7 oct. 2011

La parabola del buon capitalista. Nella corale dimostrazione di stima e affetto seguita alla morte di S.J. a non convincere sono le motivazioni, tipiche di una società che, lungi dall'ammirare lo spirito del capitalismo di cui si è nutrita, finisce comunque per disprezzarlo. Il grande semplificatore è lodato per aver "cambiato la vita" delle persone attraverso le innovazioni tecnologiche di cui è stato promotore. Alla sua azione imprenditoriale viene quindi automaticamente assegnato un carattere sociale, ai limiti del filantropismo: lo giudichiamo favorevolmente per quello che ha dato al mondo, non perché è stato il più bravo di tutti nel suo lavoro, nella creazione di ricchezza e nel fare tanti soldi. In una società capitalista che si odia, è impensabile che il profitto in sé venga considerato un valore da cui far derivare a cascata una serie di benefici per gli individui (e di conseguenza per la collettività). E' invece necessario assegnare all'azione di un grande capitalista, il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più, una funzione sociale che lo redima: in questo caso quella di aver reso la vita più agevole a milioni di persone. Ma quella di migliorare e modernizzare la realtà è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare. S.J. era essenzialmente un uomo alla ricerca della felicità personale. E proprio per questo ha fatto felici tanti altri esseri umani.

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