2 mar. 2012

Appunti sulle rivolte arabe. Anno I.
Puntate precedenti: La guerra è una cosa seria, Il buco nero, Stanno tutti bene, La fine della prima rivolta araba, Rivolta d'Egitto, Leading from confusion, Rivolta d'Egitto/2, Una nuova umanità.



Chi legge questo blog sa che per il sottoscritto la fine di una dittatura, comunque si produca, è uno sviluppo da celebrare. In nessun caso l'incertezza sul dopo può costituire un alibi per l'acquiescenza o l'inazione, dal momento che lo status quo autoritario è naturalmente destinato a produrre reiterate violazioni dei diritti fondamentali sul piano interno e instabilità a medio o lungo termine sullo scenario internazionale. Questa premessa vale ovviamente anche per la cosiddetta primavera araba. Conviene tuttavia tentare una sintesi il più possibile oggettiva di quanto accaduto in Medioriente e in Nordafrica negli ultimi dodici mesi, soprattutto per evitare di inserire gli eventi in una prospettiva storica errata.

- Qualsiasi bilancio di questo primo anno dovrebbe, per esempio, partire da un dato di fatto spesso taciuto, eppure difficilmente oppugnabile: su 22 paesi della Lega Araba solo 6 sono stati teatro di rivolte aperte contro i regimi al potere. Senza nulla togliere alla portata di eventi simultanei e certamente non previsti in una zona geografica che - fino a qualche anno fa - sembrava destinata ad un immobilismo senza via d'uscita, è un po' poco per parlare di rivoluzione nel mondo arabo. Come ho già sottolineato in altre occasioni, il dato fondamentale di questi tredici mesi mi sembra invece la tenuta dei governi dell'area rispetto alle spinte destabilizzatrici provenienti da varie direzioni.
Analizzando le dinamiche del regime change, due sono i dittatori caduti in seguito alle proteste (Tunisia, Egitto), uno quello rimosso da un intervento esterno (Libia), uno costretto all'esilio senza però rinunciare a controllare e dirigere il passaggio di potere (Yemen), tre i governi che hanno usato la forza con alterne fortune (Bahrain, Libia, Siria), tre i paesi in cui è scoppiata una guerra civile (Libia, Siria, Yemen), sei le nazioni principali che mancano all'appello (Arabia Saudita, Marocco, Algeria, Giordania, Iran, Emirati Arabi Uniti).
Un quadro sufficientemente eterogeneo da sconsigliare generalizzazioni, perfettamente coerente peraltro con la diversità di situazioni di partenza con cui i manifestanti hanno dovuto misurarsi: anche se parlare di ondata rivoluzionaria nel mondo arabo può essere evocativo e stimolante, non è lo stesso avere a che fare con Ben Ali che morire sotto i colpi dei cecchini di Gheddafi o di Assad.

- Di fatto, uno degli aspetti caratteristici di queste dittature era (è) l'assenza di un collante ideologico che le potesse (possa) in qualche modo assimilare: esistevano (esistono) regimi storicamente filo-occidentali, altri il cui posizionamento risponde alle convenienze del momento, altri dichiaratamente avversi alle democrazie liberali. Ciò che univa Mubarak a Saleh, Saleh ad Assad e Assad alle famiglie reali del golfo era (è) soltanto una più o meno pronunciata tendenza all'autoritarismo, esercitato con un grado di intensità variabile, contro oppositori di diversa estrazione e con finalità spesso antitetiche. Significativo a questo proposito il fatto che, secondo un recente sondaggio di opinione, la maggioranza degli egiziani interpellati giudichi le rivolte in corso come fenomeni specifici di ciascun paese e non come un movimento complessivo di carattere regionale. Chi ha tentato di descrivere le sollevazioni arabe come una risposta alle politiche pro-occidentali degli autocrati al potere ha quindi, ancora una volta, mancato il bersaglio per ragioni puramente ideologiche. Non esiste una linea di politica estera ed economica comune ai governi in esame, ma una serie di approcci difficilmente omologabili a temi come i rapporti con l'occidente e con la comunità internazionale in generale, il caso