eccesso di stimoli (visioni, desideri, informazioni) e della superficialità dei messaggi che ci vengono veicolati continuamente. Allora, se Orwell aveva completamente ragione sul XX secolo, Huxley ha parzialmente ragione sul XXI: la banalità del male si manifesta in forme e proporzioni diverse, ma è un eterno ritorno e non ci abbandona. Da qui la necessità di non cedere di un millimetro nella difesa delle società democratiche in cui viviamo, sia dall’attacco delle nuove/vecchie ideologie sia dalle sirene dell’apatia e della rassegnazione. “Il pacifismo è oggettivamente pro-fascista”, scriveva sempre Orwell, e se il “lasciateci in pace” è un comprensibile anelito in tempi di distruzione, diventa un’intollerabile scusa per la passività e l’inazione nelle epoche di benessere.
Se avessimo sempre combattuto il male, tutto il male anziché solo una parte, forse avremmo risparmiato a noi stessi e soprattutto ad altri una lunga serie di incubi. Come quelli che tormentarono le notti degli abitanti di quelle terre di mezzo che da borderlands diventarono bloodlands, territori di frontiera intrisi del sangue di vittime innocenti. Proprio di questo si occupa il saggio di Snyder, dei popoli che dovettero subire la dominazione e le politiche di annientamento di entrambi i totalitarismi, quello nazista e quello comunista. Insomma di quelle anime perse che passarono due volte per il tritacarne dell’ideologia e che ne rimasero brutalmente schiacciate. Polonia, Ucraina, Bielorussia, Paesi Baltici appunto: qui rossi e neri si succedettero, si scontrarono, si spartirono il bottino, si alimentarono a vicenda. Qui Stalin e Hitler commisero gli stessi atroci crimini, sulle stesse popolazioni, in analoga misura, con metodi ed obiettivi praticamente identici. Qui l’artificiosa distinzione tra male assoluto e male necessario, mantenuta dai profeti dell’ipocrisia nei decenni successivi, perse fin da subito qualsiasi significato:
This region was also the site of most of the politically motivated killing in Europe—killing that began not in 1939 with the invasion of Poland, but in 1933, with the famine in Ukraine. Between 1933 and 1945, fourteen million people died there, not in combat but because someone made a deliberate decision to murder them.
Non a caso i nazisti potevano declinare le loro ambizioni sull’Ucraina dichiarando che il socialismo in un solo paese sarebbe stato rimpiazzato dal socialismo per la razza tedesca; non a caso sia Hitler che Stalin scatenarono una guerra senza quartiere contro le élites intellettuali, politiche e religiose di quei paesi; non a caso il trattamento dei prigionieri di guerra rispondeva su entrambi i fronti alle stesse logiche assassine, la morte per inedia e per abbandono nei rispettivi campi di detenzione (almeno nei primi anni di conflitto). Da qui la necessità di studiare le atrocità naziste e sovietiche come parte di una comune storia del terrore, perché è così che le vittime delle bloodlands le hanno vissute e patite, ma anche di capire come i due totalitarismi si alimentassero a vicenda:
Yet Snyder does not exactly compare the two systems either. His intention, rather, is to show that the two systems committed the same kinds of crimes at the same times and in the same places, that they aided and abetted one another, and above all that their interaction with one another led to more mass killing than either might have carried out alone.
Ma uno degli spunti di riflessione più originali viene dalla riconsiderazione che Snyder compie del ruolo dei campi di concentramento e dei prigionieri che vi furono rinchiusi. Contrariamente a quanto si è portati a pensare, la maggior parte delle vittime dei due regimi totalitari non trovò la morte nei lager e nei gulag ma fu il prodotto di politiche di sterminio portate a termine con modalità e tempistiche diverse,  esecuzioni di massa, camere a gas, fucilazioni, decessi per fame indotti da politiche genocide. Sia nel caso tedesco che in quello sovietico i campi erano destinati allo sfruttamento di una enorme forza lavoro ridotta in schiavitù per alimentare le rispettive macchine da guerra (interne ed esterne). Certamente vi furono milioni di morti anche all’interno dei campi, per la durezza del lavoro e le precarie condizioni di vita, ma gli internati, a differenza di coloro che vennero giustiziati in numero ben maggiore al di fuori dei sistemi concentrazionari, servivano vivi. Quell’Arbeit macht frei non era solo un macabro ghigno rivolto a chi entrava ad Auschwitz o a Dachau ma conteneva un fondo di verità (il lavoro forzato): tanto è vero che, mentre abbiamo immagini di sopravvissuti ai lager e ai gulag, praticamente non vi sono testimonianze dirette degli stermini di massa avvenuti nelle foreste, nelle campagne, tra le montagne, al riparo da sguardi indiscreti. Perché è importante questa valutazione? Perché fa cadere la falsa dicotomia, alimentata da decenni di ipocrisia politicamente motivata, tra campi di sterminio (nazisti) e campi di lavoro (comunisti), tra un sistema concepito per uccidere ed un altro in cui la morte era solo una possibile conseguenza, quasi un fattore accidentale, anche se accettato o previsto. In realtà sia il lager che il gulag erano industrie di schiavi, luoghi in cui l’uomo veniva usato come bestia da lavoro e spremuto fino alle ultime conseguenze. Ma anche luoghi in cui, se in grado di lavorare al servizio dei propri carcerieri, un prigioniero aveva qualche possibilità di sopravvivenza. Sono questioni enormi, me ne rendo conto, che richiederebbero analisi molto più approfondite. Ma alcune linee guida si possono comunque tracciare.
La Applebaum si sofferma poi sul concetto di genocidio, partendo dai limiti della sua definizione, frutto di una decisione essenzialmente politica condizionata dagli equilibri scaturiti dalla conclusione della seconda guerra mondiale. L’opposizione dell’Unione Sovietica, una delle potenze uscite vittoriose dal conflitto (almeno formalmente), impedì che la definizione di genocidio adottata dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 includesse la distruzione intenzionale di gruppi politici, sociali ed economici. Soltanto i crimini commessi contro gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi rientrarono nel testo finale. I motivi sono ovvi dato che, se fosse andata diversamente, i sovietici avrebbero dovuto rispondere davanti alla comunità internazionale delle loro campagne omicide contro i nemici di classe e gli oppositori politici. Il vizio d’origine di questa definizione si sarebbe trascinato come un macigno nei decenni successivi, condizionando non solo il dibattito storiografico ma la stessa percezione dei massacri compiuti dai regimi totalitari da parte dell’opinione pubblica. Ancora oggi la nostra concezione della storia del XX secolo risulta distorta a causa del compromesso storico tra democrazie e stalinismo.
Un patto col diavolo di cui, ancor più tristemente, hanno fatto le spese per quasi cinquant’anni i popoli dell’Europa dell’Est che avevano già sofferto le atrocità delle anteriori occupazioni e della guerra. Alla liberazione di una parte del continente corrispose la consegna dell’altra metà alla dittatura comunista, un peso politico e morale difficilmente sostenibile per chiunque abbia combattuto in nome della democrazia:
As a result, we liberated one half of Europe at the cost of enslaving the other half for fifty years. We really did win the war against one genocidal dictator with the help of another. There was a happy end for us, but not for everybody. This does not make us bad—there were limitations, reasons, legitimate explanations for what happened. But it does make us less exceptional. And it does make World War II less exceptional, more morally ambiguous, and thus more similar to the wars that followed.
La coltre di silenzio calata sulle terre dell’Europa orientale per mezzo secolo non fu solo quella imposta da Mosca e dai gerarchi comunisti che per conto dell’Unione Sovietica reggevano le sorti dei rispettivi paesi, ma ebbe il suo corrispettivo anche nella pavida e spesso complice condiscendenza delle classi politiche e soprattutto delle élites culturali occidentali, ben liete queste ultime di farsi portavoce delle parole d’ordine dell’ideologia e di propagandare le virtù del socialismo reale. E’ un’onda lunga la cui portata non si è ancora esaurita.
Ma torniamo al genocidio, per concludere. Uno dei problemi fondamentali è che la sua definizione pone l’accento più sulla categoria delle vittime che non sulla responsabilità degli esecutori. E’ come se considerassimo omicidio solo l’uccisione di uomini con certe caratteristiche di età, peso e titoli accademici, lasciando il resto dei comuni mortali senza protezione giuridica. Un nome è solo un nome, si dirà. Ma non nelle corti di giustizia, dove la forma è sostanza, e nemmeno nella valutazione del crimine di massa da parte della collettività. Da qui la reticenza di politici, storici e società civile a qualificare come genocidi una serie di massacri la cui corrispondenza alla definizione ufficiale non fosse strettamente ed immediatamente attribuibile, come se per le vittime facesse qualche differenza, come se la gravità e la portata di un crimine di stato dipendessero non tanto dalle caratteristiche oggettive dell’atto (numero di morti, modalità di esecuzione, intenzionalità, conseguenze e così via) quanto da una decisione politica presa a tavolino in un preciso momento storico e dettata da esigenze di realpolitik. La Applebaum fa riferimento, tra gli altri, al classico caso del genocidio armeno, oggetto di controversie politico-diplomatiche mai del tutto risolte. Ma perfino uno storico dell’Unione Sovietica del calibro di Robert Service, nel suo A History of Modern Russia, evita di qualificare la carestia ucraina come genocidio sulla base del fatto che gli ucraini in quel momento non costituivano che il settanta per cento della popolazione del territorio colpito e che in senso stretto Stalin non avrebbe perseguito una politica di annientamento di un gruppo etnico in quanto tale. Naimark, al contrario, in Stalin’s Genocides assume che, anche in base all’attuale enunciato della Convenzione delle Nazioni Unite, i crimini del regime staliniano nei confronti della popolazione ucraina, dei kulak, e di altri gruppi etnici minoritari sarebbero atti di genocidio. Tutto ciò rende necessaria una ridefinizione del concetto o, meglio, un suo superamento. A mio avviso occorrerebbe parlare semplicemente di stermini di massa o, come suggerisce la Applebaum, di “assassini di massa compiuti per ragioni politiche”. Questa democratizzazione del termine, aumentandone il valore universale e superandone le limitazioni imposte da compromessi diplomatici che nulla hanno a che vedere con la sofferenza delle vittime, consentirebbe anche di chiarire una volta per tutte un equivoco sul quale generazioni di studenti e di storici si sono costantemente incagliati: quello dell’unicità dell’Olocausto. Ragioni, di nuovo, prevalentemente ideologiche hanno suggerito a molti – e non parlo qui degli ebrei, i quali forse hanno diritto a considerare la loro situazione storica da un punto di vista non strettamente obiettivo – di mantenere Auschwitz in una categoria a parte, in un luogo della memoria collettiva separato dal resto, come se si trattasse di una parentesi avulsa dalla storia, di una tragedia non paragonabile ad altre esperienze analoghe. Io credo che nella pretesa unicità della Shoah si nasconda il rischio della rimozione di tutto quanto Shoah non sia. Ma non si può capire l’Olocausto senza inserirlo nella storia dei totalitarismi del XX secolo. Non si possono onorarne le vittime senza costruire giorno dopo giorno una coscienza antitotalitaria complessiva, integrale, assoluta. E’ proprio perché questa presa di coscienza collettiva non si è realizzata (e in molti casi non è nemmeno cominciata) che dopo quell’unicum ce ne sono stati molti altri. E non è finita. Se si avesse finalmente il coraggio di collocare Auschwitz dentro la storia – e il libro di Snyder certamente contribuisce all’evoluzione del dibattito – , si comincerebbe a colmare il divario che separa il ricordare dal non dimenticare per non ripetere. Non basta dire mai più. Bisogna crederci sempre e in qualunque luogo. Troppe vittime aspettano ancora che si renda loro omaggio, troppi campi della morte devono ancora ospitare il loro 27 gennaio, troppi carnefici sono stati perdonati dal sonno della memoria. Mai più.

