9 dic. 2011

Lo scandalo Monti. D'Alema candidamente confessa a La Stampa che, dietro il governo tecnico, c'è un'operazione dall'inconfondibile sapore politico, finalizzata a defenestrare Berlusconi.
Lei che ha sempre rivendicato il primato della politica non pensa che in questo caso la politica abbia abdicato al proprio ruolo rifugiandosi dietro un governo tecnico? Non sarebbe stato meglio andare alle elezioni?
«Guardi che l'alternativa non era tra governo tecnico o elezioni, ma tra governo tecnico o permanenza di Berlusconi. Se non si fosse concretizzata l'ipotesi di Monti, la maggioranza di centrodestra non si sarebbe sfarinata e noi avremmo ancora il Cavaliere a palazzo Chigi. Altro che politica morta… Si è trattato, al contrario, di una positiva operazione politica».
Benvenuti, come sempre aveva ragione chi aveva torto.
Approfitto della certificazione dell'ex presidente del consiglio per tornare brevemente sulle singolari modalità del recente cambio di governo, benedetto da Berlino, dalla sinistra e dai benpensanti di ogni estrazione. Ai critici del golpe morbido - tra i quali mi annovero - è stato fatto notare da più parti che l'Italia è una repubblica parlamentare, per cui gli elettori scelgono i loro rappresentanti alle camere e non i governi. Nessun vulnus deriverebbe quindi dalla nomina di un esecutivo di tecnici al posto di uno espressione (seppur indiretta) del voto popolare, in quanto la fiducia del parlamento sarebbe l'unica condizione richiesta perché un governo possa operare. Tutto vero, dal punto di vista della dottrina. Ma anche rimanendo sul piano strettamente formale e tralasciando per un momento le considerazioni politiche che l'avvicendamento Berlusconi-Monti implica (vedi D'Alema), c'è un passaggio che proprio non torna, e che è stato colpevolmente trascurato da chi ha deciso che, stavolta, il fine giustificava i mezzi.
Berlusconi entra al Quirinale da presidente del consiglio tra gli schiamazzi della piazza e le pressioni di palazzo e ne esce destituito. In nessun momento il parlamento - dove risiede la fonte di legittimità del governo - viene coinvolto. Non si ritiene necessario inscenare non dico una mozione di sfiducia ma nemmeno un pallido rituale dal quale emerga la perdita della maggioranza da parte dell'esecutivo di centrodestra. Improvvisamente della repubblica parlamentare non se ne ricorda più nessuno: né la folla vociante, né la sinistra plaudente che subito dopo si richiamerà ad essa per giustificare l'intronizzazione di Monti, né il presidente della repubblica, né la sempre attenta stampa nazionale, né le cancellerie europee. Berlusconi esce di scena come un Mubarak qualunque, rimosso, sollevato dai propri incarichi, politicamente eliminato dall'azione congiunta dell'asse Berlino-Parigi, del Quirinale e di un tumulto di piazza. Mancava l'esercito. Ora, capisco che le intemerate rozze degli indignados e la scarsa dimestichezza della sinistra con la pratica della democrazia possano contribuire a creare un po' di confusione, ma l'Italia non è l'Egitto e nello stato di diritto la forma è sostanza. I paladini della repubblica parlamentare farebbero bene a ricordarsene prima di dare il loro appoggio incondizionato a manovre che mettono in discussione proprio quei principi cui non esitano a richiamarsi quando fa loro comodo. Al di là delle simpatie o antipatie politiche e dell'opportunità o meno di accelerare la fine di Berlusconi, un precedente di questa natura meriterebbe riflessioni un po' meno superficiali di quelle che si sono lette ed ascoltate. Per le prossime volte, ché non si sa mai.

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