palestinese, le relazioni con Israele, il sostegno al terrorismo, la gestione delle questioni etniche e religiose, l'appartenenza confessionale dei gruppi dirigenti, l'inclusione delle minoranze, la repressione del dissenso. Non solo. Insieme al concetto di cittadinanza, di cui parlerò in seguito, è proprio la fine della demonizzazione di un nemico esterno l'elemento distintivo delle rivolte. Le famose masse arabe, invece di scagliarsi contro il satana occidentale, hanno scelto come bersaglio della loro ira i regimi dispotici che le soggiogavano. Un bel capovolgimento di prospettiva rispetto alle previsioni funeree di esperti occidentalisti e orientalisti, secondo cui le guerre di Bush avrebbero provocato una jihad dagli effetti devastanti. Se jihad c'è stata, è stata una guerra civile, non religiosa, ed ha avuto come obiettivo le gerarchie di un potere marcio e decadente che stava disgregandosi dalle fondamenta. Un rivolta di massa che, nei paesi in cui si è sviluppata, ha perfino contribuito a tacitare la minaccia fondamentalista e terrorista, sottraendo ai jihadisti storici il terreno della rabbia popolare su cui costruire la loro ideologia di distruzione. Che poi le condizioni oggettive del post-rivolta aprano spazi ad infiltrazioni terroriste, come preconizzato da molti, resta da vedere. Per adesso assistiamo ad un indebolimento delle organizzazioni che usano la violenza come sistema, ottenuto sia grazie alle guerre afghana e irachena, veri e propri campi di battaglia sui quali è avvenuta la decimazione degli eserciti del terrore, sia nelle piazze della protesta, sufficientemente mature per non lasciarsi strumentalizzare dai malintenzionati.

- In questo contesto, leggere le vittorie elettorali dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ennhada in Tunisia come la conquista del potere da parte del fondamentalismo islamico è approssimativo e semplicistico. Primo perché non risulta che i seguaci di Bin Laden si siano mai sottoposti all'approvazione degli elettori prima di lanciare i loro attacchi; secondo perché il grado di estremismo di questi partiti è una questione aperta e la loro struttura confessionale tutt'altro che monolitica, visto che al loro interno si fanno strada da tempo correnti eterogenee; infine perché il fatto stesso di aver accettato le regole della democrazia, salvo smentite, contribuirà a cambiarne non solo il modo di fare politica ma anche la relazione con la società che pretendono di rappresentare e al cui giudizio, d'ora in poi, dovranno sottostare. Il fatto che nelle prime elezioni democratiche siano quasi sempre i gruppi islamici ad ottenere i migliori risultati dice più del passato che del presente o del futuro di una nazione. Dice che in una società chiusa, in cui la circolazione delle idee è limitata, sono gli ideologi ad avere la meglio sul pensiero critico. E dice che in assenza di una cultura politica radicata e condivisa è la religione, per quanto perseguitata, a creare quella rete di complicità, assistenze e connivenze che, nel momento dell'apertura, sono le prime ad emergere.

- D'altra parte, visti i precedenti, è comprensibile l'inquietudine che serpeggia in alcuni ambienti. Sentire i salafiti o i settori più integralisti dei futuri partiti di governo ragionare di applicazione della sharia, di limitazioni al turismo e della necessità di ristabilire strette regole morali e comportamentali, non può non far scattare l'allarme. In gioco non c'è soltanto il destino delle transizioni democratiche, che un nuovo autoritarismo di stampo religioso comprometterebbe forse irrimediabilmente. Ci sono soprattutto interessi ed equilibri internazionali che potrebbero essere sconvolti da un giro radicale nella politica degli stati in oggetto: si pensi ai timori di Israele, non per nulla la nazione democratica ad aver reagito con maggiore ambiguità e freddezza agli sviluppi della primavera araba. Meno comprensibile è che questa legittima preoccupazione si