16 nov. 2011

Non vogliono il governo tecnico. Il video dei kuwaitiani dentro il parlamento nazionale. C'è vita oltre Monti.
Riassunto Italia.
- I "liberali" italiani sono un caso clinico. Prima vedono in Berlusconi l'erede di Einaudi; poi fanno di tutto per farlo cadere, si buttano tra le braccia di Fini e aprono le porte del governo a Vendola; infine si aggrappano a Monti neanche fosse arrivata la Thatcher. Speriamo che si estinguano, non manca molto. Così ripartiamo davvero.
- Berlusconi, eletto, era una ferita sanguinante della democrazia. Monti, non eletto, è il medico che la curerà. In Italia il Presidente dei carri armati spiega che il governo tecnico rientra pienamente nelle regole democratiche, che la dialettica politica è solo sospesa, ma poi riprenderà. E nessuno che alzi la mano e gli faccia una domanda. Bravi tutti.
- Siamo sotto tutela di un governo di salute pubblica, e siamo contentissimi. Il prossimo passo sarà farci dare la lista dei ministri da Berlino o Parigi. E allora sarà l'apoteosi.
- Ma la classe politica non si vergogna? E' stata esautorata, dichiarata ufficialmente incompetente, messa alla porta da un golpe di palazzo, tra gli applausi dei "liberali" che confondono Monti con Reagan, dei socialisti che confondono Monti con Nenni, della stampa che confonde Monti con il Papa (per l'infallibilità). E adesso tutti a votare la fiducia, senza fiatare.
- Quelli che denunciano un giorno sì e l'altro pure la tecnocrazia politico-finanziaria europea come una casta di nominati, che prende decisioni a prescindere e spesso contro la volontà popolare, sono gli stessi che oggi inneggiano al governo dei non eletti capeggiato da Monti. Differenza? Berlusconi.
P.S. Ovviamente il vice-direttore del Post, Christian Rocca, saluta con soddisfazione la nuova tappa. Se il Rocca dell'ultimo anno me lo raccontassero, non ci crederei.

14 nov. 2011

Leggo Guerra e Pace. E' la prima volta, il coraggio uno non se lo può dare. Una sceneggiatura immensa. Quanti mondi dentro un solo uomo. Giusto Tolstoj poteva prendersi certe licenze: fatti che si accavallano e si scavallano senza logica apparente, salti in avanti e repentine retromarce, personaggi che cambiano radicalmente pensiero e azione nel giro di poche scene. L'avesse pensato un altro lo lasceresti dopo due capitoli. L'ha scritto lui e non riesci a smettere. Cosa fa di un romanzo un'opera d'arte? Mettiamola così. Quel che Tolstoj concentra in una pagina Baricco non ce la fa a descriverlo in trecento. Cioè, se Guerra e Pace fosse di Baricco (e chiedo scusa) sarebbe lungo quattrocentoquarantunmila fogli. E' come riscrivere Seta quattromilaottantatre volte, cambiando sempre le parole. Nell'Impero zarista tutta quella carta non c'era. Poi arrivarono i comunisti e stamparono un sacco di volantini.

10 nov. 2011

Froci. Oggi scopro dal Corriere che dichiarare che due maschi a letto non possono fare figli è omofobo. Difficile che una civiltà così ipocrita e ridicola possa un giorno rialzare la testa.