traduca in una richiesta di disimpegno o addirittura di resistenza al cambiamento da parte delle potenze occidentali. Il rischio di derive fondamentaliste dovrebbe, a mio avviso, essere disinnescato con una maggiore implicazione da parte delle democrazie, non con una fuga dalle proprie responsabilità. Nessun equilibrio tra società civile e principi religiosi, tra diritti e tradizione, tra stato e confessioni, tra libertà e ordine, potrà mai essere raggiunto se nel mondo arabo (includendo per estensione anche l'Iran) non si verifica la convergenza tra due fattori decisivi: la democratizzazione delle élites e la liberalizzazione delle masse. Un processo descritto da Roberto Toscano in un articolo di qualche mese fa e che si può riassumere in due parole: democrazia liberale. Chi può promuovere, orientare, influenzare un percorso di questo genere, se non le nazioni che già regolano la loro esistenza in base a quei principi? Come per gli interventi in Afghanistan e in Iraq, non è solo una questione di idealismo, di promozione dei propri valori in territori ostili. Si tratta di una strategia molto più pratica di quanto possa sembrare: è forse realista scommettere sulla stabilità in un momento di cambiamento rivoluzionario? Se è vero che le rivoluzioni (ammesso e non concesso che di rivoluzioni si possa parlare in questo caso) non portano necessariamente alla democrazia e spesso aprono il cammino a nuovi regimi dispotici, è altrettanto evidente che la stabilità delle dittature è un'illusione (per di più immorale) e che prima o poi i regimi crollano, con un fragore direttamente proporzionale al loro grado di rigidità. Oltretutto, una posizione di neutralità o di sostegno ai governi in carica determinerebbe una perdita definitiva di credibilità agli occhi delle popolazioni arabe e lascerebbe campo libero alle manovre di chi non ha mai avuto interesse a che la democrazia attecchisca nelle proprie zone di influenza. Parlo di Teheran, ma anche di Mosca e Pechino.

- Più che dal fattore religioso in sé, lo sviluppo della democrazia liberale in Medioriente è frenato da una serie di ragioni storiche e culturali, a partire dall'assenza di precedenti significativi. Non esiste un modello cui ispirarsi, a parte Israele che, per ovvi motivi, non può giocare questo ruolo nella coscienza collettiva araba. Anche transizioni epocali di maggior impatto, su tutte quella dell'89, hanno dimostrato l'enorme differenza tra la presenza o l'assenza di una tradizione democratica pregressa. Se vi aggiungiamo le limitazioni nell'accesso alle fonti storiche, un sistema educativo bloccato e in generale arretrato, la soppressione della vita politica intesa non solo come prassi parlamentare ma soprattutto in termini di libertà di espressione e di normale dialettica sociale, il quadro che ne deriva è sconfortante. Contro la dittatura, l'islamismo non ha saputo costruire un pensiero politico alternativo, basato sul rifiuto della violenza come metodo di composizione delle differenze e sull'affermazione del valore della persona. A prevalere è stata ancora una volta una forma di collettivismo, in questo caso di carattere religioso, che invece di essere una spina nel fianco per i regimi autoritari ne ha rappresentanto, per contrasto, la più importante fonte di legittimazione. Certo, ammesso che esista, la volontà di far fronte a questo stato di cose non basta. Occorrerebbe una leadership occidentale in grado di disegnare un piano concreto di trasformazione democratica per le élites e di promuovere una cultura liberale tra le masse (o meglio tra le persone che le compongono). Una politica che vada oltre i discorsi di circostanza in qualche università egiziana e che non retroceda alle prime accuse di imperialismo, che parli con le maggioranze parlamentari religiose ma sostenga contemporaneamente la crescita delle opposizioni laiche. Un'impresa monumentale per i pigmei che attualmente governano in Europa e negli Stati Uniti.