8 nov. 2011

Ma pensa. Oggi il teorico italiano dell'equivalenza fra sinistra e liberalismo (concetto che, solo a scriverlo, provoca allergia) cita - probabilmente senza averlo letto - un articolo in cui Vargas Llosa, scrittore lui sì liberale, gli spiega in un breve passaggio - senza saperlo e senza volerlo - perché è difficile dire una sciocchezza più grande, dal punto di vista politico, intellettuale e morale:
In the United States, the term "liberal" has come to be associated with leftism, socialism, and an ambitious role for government in the economy. Many who describe their politics as "liberal" emphatically favor measures which desire to push aside free enterprise. Some who call themselves liberal show even greater hostility toward business, loudly protesting the very idea of economic freedom and promoting a vision of society not so different from the failed utopian experiments of history's socialist and fascist regimes.
In Latin America and Spain, where the word "liberal" originated to mean an advocate of liberty, the left now uses the label as an invective.
Comunque non c'è bisogno di essere Vargas Llosa. Basta aver aperto il sussidiario al capitolo sul XX secolo.

3 nov. 2011

Occupy Donosti/2. C'è un aspetto particolarmente ripugnante in questa politica del perdono che la Spagna sta promuovendo: il ricatto emozionale del governo verso le vittime del terrorismo. Se perdoni gli assassini di tuo padre o di tua sorella – dicono i governanti - sei una persona rispettabile che accetta di passare pagina per un bene superiore, la pace sociale. Se non accetti però, sei un rancoroso che si interpone come un ostacolo nel nostro processo. La società ti giudicherà come meriti. Ecco, nessuna vittima dovrebbe soffrire questa umiliazione, nessun governo decente dovrebbe costringere le vittime a una scelta di questo tipo. Il perdono è un atto individuale e non obbligatorio per definizione. Quando si fa campagna istituzionale e atto dovuto diventa una vigliaccata.

28 oct. 2011

Occupy Donosti. Strano paese la Spagna: sfregiata da decenni di marxismo rivoluzionario, più la violentano e più perdona. Gli incappucciati di ETA (ma perché non vi togliete quelle maschere adesso che siete diventati bravi ragazzi?) hanno comunicato la scorsa settimana che non hanno più voglia di giocare e si portano a casa il pallone. Senza arrendersi, senza pentirsi, senza chiedere perdono, senza un cenno alle vittime, senza sciogliersi, senza consegnare le armi. Rivendicando. Mentendo come sempre. E tutto un paese in piedi, ad applaudire, a ringraziare. Gliel'avevano preparato bene lo scenario, quelli che adesso applaudono. Conferenza di pace l'hanno chiamata, la messinscena andata in onda a San Sebastián, pochi giorni prima del comunicato. Partiti, sindacati e associazioni baschi riuniti per permettere ai terroristi "un'uscita di scena dignitosa". Se la meritano d'altronde: 859 morti ammazzati, sequestri, minacce, estorsioni, esecuzioni. Compagni che sbagliano. E poi c'è la pace da fare, vuoi mica metterti a spaccare il capello in quattro. Invitati speciali: Kofi Annan, l'eroe del Ruanda, 2 milioni di euro in tasca, e un altro esperto di negoziati in punta di pistola, Gerry Adams. Un documento finale che riprendeva perfino le espressioni usate dalla banda nel corso di questi anni, su tutte l'indecenza suprema, quella di definire la guerra terrorista di un gruppo di fanatici contro civili inermi come "conflitto armato". ETA era alle corde e le hanno regalato una bella conferenza di pace. Il PSOE agonizzava e gli hanno servito il comunicato per cena. Leggetelo, il comunicato, trasmesso decine di volte per televisione e alla radio. Se aprivate una finestra in Spagna la sera dell'addio alle armi, sentivate la voce dei carnefici in stereofonia. "La Spagna non dimentica", sussurrava il fantasma di Zapatero a reti unificate. Ma è già tutto cancellato dalla memoria e dalla storia. Si apre la trattativa. O credete che i bombaroli facciano qualcosa per niente? Impunità garantita per i fuggiaschi e presto revisione delle sentenze. "Si sono arresi", grida il popolo. Curioso modo di arrendersi, armi in pugno. "Hanno perso", ma nessuno che si consegni alle autorità. ETA è ben protetta, a Madrid e nei Paesi Baschi. Sabato sono scese in piazza centomila persone convocate dalla izquierda abertzale, il braccio politico del terrore. Tanto per chiarire come vanno le cose da quelle parti. Per gentile concessione del governo e dei tribunali si sono già presi il municipio di San Sebastián alle amministrative di maggio. Bel colpo, meglio di un'autobomba. Adesso si preparano a sbarcare in parlamento, forze nuove, ideologia vecchia, "Euskadi Ta Askatasuna, organización socialista revolucionaria vasca de liberación nacional".
Il País Vasco andava occupato per tempo o consegnato ai terroristi. Fare uscire prima la gente per bene, dare asilo ai profughi del totalitarismo etarra, ai minacciati, ai taglieggiati. Poi entrare o lasciar perdere. C'è tanta gente che parla di "conflitto armato" là, mica solo quelli che le armi le hanno usate. Tante menti privilegiate che in tutti questi anni hanno difeso e giustificato gli omicidi in nome di un nazionalismo truce. Tanti fanatici che hanno goduto del dolore altrui, e che hanno spinto a provocarne di più. Sempre di più. E che oggi, invece di vergognarsi, sollevano la testa e stilano un elenco di pretese. Riconciliazione, l'altra grande menzogna. Come riconciliarsi con chi va così fiero delle proprie mattanze da dichiarare "la lucha de largos años ha creado esta oportunidad"? Massacri uguale opportunità. Glielo lasciano dire, c'è la pace da fare. Si vomita di nascosto in questo paese, dietro gli angoli delle case. Prossima tappa: l'avvicinamento dei "prigionieri" di ETA, prima fase dell'amnistia. ETA considera i suoi in carcere come vittime, al pari della bambina saltata in aria all'Hipercor di Barcellona. E tutti tacciono, sperando di guadagnarsi una qualche indulgenza dagli incappucciati. Strano paese la Spagna: più la violentano e più sorride. E nessuno che dica che non c'è pace senza giustizia, che non può vincere lo stato di diritto se rinuncia a sconfiggere i suoi nemici, se invece di obbligarli alla resa accetta le loro concessioni. Nessuno che dica che se ETA non si inginocchia davanti alle vittime e non consegna quel che resta del suo arsenale, continuerà a condizionare la vita politica del paese, anche se smette di ammazzare. Che se ETA non si scioglie e non si cancella dal panorama politico e sociale senza condizioni, quel che oggi è la fine della violenza domani potrà essere un nuovo inizio e tutti a sorprendersi e a chiedersi: "com'è possibile?". I Paesi Baschi hanno un enorme problema di libertà ma per non riconoscerlo usano la parola pace come un esorcismo. Il ricatto dell'ideologia non scompare dietro un comunicato e la vita continua come prima, tra paure, sguardi di sfida e omertà. Non batti il totalitarismo facendoti perdonare la vita dai tuoi aguzzini. Lo vinci non perdonandola a loro.