- E' innegabile che il tavolo da gioco mediorientale sia oggi al centro di interessi contrastanti, in quello che può essere definito come il primo vero conflitto latente post-guerra fredda. Ma, al contrario di quanto sostenuto dai cospirazionisti anti-occidentali, è assurdo pensare che le proteste siano state eterodirette. Europa e Stati Uniti sono stati svegliati nel sonno dalla primavera araba. Si considerino i tentennamenti dell'amministrazione Obama sul significato da assegnare alla rivolta egiziana: sintomo di un'attitudine dubitativa mai risolta nei confronti dei movimenti per la democrazia (si veda il caso Iran), sono da leggere soprattutto come la conseguenza dell'abitudine a un malinteso concetto di stabilità. Prima di decidere che Mubarak doveva andarsene, Washington aveva fatto sapere che considerava "sotto controllo" la situazione al Cairo e (tramite Biden) che il capo di stato egiziano in nessun caso poteva definirsi "un dittatore". Analogamente, sarebbe oggi meno complicato assumere decisioni sulla crisi siriana se, a suo tempo, da Foggy Bottom non si fossero affrettati a qualificare Assad come "un riformatore". Sempre a rimorchio degli avvenimenti, incapace di formulare una strategia coerente per il Medioriente, Obama (ma più ancora di lui i suoi zelanti adulatori) si è nascosto dietro la facezia del leading from behind, una maniera come un'altra per mascherare l'assenza di una dottrina intelligibile in politica estera. Dalla famosa allocuzione del Cairo, quella della mano tesa, ai bombardamenti su Tripoli, passando per la involontaria quanto grossolana equiparazione tra gli obiettivi dei manifestanti nelle piazze arabe e quelli dei terroristi di Al Qaeda (discorso sui confini del '67), abbiamo assistito ad una serie di convulsioni bellico-diplomatiche senza capo né coda. Perfino la guerra delle buone intenzioni, l'intervento in Libia, non è riuscita a concludersi come era cominciata, contribuendo a fare a pezzi definitivamente la già compromessa credibilità delle Nazioni Unite. Senza la leadership americana non esiste una posizione occidentale nelle crisi internazionali, ma solo una serie di tattiche scoordinate e contraddittorie che relegano le democrazie liberali a un ruolo di secondo piano. Dalla seguente analisi sulla situazione paese per paese questo aspetto emergerà con maggiore chiarezza.

- A dispetto della sua insignificanza territoriale, il Bahrain è uno stato-chiave per comprendere cosa bolle nel calderone mediorientale. Di fatto un protettorato dell'Arabia Saudita (che ne ha già paventato, seppur ufficiosamente, una sorta di incorporazione per la fine dell'anno), è sede del quartier generale della Quinta Flotta statunitense, responsabile delle forze navali americane nel Golfo Persico. Ma soprattutto è un caso di scuola di una minoranza religiosa sunnita che governa in maniera dispotica e discriminatoria su una popolazione maggioritariamente sciita. Il Bahrain è un microcosmo delle tensioni etiche e geopolitiche che stanno sconvolgendo il mondo arabo. Non a caso è stato l'unico paese in cui, per schiacciare le rivolte, gli stati del Golfo hanno inviato truppe a supporto della casa regnante degli Al Khalifa, il cui regime è tollerato con ostentata benevolenza anche da Washington. In Bahrain la casa reale saudita si gioca un pezzo della propria influenza in chiave anti-iraniana. La guerra fredda tra Riyadh e Teheran passa per Manama e le manifestazioni anti-regime della maggioranza sciita sono state ascritte nemmeno troppo velatamente ad una strategia di destabilizzazione messa in opera dagli ayatollah. Che questo sia vero o no, è chiaro che l'Iran avrebbe tutto l'interesse a vedere indebolita o rovesciata la dinastia sunnita al potere e a prendere il posto dei sauditi come burattinaio del Bahrain. Gli Al Khalifa per il momento sono al sicuro e possono continuare ad arrestare giornalisti e medici, incarcerare oppositori e privare del posto di lavoro gli elementi considerati ostili. Nessuno in occidente può permettersi di fare la voce grossa sui diritti umani mentre incombe la minaccia iraniana.
Un breve inciso sull'accennata contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran. Gli elementi per uno scontro tra due potenze regionali i cui regimi rappresentano interpretazioni concorrenti dell'Islam ci sono tutti. Però, a leggere tra le righe, il quadro è leggermente più complesso. Gli iraniani sono stati accusati di sfruttare e manipolare a livello ideologico e pratico le rivolte, in virtù del vincolo religioso che li lega alla componente sciita negli stati dominati da monarchie sunnite. Allo stesso tempo, però, sono stati gli stessi sciiti a rimproverare a Teheran una certa freddezza nel fornire assistenza ai ribelli. In realtà l'Iran si trova in una situazione piuttosto ambigua: da una parte è portato ad agire come un fattore di disturbo, dall'altra non può permettersi di rompere le relazioni con i governi del Golfo. Questi ultimi, Arabia Saudita in testa, vedono come il fumo negli occhi un Iran nucleare ma non si fidano completamente degli Stati Uniti, esitanti e contemporaneamente aperti ad un avvicinamento nei confronti degli ayatollah. Secondo Stratfor, questa impasse potrebbe portare Riyhad ad anticipare Washington nel dialogo con Teheran. A questo punto la presunta guerra fredda diventerebbe una più verosimile strategia di collaborazione per il mantenimento dello status quo (almeno di quello acquisito), volta a frenare la possibile estensione della primavera araba, con conseguente consolidamento del modello autoritario saudita-iraniano.