27 oct. 2011

Profondità concettuale e coscienza liberale: Luca Sofri. Questi liberaloni progressisti, quelli che le guerre umanitarie sono di sinistra, come la doccia e il sesso orale, sono veramente una specie da salvaguardare. Possono scrivere di tutto, e male, tanto nessuno glielo farà notare, dato il leccaculismo imperante. E hanno davvero una gran dimestichezza con i principi della democrazia liberale, che come insegna Christian Rocca e come dimostra il secolo XX sono un'invenzione della sinistra. Pensavate di no? Ignoranti. Dopo quello che vuole obbligare i gay a fare outing (noto principio del liberalismo classico), arriva il direttore del Post a scrivere questa cosa, che si fa fatica persino a leggere tanto è liberale:
Ma soprattutto, la metto così: in un ospedale pubblico, sia servizio pubblico. Si devono mostrare solo i programmi Rai, non si capisce percé regalare guadagni pubblicitari alla concorrenza, e non si capisce perché privilegiare l’offerta privata a quella pubblica (che pure ha le sue schifezze, eccome, ma almeno ce ne possiamo vergognare con ragione). E inoltre, in un luogo la cui funzione deve essere terapeutica e di miglioramento delle condizioni psicofisiche delle persone, non si sintonizzano le tv su dei programmi deprimenti, abbrutenti, stressanti, che riducono le funzionalità di organi importanti come il cervello.
Pensavo queste cose e mi chiedevo se spegnere la tv o cambiare canale arrampicandomi sulla parete della sala d’attesa: e però ho pensato che alcuni dei parenti si sarebbero seccati e mi avrebbero detto che volevano vedere la pornografia del dolore, e che quindi sarebbe stato sgarbato scontentarli e fare ciò che pensavo giusto anche per loro, e alla fine non ho fatto niente.
Perdono il pelo.

18 oct. 2011

Perché possono. Juan Abreu, pittore e scrittore cubano in esilio, è stato uno dei primi a denunciare il crimine di regime perpetrato contro Laura Pollán e la dissidenza. Gli ho rivolto alcune domande sulla vicenda, in attesa che anche da noi qualcuno se ne accorga.

Nel suo blog lei ha commentato la morte della dissidente Laura Pollán definendola un omicidio di stato. Perché pensa che il regime dei Castro abbia ucciso la Dama en Blanco?

Per un regime totalitario come quello cubano, l'omicidio di stato è quanto di più naturale possa esserci. La macchina della repressione cubana è figlia del KGB, che usava questo metodo contro i dissidenti, come è ampiamente documentato. Quando una donna come Laura Pollán entra in un ospedale dello stato, controllato dalla polizia statale, io penso sempre che la sua esecuzione sia probabile. Perché? Perché possono. Perché la dittatura cubana non ha nessuna barriera morale. Perché no?

Circolano in rete immagini di un'aggressione perpetrata contro Laura Pollán pochi giorni prima di morire. Pensa che possa essere stata questa la circostanza decisiva della sua morte e cosa la convince di questa ipotesi?


E' molto probabile. E' un metodo usato altre volte dai maestri del DSE cubano, il KGB. L'immagine in questione mostra chiaramente un'emissaria del regime che tenta di tagliare la pelle alla signora Pollán. La pelle della signora Pollán era la sua ultima linea di difesa.

Nell'attuale situazione cubana c'è qualche possibilità di dimostrare che il regime è il responsabile dell'omicidio di Laura Pollán?

Nessuna. E probabilmente non ci sarà mai questa possibilità. Gli assassini cubani non sono come i tedeschi, suppongo che distruggeranno ogni prova dei loro crimini. Se c'è qualcosa di certo nel futuro di Cuba è che sarà un futuro di impunità.

In occidente nessun mezzo di comunicazione si è fatto finora portavoce della tesi dell'omicidio. Crede che ciò tolga credibilità alle accuse? Perché la stampa occidentale è così prudente quando si tratta di affari cubani?

No. La stampa occidentale non ha nessuna credibilità su Cuba. Lo dimostra una lunga storia. Stiamo ancora aspettando un reportage serio sulle prigioni e i campi di lavoro forzato. Dopo cinquant'anni! Dopo mille reportages su Guantanamo!
Nel caso in questione, l'omicidio di Laura Pollán, suppongo che vorranno una dichiarazione giurata di Fidel Castro in cui si fa responsabile del crimine, o un documento in triplice copia dell'ordine di eliminazione. Francamente mi importa molto poco di quel che dica la stampa occidentale su Cuba.

Qual è la sua opinione sul ruolo della Chiesa cattolica e specialmente del cardinal Ortega nell'attuale quadro politico cubano?

La Chiesa cattolica ha voltato le spalle alle vittime e agisce da molti anni come complice della dittatura. Nessuna sorpresa, d'altra parte, se guardiamo alla storia della Chiesa. Per il cardinal Ortega non nutro nessun tipo di rispetto. Qualunque prostituta cubana merita più rispetto del cardinal Ortega.

Come definirebbe la dissidenza digitale di Yoani Sánchez?

Rispetto tutti i dissidenti che corrono rischi all'interno del paese, indipendentemente dal metodo che abbiano scelto per denunciare o criticare la dittatura. In ogni caso mi pare che non ci sarà libertà per Cuba, almeno nel breve periodo, senza violenza. Chiaramente è facile dirlo da Barcellona, però è mio dovere farlo.
Fotogrammi per un crimine di stato. Non so se sia proprio questo il momento esatto in cui gli sbirri dei Castro hanno assassinato Laura Pollán. Non so se sia stata questa unghiata, qualche morso o una dose iniettata in ospedale. Fatto sta che la morte della Dama de Blanco era stata da tempo predetta dai matones del governo e dalla propaganda di regime. In ogni caso questo è il clima in cui vivono a Cuba gli oppositori. Questa è la vita da topi per cui nessuno si indigna.
La domanda è: quanto tempo passerà prima che una testata giornalistica occidentale si occupi di questa storia? Quanto prima che la vicenda venga trattata come un omicidio perpetrato dal governo cubano? Lo sanno tutti a Cuba che l'hanno ammazzata. Solo che là non si può dire, qua invece sì.

17 oct. 2011

Gusanos. A Cuba gli indignados sono andati al potere nel 1959. Ne hanno fatta fuori di gente in tutti questi anni. Tanta. Normalizzata. Umiliata. Incarcerata. Esiliata. Uccisa. Comunisti. Fanatici. Intolleranti. Violenti. L'ultima vittima, Laura Pollán, fucilata in ospedale con una siringa. Nessuno potrà mai dimostrarlo finché i carnefici sono al potere. Omertà. Omertà sui cannibali de l'Havana, omertà sui comunisti di quarta generazione, l'orda nichilista che ha invaso le strade l'altro ieri per rompere, spaccare, rovesciare. Non solo a Roma, non solo con le mazze e le molotov, ma ovunque con gli slogan, con l'odio urlato, con le paranoie ideologiche, con la prevaricazione e la minaccia. Il nulla universale, la globalizzazione dell'ignoranza e del qualunquismo. "La bella manifestazione di sabato a Roma", scrive il direttore del Post sul suo blog, ancora indeciso su cosa fare da grande. Un po' indignado, un po' borghese. Inutile sempre. Il nulla è multiforme. Ma alla fine arrivano tutti di là, che sputino in piazza o sorseggino nei salotti. Dal 1959 cubano o dal 1917 russo. Le madri, le meretrici di tutti gli indignados. E dei loro lameculos.

15 oct. 2011

Non era difficile, no.
Laura e gli sbirri. Mentre l'occidente si fustiga e si sputa addosso blandendo le torme di figli di papà e figli di putà che gridano tutta la loro inutilità fingendo di sapere di cosa parlano, a Cuba il regime comunista uccide Laura Pollán, principale esponente de las Damas de Blanco. Scommetto che tra gli urlatori in kefiah oggi nessuno se ne ricorderà, occupati come sono a propagandare il loro futuro di macerie culturali e ideali. Sbirri in potenza, nuovi cantori del radioso avvenire, pronti ad essere arruolati dai prossimi esperimenti totalitari.
Han matado a Laura Pollán. Le inocularon un virus y la mataron. ¿Quién es responsable de esta muerte? Los Castro, en primer lugar; llevan muchos años acosando a esta mujer y a sus compañeras, golpeándolas, humillándolas, torturando a sus maridos presos, llevan muchos años los Castro matando a esta mujer.

Y hay que decirlo, también somos culpables de la muerte de Laura Pollán todos los cubanos. Hace mucho tiempo que teníamos que haber matado a los asesinos de Laura Pollán y si nos hubiera alcanzado la decencia y el valor para matar a sus asesinos no hubieran vivido lo suficiente para asesinar a Laura Pollán.
Qué vergüenza.
E noi, a inciampare sempre nella stessa pietra.

7 oct. 2011

La parabola del buon capitalista. Nella corale dimostrazione di stima e affetto seguita alla morte di S.J. a non convincere sono le motivazioni, tipiche di una società che, lungi dall'ammirare lo spirito del capitalismo di cui si è nutrita, finisce comunque per disprezzarlo. Il grande semplificatore è lodato per aver "cambiato la vita" delle persone attraverso le innovazioni tecnologiche di cui è stato promotore. Alla sua azione imprenditoriale viene quindi automaticamente assegnato un carattere sociale, ai limiti del filantropismo: lo giudichiamo favorevolmente per quello che ha dato al mondo, non perché è stato il più bravo di tutti nel suo lavoro, nella creazione di ricchezza e nel fare tanti soldi. In una società capitalista che si odia, è impensabile che il profitto in sé venga considerato un valore da cui far derivare a cascata una serie di benefici per gli individui (e di conseguenza per la collettività). E' invece necessario assegnare all'azione di un grande capitalista, il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più, una funzione sociale che lo redima: in questo caso quella di aver reso la vita più agevole a milioni di persone. Ma quella di migliorare e modernizzare la realtà è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare. S.J. era essenzialmente un uomo alla ricerca della felicità personale. E proprio per questo ha fatto felici tanti altri esseri umani.
La più grande di tutte le facezie. Rastani era un impostore, si dice. No. Rastani ha giocato le sue carte nella fiction globale che ci circonda e ha vinto la mano. A perdere mano e faccia non sono oggi i Rastani di turno, ma quelli che affidano loro i propri microfoni e megafoni. In questo caso la BBC ma potrebbe essere chiunque, visto il livello di professionalità con cui ormai si confezionano i prodotti mediatici. Quando dico che Internet ha moltiplicato ma allo stesso tempo svilito la comunicazione e il messaggio non è perché io sia contro la diffusione delle idee in rete ma perché ho la sensazione che la possibilità globale e indiscriminata di esprimersi porti inevitabilmente ad accettare come valida la più grande di tutte le facezie: che tutte le opinioni sono uguali e hanno lo stesso valore. Se così fosse, nulla sarebbe. Ed è verso il nulla della conoscenza, della competenza, della scelta, della decisione che ci stiamo avviando, grazie all'effetto esponenziale del blob che non l'informazione di massa ma la divulgazione di massa ha prodotto. C'è un delirio da mandare in onda? Garantisce la BBC. E giganteggia l'eco e tutti ne parlano e la bolla cresce. E non importa chi sia Rastani, quel che importa è che dica quel che vogliamo sentire: che la finanza è senza cuore, che le banche falliranno, che il capitalismo è un vampiro succhiasangue. Invece di trattenere il fiato, le masse trattengono il ragionamento. Le élites (o supposte tali) pure, tanto è vero che a Rastani rispondono dopo cinque minuti ministri ed economisti, dimostrando in fondo di crederci. E se domani succedesse quel che ha detto Rastani non sarà perché aveva ragione lui. Sarà perché una società che si fa dettare l'agenda informativa, politica ed economica da Rastani è capace di qualsiasi cosa. Perfino di divorare se stessa senza accorgersene.

6 oct. 2011

Tutti dietro. Nell'era dell'unanimismo distinguersi è da eroi.

27 sept. 2011

La massa. L'intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione, denunciava Pasolini in una sentenza poetica d'acciaio. Pasolini poeta è un bel leggere, per mitigare la noia dei suoi romanzi. Passano gli anni e il verso continua ad aprire l'inno nazionale italiano, quello fattuale, non l'improbabile versione eroica di Mameli. Sempre nel gruppo gli italiani, da buoni individualisti irresponsabili quali ci hanno insegnato ad essere fin da piccoli, a scuola. Farsi furbi, questa la nostra religione. La coerenza mai, quella la lasciamo ai protestanti.
Se l'intelligenza avesse peso sarebbe possibile giudicare la statura politica di Berlusconi (a conti fatti modesta) distinguendola dal linciaggio morale-politico-giudiziario di cui è oggetto da anni (a conti fatti criminale). Berlusconi politico ha deluso molti (quelli che si erano illusi), ha lasciato indifferente qualcuno e ha soddisfatto pochi. Pensare che da questo semi-fallimento debba necessariamente scaturire la forca è roba da primati, non da cittadini. C'è un'opposizione che ha costruito la sua identità sulla character assassination. E' tutto quel che hanno saputo produrre dopo Honecker. Ma sono i presunti liberali, quelli che prima vendevano Silvio come Margaret e adesso lo trattano da pezzente, i veri sconfitti di questa (a conti fatti piuttosto squallida) fase politica. I presunti liberali si sono fatti massa: incapaci di produrre un pensiero non dico alternativo ma neppure parallelo a quello del capo quando le cose andavano bene, penosamente asserviti alle tesi degli assassini (nell'accezione di cui sopra) quando la barca affonda. Sfacciatamente vendutisi alcuni, servilmente elemosinanti altri, convertitisi alla religione della puzza sotto il naso i più. Facile ridere della Gelmini quando - italianamente - preferisce fare la furba che pensare. Ma la Gelmini siete voi, siamo noi. Il paese è questo e non c'è un solo pseudo-liberale che oggi possa vantarsi di aver fatto qualcosa per cambiarlo. Ha vinto l'assimiliazione, ancora una volta, ed eserciti di individualisti irresponsabili si preparano ad obbedire allegramente, senza rimpianti né rimorsi, alla nuova legge del gregge: Berlusconi boia, stai meglio appeso che con i pantaloni abbassati. Dovevate dargli addosso prima e difenderlo adesso, branco di pecore. Per dirla con Pasolini.

25 sept. 2011

Progresso. Ultima corrida a Barcellona. I tori, ognuno si diverte come può. Non diverte invece lo stato etico. Peggio, lo stato nazionalista. Non frega a nessuno la protezione degli animali, come a nessuno importa davvero che i bambini scrivano bene il catalano. Quel che conta è che l'arena, il taglio dell'orecchio, la porta grande sono tradizioni spagnole, e come tali da rifiutare, emarginare, abolire. Lo stato etico decide che uccidere un toro è immorale. Lo stato nazionalista decide che è immorale in quanto diverso da sé. Ovviamente non si dice. Ovviamente congratulazioni. Ovviamente è progresso.