Si potrebbe obiettare che questo scenario è inverosimile e che la crisi siriana ne smentisce totalmente le premesse. Il maggior alleato dell'Iran in Medioriente è stato espulso dalla Lega Araba in mezzo a forti condanne per la repressione attuata da Assad e, a quanto pare, i paesi del Golfo si preparano a rifornire di armi i ribelli. A mio avviso, però, gli ultimi sviluppi diplomatici sono stati il frutto del precipitare degli eventi a Damasco, più che una decisione dettata da genuini intenti umanitari. Non si dimentichi che gli stati che si sono espressi contro il regime siriano sono essi stessi potenziali obiettivi di proteste e ribellioni. In questo contesto, l'atteggiamento della Lega Araba non va letto come un'adesione dei governi della regione al people power, ma piuttosto come la prova del contrario: un tentativo di consolidare il loro potere blindandosi da minacce interne ed esterne. Scaricare Assad e privare Teheran di un alleato diventa la naturale conseguenza di una situazione sfuggita al controllo. La Siria disturba i regimi mediorientali non perché stia usando la violenza contro gli oppositori, ma perché nonostante abbia usato la violenza - e in quantità industriali - non è riuscita a schiacciare la rivolta in tempi rapidi. Damasco merita una lezione non per la sua spietatezza, ma per la sua inefficacia. Il recente riposizionamento di Hamas, in linea con le cancellerie arabe e in opposizione all'asse sciita, rende ancora più vulnerabile la posizione di Assad, privato anche dell'alibi del sostegno alla causa palestinese.
La Siria è un rebus nel rebus. Regime laico con alleati religiosi ed élites urbane che continuano ad appoggiare la casta alawita al potere, come peraltro fa la minoranza cristiana, preoccupata per una eventuale deriva islamista. Deriva in ogni caso assai meno probabile che in altri contesti, visto che quella siriana è una delle opposizioni più filo-occidentali della regione e meno influenzata, almeno in teoria, dal fattore religioso. Certo, la guerra e le (in)decisioni degli attori internazionali possono cambiare tutto. Ma perfino tra gli alawiti la fedeltà ad Assad non è assicurata, anche perché ben pochi di loro vivono in condizioni paragonabili al clan che governa il paese. La domanda che risuona nelle cancellerie di mezzo mondo sul che fare in Siria non ha una risposta univoca. Probabilmente la chiave di volta la possiede la Turchia, con la possibile creazione di una zona cuscinetto sul versante sud-occidentale per permettere il rifornimento e l'organizzazione delle forze anti-regime, dal punto di vista militare e politico. Ma qui si entra nel terreno delle speculazioni e non è detto che un'assistenza parziale ai ribelli, senza un intervento diretto nel conflitto da parte delle potenze che se ne farebbero carico, possa portare a svolte decisive. I precedenti sembrano piuttosto indicare il contrario, ovvero un prolungamento delle ostilità con moltiplicazione dei fronti. Un'azione bellica sul modello libico sembra peraltro fuori discussione, per una serie di ragioni più o meno convincenti. Intanto la carneficina continua ed è grave che manchi una qualsiasi strategia occidentale per tentare di risolvere la crisi in senso favorevole agli insorti. Russia e Iran sanno perfettamente cosa fare, alimentare la repressione, costringere i ribelli ai negoziati, favorire riforme di facciata (vedi referendum-farsa sulla costituzione), e rilegittimare la figura di Assad come unico collante contro la disgregazione. Che intenzioni ha Washington, a parte dichiarare che dei ribelli "ci si può fidare"? Di chi, esattamente, dobbiamo fidarci? Siamo sicuri che il compito degli Stati Uniti sia stare a guardare sperando che i nostri ce la facciano in qualche modo e a qualsiasi prezzo? I segnali inviati dalla diplomazia, con il vertice di Tunisi e la designazione di Kofi Annan come uomo di campo, sono a dir poco sconfortanti. Cosa rimanga della rivolta democratica degli inizi, tra i bombardamenti sui civili e le truppe in ordine sparso dell'esercito di liberazione, nessuno lo sa.