24 sept. 2011

Ask and tell. Comunque la frase di oggi è questa:
Io non sono contrario in principio a premere, forse anche a costringere, coloro che sono omosessuali a dirlo apertamente. Non c’è dubbio che un omosessuale che vuole rivendicare la segretezza, l’essere privato, della propria preferenza sessuale sta introiettando il principio per il quale quello debba essere un carattere di cui vergognarsi.
L'ha scritta, come se niente fosse, uno di quelli che pensano che il liberalismo sia di sinistra. E lo dimostrano ogni giorno, con idee così.
Per non uscirne. Il pomeriggio era un po' moscio in redazione, Sofri non aveva ancora ordinato le pizze, Sky non funzionava e Costa aveva dimenticato a casa il calciobalilla. Poi è arrivata la gaffe della Gelmini e al Post hanno cominciato a toccarsi. Risultato dell'orgia di testosterone: un pezzo compìto compìto, bacchettone bacchettone, superiore superiore, ditino alzato ditino alzato, indignato indignato, per spiegare che così proprio non si può andare avanti, che non c'è nessun tunnel, che ve lo diciamo noi come si fanno i comunicati. A leggerlo non puoi crederlo che si prendano così sul serio questi della sinistra 'sticazzi. Non puoi credere che il giornalismo sia diventato questa cosa qui, che i figli dei padri che sbagliano vengano invitati alle tavole rotonde come guru dell'informazione, che la generazione iosotutto e tu sei una merdaccia (di destra) impartisca lezioni un giorno sì e l'altro pure senza il minimo senso del ridicolo. Quando sento Gelmini mi intristisco. Ma quando penso che dove avevamo Benedetto Croce adesso abbiamo gli amici di Fabio Fazio, mi viene da farlo davvero il tunnel. Per non uscirne.
Per una volta. C'è poi questo comunicato incredibile del collettivo dei terroristi di ETA in prigione, che si dichiarano a favore di un cessate-il-fuoco permanente e che i giornali riprendono come se fosse una cosa seria. Una cosa seria, in un paese civile, sarebbe che i macellai di una banda di bombaroli marxisti non potessero costituirsi in collettivo né emettere comunicati. Ma siccome siamo in Spagna fra qualche anno potremmo vederli insigniti del Principe de Asturias. Una cosa seria sarebbe chiudere le porte delle celle, buttare le chiavi e non dar voce a criminali che stanno tentando l'ennesima mossa per accreditarsi come prigionieri politici in un conflitto inesistente. Bella questa del conflitto, come se ci fossero due legittimi contendenti che si affrontano su un campo di battaglia, e non lo stato di diritto da una parte e degli incappucciati con le mani sporche di sangue dall'altra. Un'altra brillante eredità della tappa Zapatero questa della legittimazione del socialismo rivoluzionario basco, con Bildu (erede di Batasuna) installatasi in centinaia di municipi, primo fra tutti quello di San Sebastian. Uno scandalo senza precedenti in Europa. Prima di Breivik, chiaro, sul destino del quale fior di sociologi e penalisti si stanno scervellando, perché 21 anni, perfino in Norvegia, sembrano effettivamente un po' pochi. In un paese civile, cioè non la Norvegia, Breivik non sarebbe mai arrivato all'udienza preliminare. In un paese civile l'avrebbe ammazzato qualcuno che passava di lì, un minuto dopo la mattanza, non potendosi un minuto prima. E uno stato civile avrebbe fatto finta di non vedere, per una volta. La carta su cui si scrivono certi comunicati costa troppo per essere insozzata così.

19 sept. 2011

La fine della prima rivolta araba. Sulla cosiddetta primavera araba ho nutrito fin dal principio alcune perplessità, ed è anche per questo che non ne ho scritto molto. I dubbi non riguardavano certo la paura dell'ignoto cui sempre si richiamano quelli che vogliono che tutto rimanga com'è: al contrario, l'influenza della dottrina Bush sui movimenti di piazza continua a sembrarmi del tutto verosimile, coerente ed auspicabile. Piuttosto si riferivano all'esistenza stessa di una vera rivoluzione democratica in medioriente, o meglio alla possibilità che lo spirito di liberazione che aveva caratterizzato le manifestazioni delle prime settimane potesse concretizzarsi ed estendersi fino a prevalere. Sgombrato il campo da parallelismi sciocchi e anti-storici (su tutti quello con il 1989, completamente diverso nelle premesse, nello svolgimento e - adesso sarà chiaro anche ai più superficiali - nelle conclusioni), rimaneva da vedere fino a che punto l'inerzia si sarebbe mantenuta dalla parte dello spontaneismo democratico dell'inizio e quale sarebbe stata la reazione di regimi che avevano in comune tra di loro soltanto una più o meno marcata tendenza all'autoritarismo e alla repressione.
Scrivono Agha e Malley in questo articolo che la primavera araba è finita l'11 febbraio 2011, quando Mubarak è stato deposto. E' anche la mia impressione. Paradossalmente, proprio nel momento in cui l'impeto anti-establishment sembrava destinato a trionfare oltre Tunisia ed Egitto, è cominciata la normalizzazione, che potremmo effettivamente chiamare controrivoluzione se solo riconoscessimo nelle ribellioni prodottesi fino a quel momento le caratteristiche di un moto rivoluzionario coerente e organizzato. Cosa della quale personalmente continuo a dubitare. La normalizzazione si è sviluppata su due fronti: il primo interno ai nuovi regimi, che sono rimasti controllati de facto da personalità vicine agli autocrati deposti o direttamente dai militari; il secondo provocato dalla reazione dei governi in carica, per nulla intenzionati a farsi abbattere da una serie di manifestazioni popolari più o meno pacifiche (Bahrein, Yemen, Siria e Libia). Da qui la violenza, l'intervento straniero e tutto quel che ne è derivato.
Le cause di questo semi-fallimento (perché non di fallimento totale si tratta) possono essere molteplici: l'assenza di tradizione democratica, la mancanza di un'opposizione organizzata e di una leadership riconoscibile, l'eterogeneità degli ideali e delle rivendicazioni in nome dei quali il popolo si è sollevato e via dicendo. Ma secondo me c'è un fattore decisivo che rimane sempre (volutamente) fuori dalle analisi e che invece ha giocato un ruolo determinante nel ridimensionamento delle aspettative iniziali: l'ambiguità dell'occidente e l'indefinizione del suo ruolo nel contesto della ribellione mediorientale. Purtroppo la retorica sulla necessità del multilateralismo e del carattere autoctono delle rivolte, unita al rifiuto ipocrita del concetto di intervento per la democrazia (sostituito dalla nozione politicamente corretta di intervento umanitario, che non è la stessa cosa), ha creato un simulacro di politica internazionale, priva di strategia, di obiettivi e di progetto, in cui la trama di ideali ed interessi è diventata - adesso sì - assolutamente inestricabile. Prova ne sia la sconclusionata e improvvisata avventura libica, che finirà bene solo perché alla fine i regimi criminali sono comunque destinati all'insuccesso, ma che rappresenta il tipo di guerra confusa e ammantata di imprecisati propositi che tanto piace ai progressisti e ai funzionari delle Nazioni Unite. Dietro alle favole per bambini del leading from behind, del pragmatismo e della riscoperta di un realismo con finalità redentrici da parte dell'amministrazione Obama, si nasconde l'equivoco di fondo che riduce l'azione dell'occidente (e degli Stati Uniti in particolare) ad una caricatura di se stessa. Quella che i liberal salutano come la prova definitiva del superamento dell'era Bush e i neoconservatori di sinistra (o presunti tali) come la continuazione della sua dottrina, è invece un ibrido senza capo né coda che toglie legittimità a qualsiasi pretesa di stare dalla parte giusta della storia, semplicemente perché si è incapaci di riconoscere la parte giusta. La principale differenza fra l'America che piantava parlamenti in mezzo al deserto e quella che non sa bene cosa fare da grande, è che per Bush promozione della democrazia e interessi americani (occidentali) coincidevano mentre per Obama i due concetti non sono necessariamente assimilabili. Anzi, possono essere in contraddizione. Se non si capisce questo si finisce per credere davvero che Obama e Bush siano la stessa cosa, promuovano gli stessi principi, portino avanti la stessa politica. O, al contrario, che siano come il diavolo e l'acqua santa.
Questa è, a mio avviso, la chiave di interpretazione di quel che sta succedendo al Cairo e a Washington. E' difficile perseguire una politica di liberazione senza un ideale coerente da contrapporre alla pratica autoritaria. E' opportunista e controproducente parlare di democrazia a Tripoli, di moderazione a Damasco e di status quo a Manama. E si rischia di fare la fine di Israele che, da modello democratico in costante lotta per la sopravvivenza, si è autodeclassato a nano politico in balia degli eventi, incapace di decidere se preferisce continuare a trattare con regimi non esplicitamente ostili o spingere, coerentemente con la propria natura, per la rinascita della cittadinanza araba anche al di fuori dei suoi confini.
Tra tutte le opzioni sul futuro della primavera araba, la più probabile mi sembra quella che vede nelle attuali rivolte soltanto la prima ondata di un movimento di democratizzazione che si definirà nel corso dei prossimi anni, forse decenni. Ma la strada sarà ancora più tortuosa in assenza di una strategia politica che punti alla liberalizzazione delle masse arabe e contemporaneamente alla democratizzazione delle élites laiche e filo-occidentali. La congiunzione di queste due trasformazioni (epocali) rappresenterà la vera svolta per il medioriente. Purtroppo un occidente tentennante e insicuro del proprio ruolo difficilmente potrà contribuire a questo processo e dovrà accontentarsi, per dirla con Agha e Malley, di negoziare i propri margini di influenza con una classe dirigente di estrazione islamista che finirà per proporsi come il suo principale interlocutore (ed alleato). La prospettiva non è delle più stimolanti.

17 sept. 2011

Climax discendente. Le intercettazioni puzzano di fine dello stato di diritto. La loro pubblicazione stende una patina marrone su quel che ne rimane. Ma sono gli applausi - gli applausi convinti all'infamia - che coprono di merda fino a soffocarlo l'ultimo soffio di dignità prima del suicidio collettivo.

16 sept. 2011

"Come descriveresti le posizioni del PD sulla raccolta?". Di cose inutili ne ho lette parecchie nella vita. Ma come l'intervista di Sofri a Civati nessuna, direi. Comunque ci sto ancora pensando, magari la trovo.

11 sept. 2011

Ah-merica.




















Il resto del viaggio qui.

9 sept. 2011

Vale la pena stare al mondo per giorni come questo.

7 sept. 2011

No. La risposta a chi mi chiede se ho ripreso a scrivere.

6 sept. 2011

Nopasarán. La Spagna è una nazione fondata su due ideologie, il politicamente corretto e il nazionalismo. Non c'è nessun'altra idea di peso che abbia cittadinanza in questo paese da operetta senza spartito, sfilacciato, contorto e ripiegato su se stesso. Del politicamente corretto ho scritto fin troppo. Del nazionalismo non si scriverà mai abbastanza. Non conosco democrazia in cui a questa stortura del pensiero politico, che annulla l'individuo in nome di una fantomatica comunità e promuove sfacciatamente la discriminazione su base identitaria, si assegni un valore così alto, quasi assoluto. Puoi pisciare sul liberalismo, sputare sul capitalismo, sfregiare le parrocchie, ma il nazionalismo no, quello non si tocca. Che sia l'affermazione della nazione spagnola o quella delle cosiddette identità regionali (qui chiamate ovviamente nazionali), tutti i giorni una classe politica inetta inietta nelle vene di una massa plaudente e sfinita la sua dose di veleno totalitario. L'ultima botta di vita arriva da una pronuncia del Tribunale Supremo che, accogliendo un'istanza di tre famiglie catalane, sancisce che è un diritto dei genitori scegliere in che lingua devono essere educati i loro figli, catalano o castellano. In un posto normale, in cui il bilinguismo previsto dalla costituzione venisse regolarmente applicato, una decisione del genere non avrebbe nessuna ragione di esistere, incaricandosi le istituzioni di compiere il loro dovere a tutela delle prerogative di ciascuno. Siccome invece gli stati in cui la teoria e la pratica della democrazia liberale sono considerate inutili ammennicoli i diritti non li garantiscono ma pretendono di crearli o di distruggerli, in Catalogna la sentenza è stata accolta come un'offesa all'identità nazionale. Levata di scudi della dirigenza, barricate, Braveheart. Il tutto in nome del mantenimento di un modello trentennale, fortemente discriminatorio, in base al quale nelle scuole la lingua veicolare (cioè quella in cui si insegnano tutte le materie) è e deve continuare ad essere il catalano. Con buona pace del bilinguismo, della costituzione, e di chi la pensa diversamente. Un franchismo linguistico al contrario, un branco di pecore senza pastore. No pasará, la democrazia.

3 sept. 2011

Normalizzati. Scopro che Yoani Sánchez ha scritto un manuale di Wordpress, in vendita nelle migliori librerie del Regno. Caspita. Quelli da cinquant'anni zittiscono, minacciano, imprigionano, torturano, fucilano e lei scrive un manuale di Wordpress. Ci ho messo un po' per mettere d'accordo intuizione e ragione ma il mio giudizio sull'eroina cibernetica è ormai formato. Yoani Sánchez appartiene a quella categoria di dissidenti organici ai regimi, ovvero quel genere di oppositori di cui le dittature hanno bisogno per legittimarsi e consolidarsi. Si tratta dei peggiori servi sciocchi dei tiranni, soprattutto perché la maggior parte delle volte non sono consapevoli del ruolo a loro assegnato e, mentre gli attivisti realmente significativi si trovano in galera o in esilio, continuano a lubrificare la macchina della repressione attraverso la comoda menzogna della riforma del sistema dall'interno. Non è una figura nuova nella storia delle dittature. Una volta una gentile studente di letteratura tedesca mi spiegò con convinzione teutonica che Christa Wolf era in realtà una oppositrice del governo della DDR. Ho paura che presto dovremo includere nella categoria anche la Aung San Suu Kyi post-liberazione, e sarebbe un vero peccato. Ma devo imparare a fidarmi di più delle mie intuizioni.

2 sept. 2011

Annessione. Pare che a Little Havana da un bel po' si siano stancati di combattere. Forse aspettano che muoia il grande vecchio, poi che muoia il fratello, poi tutti i lacché del regime. Aspettano, insomma. A vederla la Calle Ocho di Miami è una strada lunga e bruttina, una Cuba americana, ma troppo lenta nel ritmo e nei pensieri, dove nessuno sembra aver più voglia di mettere il dito nell'occhio alla famiglia Castro. Hanno anche invitato Pablo Milanés a cantare, come se tutto fosse finito, e invece la guerra continua. Continua per quel taxista che diciassette anni fa ha rischiato la vita su una balsa e oggi può spiegare di essere "nato un'altra volta" dopo aver messo piede in America. Continua perché sull'isola lui non ci torna nemmeno per vedere sua madre ma i soldi a casa li deve mandare comunque, e a Fidel i dollari dei gusanos piacciono eccome. Continua perché, come ha scritto uno che ne sa più di me, finché anche uno solo si sente in guerra, la guerra non è finita. Ma i cubani di combattere hanno sempre avuto poca voglia, mi pare. Certo, i Castro sono bestie feroci e quella del comunismo caraibico è la favola dei salotti progre europei e degli snob dal culo caldo. Ma anche Gheddafi spara, anche Assad fa fucilare gli oppositori. Eppure. L'unica soluzione per Cuba è che se l'annettano gli Stati Uniti d'America. Rocca dice che Obama ha un piano. Rocca dice sempre che Obama ha un piano. Rocca dice di essere di sinistra. Quindi dovete credergli. Speriamo faccia in fretta però, se no invece di miamizzare l'Havana, finiranno per havanizzare Miami. Non lo dico io, ma quello che ne sa più di me.
Spero che qualcuno si annetta anche la Birmania, dopo aver visto Aung San Suu Kyi sorridere ai suoi carcerieri, come se niente fosse. Pensano di comprarsi un po' di benevolenza con il loro pacifismo ostentato, perdente. Ma la riconciliazione è l'ultima menzogna delle dittature, un'idea falsa, pericolosa e insultante finché gli assassini sono vivi, vegeti e al potere. E' come chiedere scusa di essere vittime, è trovarsi dalla parte della ragione senza crederci fino in fondo. E' un'allucinazione che ti fa pensare che un cantore del regime totalitario come Milanés possa essere in buona fede perfino quando scrive lettere vergognose e svergognate o butta lì frasi da sbirro come "ciò non implica che sia in disaccordo con Fidel e che sia d'accordo con las Damas de Blanco". Non sia mai che ti tolgano i privilegi da bardo comunista, caro compagno Pablo. E Yoani applaude, e come applaude, dal suo rifugio di dissidente cibernetica, intoccabile, ormai ospite fissa dei salotti buoni (in contumacia). Quanto le piace il Pablo che parla di amicizia, ponti e mani tese. Sorriderà anche lei quando Raul la inviterà a pranzo davanti alle telecamere di stato? Potete scommetterci.
E' la riconciliazione, tesoro. E chi non è d'accordo è un fottuto fascista.