E' questo il grande problema della primavera araba: che più avanza, meno la riconosci.
Ma se cercate un esempio da manuale di rivoluzione tradita lo troverete nello Yemen. Qui abbiamo assistito alla classica involuzione gattopardesca di un regime che si finge altro per preservarsi. Che l'abbia fatto in maniera sfacciata e grottesca aggiunge sdegno allo stupore, soprattutto mentre Hillary Clinton ne loda la messinscena di transizione come "un passo fondamentale verso la democrazia". Eccolo, il passo fondamentale. Il regime di Saleh, ben visto dagli americani per la sua sbandierata avversione ad Al Qaeda, traballa sotto i colpi della rivolta più giovane di tutto il mondo arabo. Stormi di ragazzini si riversano nelle strade come passeri infuriati e gridano la loro rabbia verso il grande dittatore. Saleh adotta una strategia multiforme: divide le opposizioni, fa guerra alle tribù (e la subisce), reprime la protesta e prepara il caos. Viene anche ferito in uno strano episodio da guerra civile e ripara all'estero (prima in Arabia, poi negli Stati Uniti) per curarsi. Ristabilitosi, firma con il Gulf Cooperation Council (GCC) un accordo che gli garantisce l'immunità in cambio della rinuncia al potere. Il comando passa formalmente al suo vice che viene ratificato come presidente pochi giorni fa, nel corso di un'elezione in cui è l'unico candidato. Riceve il 99,8 per cento delle preferenze. Nessuna struttura portante dell'antico regime viene smantellata, né si prevede di farlo. Il General People's Congress, il partito di Saleh, non viene sciolto - contrariamente a quanto avvenuto in Tunisia ed Egitto - e continua a dominare la scena politica del paese. La famiglia dell'ex-dittatore, pronto a muovere i fili della transizione dalla sua prossima località di villeggiatura (si parla di un esilio in Etiopia o in Oman), controlla il 70% delle forza armate yemenite. La coalizione di opposizione, riunita sotto l'ombrello del Joint Meeting Party, saluta il passaggio di potere interno al regime come se fosse opera sua. La gioventù che aveva cominciato la protesta, pagandone il prezzo più alto, viene completamente esautorata dalla scena politica. Dei giorni della speranza non rimane nemmeno il ricordo e ad opporsi al gattopardo restano solo Al Qaeda e i gruppi secessionisti del sud del paese, mentre la coalizione islamica e tribale dei fratelli Al-Ahmar sta a guardare, in attesa del momento favorevole per chiudere i conti con il clan Saleh.
La Libia post-Gheddafi è un paese in cui la guerra civile non è ancora terminata. Decine di milizie facenti capo alle diverse tribù si danno battaglia sul territorio, tra vendette trasversali e regolamenti di conti, mentre il National Transitional Council fa quello che può: resistere. L'intervento umanitario senza occupazione, senza ricostruzione, senza strategia, ha ottenuto l'enorme risultato di abbattere Gheddafi, lasciando però allo scoperto tutte le sue contraddizioni. Un potrei ma non voglio che non aiuta chi lotta per la libertà e i diritti e apre la strada a nuove pratiche arbitrarie. Anche qui, difficile ritrovare lo spirito di Bengasi nei figuri che minacciano in un confronto faccia a faccia i vertici dell'NTC. Rimettere in piedi una nazione priva di istituzioni, piagata da 40 anni di terra bruciata, senza un sistema giudiziario funzionante e in mano alle rivalità tribali, è di per sé un'impresa colossale. Se tocca farlo da soli, diventa praticamente impossibile.
Quando tutto cominció, l'Egitto era unanimemente indicato come il faro del mondo arabo. Quel che succederà in Egitto avrà ripercussioni sul resto della regione, si diceva. C'è da sperare che non sia così, viste le difficoltà in cui versa l'ennesima rivolta mutilata. Mi limito ad alcune considerazioni, la storia del dopo-Mubarak è nota. In un'economia in crisi profonda (PIL in caduta libera, turismo ai minimi storici, inflazione crescente, disoccupazione alle stelle), la giunta militare (SCAF) - che si è incaricata di perpetuare un mubarakismo senza Mubarak - ha voluto a tutti i costi lo svolgimento di elezioni prima di un'assemblea costituente, al contrario dei gruppi liberali che invocavano (con scarsa convinzione e minor credito nella società) il processo inverso. Dal voto sono scaturite la maggioranza dei Fratelli Musulmani, di cui si è già detto, e l'affermazione dell'estremismo salafita. La costituzione si scriverà quindi secondo le loro regole. Le ricorrenti proteste e la presunta minaccia islamica hanno fatto finora il gioco dei militari, che non hanno dovuto faticare troppo per giustificare l'imposizione di law and order nelle piazze, sempre più nervose per il sequestro della rivoluzione. Una rivoluzione che gli islamisti non hanno cominciato ma di cui sono diventati i principali beneficiari. E adesso premono per accelerare il passaggio di consegne e formare un governo civile a maggioranza religiosa. La crisi economica è dalla loro parte e i loro sforzi sono concentrati nell'accreditarsi come un partito di governo affidabile, con un programma misto tra liberalizzazioni e welfare. I gruppi secolari finora sembrano contare troppo poco per rappresentare un'alternativa credibile all'Islam politico. A un anno dall'inizio della rivolta egiziana, i militari mostrano di credere che la rivoluzione si sia esaurita nella caduta di Mubarak, indipendentemente dalle cause e dalle forze che l'hanno provocata. Possono perfino permettersi di dichiarare guerra alle ONG internazionali senza temere ritorsioni: i soldi da Washington continueranno ad arrivare.
Forse solo per la Tunisia si può parlare di transizione compiuta. Un primo esecutivo composto da membri del vecchio regime ed esponenti della società civile ha ben presto lasciato spazio - causa pronta reazione popolare - ad un governo meno compromesso con il passato. Da qui all'elezione di un'assemblea costituente il passo è stato relativamente breve e oggi le principali cariche dello stato sono il risultato di accordi di coalizione con le forze laiche, promossi e diretti dagli islamisti di Ennhada. Se i lavori per la nuova costituzione procederanno senza intoppi e non ci saranno passi indietro in materia di libertà di espressione (alcuni episodi di intimidazione contro giornalisti indipendenti lasciano qualche dubbio al proposito), la Tunisia potrebbe diventare un precedente confortante per chi crede nella democrazia nel mondo arabo.
Molte altre nazioni devono ancora vivere il loro momento di risveglio civile. Tra queste la Giordania e il Marocco. In entrambi i paesi i rispettivi sovrani hanno apparentemente avviato un processo riformatore destinato a scongiurare movimenti popolari che ne metterebbero in discussione l'autorità. Ma i dubbi sull'effettiva consistenza dei cambiamenti sono molti. Premesso che in Giordania vige un regime realtivamente tollerante in materia di costumi e di libertà (parliamo sempre e comunque di stati autoritari), è difficile vedere nelle promesse di Abdullah II un reale progresso politico: la possibilità che il primo ministro sia scelto dal parlamento, per esempio, è neutralizzata dallo stretto controllo che la casa reale continua ad esercitare sul processo di formazione dei partiti. In Marocco la cessione di una fetta di potere da parte di Mohammed VI, sancita con un referendum costituzionale, non priva il re delle sue prerogative essenziali in materia di indirizzo politico. Se è vero che lo spazio per la società civile è aumentato dopo il riconoscimento - almeno sulla carta - di alcuni diritti prima negati (tra cui la sanzione dell'eguaglianza sociale per le donne), la monarchia mantiene il suo carattere assolutista in materia di forze armate, politica estera, potere giudiziario e religione. Adesso il primo ministro deve essere espressione del partito più votato, ma l'intero ciclo elettorale e il normale svolgimento della dialettica politica restano pesantemente condizionati dalla figura del sovrano.