1 sept. 2011

Zombies. Certo, a dittatore mezzo morto tutti a bravi a scavare tra le macerie dei suoi palazzi, della sua famiglia, delle sue prigioni. Tutti in prima linea a denunciarne crimini e misfatti, a mostrarne la faccia d'orco, a scandalizzarsi del lusso delle sue piscine e della lussuria delle sue notti. Prima però tutti zitti, eh? Mai un network di peso che si prendesse il disturbo di chiamare per nome il tiranno, mai un giornale serio che sbattesse il mostro in prima pagina, mentre era arzillo e magari comprava azioni in borsa per colazione. Piuttosto cautela, distinguo, ammiccamenti e interviste in ginocchio. Quante volte avete sentito associare le parole Libia e dittatura sui mainstream media prima del marzo scorso? Per non parlare di Egitto, di Yemen, di Tunisia. Tutti bravi e dalla parte giusta, adesso. Tanto nessuno se ne ricorderà.
Soddesinistracosì. Riporto due stralci di conversazione tra il sottoscritto e Christian Rocca su sinistra e liberalismo (e-mail giugno e luglio). La mia opinione è che da tempo Rocca abbia finito per credere alle proprie provocazioni fino a  perdersi nel paradosso. Ribadisco che per me lui è stato di gran lunga il migliore nel descrivere l'America post-11 settembre. Ma l'anticonformismo bisogna saperlo maneggiare, se no si trasforma nel suo contrario. Comunque, giudichi chi legge. Sono sicuro che il mio interlocutore non avrà da ridire, visto che non c'è nulla di personale in questo dialogo.

14/06

E.R. Certo, Christian, che per scrivere cose come "la sinistra fa la sinistra, promotrice della libertà e della democrazia nel mondo", bisogna proprio far finta che il XX secolo non sia mai esistito. A meno che tu non parli solo del secolo americano, e anche lì ci sarebbe molto da discutere.
Io capisco l'intento provocatorio ma davvero non mi risulta che la sinistra novecentesca sia stata promotrice dei valori liberali. Almeno non nel mondo reale. Tanto è vero che abbiamo salutato Blair come un'eccezione nel panorama del socialismo europeo.

C.R. Wilson, Fdr, Kennedy, Clinton e in Europa Blair mi sembrano sufficienti.

E.R.
Beh, se li compari con la massa filo-totalitaria direi proprio di no.

C.R.
No? Chi ha vinto?

E.R. Di sicuro non ha vinto la sinistra, comunque tu la intenda.

C.R. Nel 900 ha vinto la sinistra, la sinistra liberal, il welfare state, Keynes. In America e in Europa. Sconfiggendo il nazifascismo e il comunismo, l'isolazionismo e il colonialismo.

E.R. Ha vinto la democrazia liberale, a sinistra c'erano le democrazie popolari.
Quando Kennedy parlava a Berlino, la sinistra europea stava con Mosca mica con lui.
La sinistra era (è) socialista, che c'entrano democrazia e libertà?
Quando Blair ha fatto lo strappo lo ha fatto sposando i valori liberaldemocratici e in cesura con la tradizione della sinistra novecentesca. Tanto è vero che da sinistra lo hanno sempre considerato un traditore.
Keynes ha sconfitto il nazifascismo e il comunismo? E' uno scherzo, vero?

C.R. Non scherzo. Togliti i paraocchi. Il liberale Keynes e il keynesismo hanno contrastato e sconfitto il comunismo e la sua diffusione nel mondo occidentale. Studia FDR. Studia Truman (cos'è il piano Marshall, secondo te?). Togliti i paraocchi.

E.R.
Il "liberale" Keynes? La discussione si fa surreale.
Mi pare che a forza di ripeterle tu abbia finito per credere alle tue stesse provocazioni.
Poi c'è questo tipico vezzo leftist, tutto quel che ci piace diventa automaticamente di sinistra. Anche se non c'entra nulla, come il liberalismo. Anche se la realtà è andata in senso diametralmente opposto.
Ti leggo e non ci credo, che vuoi che ti dica.

C.R. Già, Keynes era marxista.

E.R. No, era sodale di Adam Smith. Che ovviamente era di sinistra pure lui, no?
Non c'è bisogno di essere marxisti per non essere liberali, dovresti saperlo, perché ne hai scritto un sacco in questi anni.

C.R. Salutami Glenn Beck.

E.R. Vedo che hai chiuso con una sciocchezza, coerente con la sciocchezza iniziale. Contento tu.

22/07


E.R. Ti sei dimenticato di aggiungere che, ovviamente, L'uomo dimenticato è un libro di sinistra... ça va sans dire. Come la doccia e il soufflé di patate.

C.R. Battuta scema. Ma Giavazzi e Alesina ti darebbero torto. Siamo nel 2011 e non hai ancora capito la differenza tra sinistra e socialismo.

E.R. Guarda che non sono io a non averla capita. La sinistra europea tutta non l'ha capita.
Il mondo non finisce a New York. E la sinistra nemmeno, purtroppo. Ma tu vedi solo quello, mi sembra.

C.R. Blair era a New York? E Havel? E gli intellettuali francesi? E i repubblicani italiani? E i radicali di un tempo? E Saragat? E Salvemini? E i fratelli Rosselli? E ci metto pure Craxi. Tutti a New York?

E.R. Sono le eccezioni, non la regola. Tu le fai assurgere a regola per dimostrare una tesi tutta tua.
Perché in fondo, e questo l'ho sempre pensato anche quando eri il mio giornalista di riferimento, anche tu come i tuoi amici progre pensi che dirsi di sinistra faccia fine e non impegni.
Tu hai idee giuste e condivisibili ma non sono idee di sinistra. Sono idee liberali. Stop.
Però sembri pensare che per dare legittimità a quelle idee, per farle accettare, tu debba necessariamente definirle di sinistra. E cadi nel conformismo, o nel sofrismo, che è la stessa cosa. O nella confusione. Perché se FDR era di sinistra e per l'intervento pubblico, non possono essere di sinistra anche i liberali che criticano lui e il suo intervento pubblico.
Ma soprattutto non puoi far diventare di sinistra tutto quello che ti piace. E' troppo facile così.

C.R. Il liberalismo non è destra e non è conservatorismo. E' l'opposto del conservatorismo. Così come è l'opposto del socialismo. Non sai niente di FDR, credimi.

Tralascio le scaramucce finali.

Mi piacerebbe proprio sapere cosa ne pensano i miei ex compagni di merende di TocqueVille.
Scriveranno per dire che ho ragione io, faranno finta di niente, o prevarrà il Rocca non si tocca e accetteranno zitti zitti che il liberalismo è di sinistra e perfino (e questa fa proprio senso) che la sinistra ha vinto nel '900? Dai, tiratele fuori per una volta.