- Il carattere circoscritto delle proteste, almeno di quelle significative, la portata limitata e contraddittoria dei cambiamenti negli apparati di potere, la resistenza della maggior parte dei regimi a realizzare riforme sostanziali e non puramente cosmetiche, l'ipoteca saudita e iraniana sugli assetti definitivi della regione, la debolezza dell'occidente nel sostegno alle opposizioni laiche e liberali, la graduale perdita di spontaneità delle manifestazioni anti-regime, la violenza della repressione e il conseguente passaggio dalle proteste di piazza al conflitto armato, sono tutti elementi che inducono a ridimensionare le aspettative più ottimistiche, almeno nel breve termine. Non stiamo assistendo in questo caso alla fine repentina di un sistema basato su un'ideologia totalitaria con pretese universalistiche, ciò che renderebbe la lettura dei fatti e la previsione degli esiti molto più agevole, ma piuttosto ad una serie di movimenti insurrezionali a carattere nazionale, in cui le variabili etniche, religiose e istituzionali si mescolano e si modellano a vicenda. Si conferma che il 2011 arabo ha ben poco a che vedere con il 1989 dell'Europa Orientale, non condividendone né le premesse, né lo svolgimento, né le ormai probabili conclusioni. Ciò non ne riduce l'importanza come avvenimento storico e come prova (l'ennesima) delle comuni aspirazioni degli uomini alla libertà, all'indipendenza dal potere e al riconoscimento dei diritti civili e politici. La rivendicazione pubblica di questi valori universali rappresenta il vero punto di non ritorno, il superamento del limite della paura e la prima tappa di un percorso di emancipazione individuale e collettiva. Ha ragione chi dice che, più che la democrazia, l'idea che sta animando le piazze arabe è quella di cittadinanza. Forse non vedremo Westminster nel deserto fra un anno, fra cinque o nemmeno fra dieci, ma nessuno potrà continuare ad agire come se negli ultimi tredici mesi non fosse successo nulla: il principale risultato delle proteste, indipendentemente dal loro esito immediato, è stata la (ri)nascita del cittadino arabo, inteso come soggetto di diritti e portatore di legittime istanze nei confronti dello stato. L'assenza di leaders riconoscibili, se è stata uno svantaggio dal punto di vista organizzativo, si è rivelata una carta vincente sul piano della coscienza collettiva. I manifestanti, chi li appoggiava, perfino coloro che non hanno osato esporsi direttamente sono stati protagonisti di un passaggio rapidissimo dall'infanzia all'adolescenza. Anche se i nuovi parlamenti, dove saranno eletti, non ne rappresenteranno immediatamente le istanze, il passo che il mondo arabo ha compiuto è irreversibile. Nel 1848, in Europa, le rivolte furono sconfitte ma i semi del liberalismo, della democrazia e del nazionalismo (non si può avere tutto) rimasero sul terreno per germogliare più tardi. Oggi, mentre le nuove realtà scaturite dalle proteste e le vecchie ancora non toccate dai movimenti popolari sembrano lasciare poco spazio all'ottimismo, l'unica lettura possibile della primavera araba è che rappresenti solo la prima fase di un lungo percorso di liberazione e modernizzazione.

- Concludo con una breve riflessione sulla capacità di interpretazione degli avvenimenti da parte dei professionisti della comunicazione politica, siano essi giornalisti, politologi o sedicenti esperti di relazioni internazionali. Se c'è una lezione che la cosiddetta primavera araba si è incaricata di ribadire è che nessuno sa niente di quel che succederà domattina, figurarsi nei prossimi mesi o anni. Qualsiasi previsione in ambito storico e geopolitico è quasi sempre destinata al fallimento, e i rari casi di successo sono dovuti principalmente alla casualità. I fatti si sviluppano in base a leggi che normalmente non siamo in grado di riconoscere e le cause degli eventi non sono rintracciabili, se non a posteriori. Solo lo studio della natura dei sistemi politici e delle differenze fra i regimi può fornirci qualche indicazione di massima, ma le variabili sono così numerose che il quadro generale è destinato a sfuggirci. Il giorno prima che Bouazizi si desse fuoco, nessuno conosceva l'esistenza del villaggio di Sidi Bouzid e molti ignoravano perfino il nome del presidente tunisino. Il giorno dopo, erano diventati tutti analisti in preda all'ansia da comparazione. Abbiamo visto quanto fossero attendibili certe previsioni e analogie fondate sul nulla.
Il quarto potere si è particolarmente distinto per insipienza, e questa non è esattamente una novità. Il famigerato reportage di Vogue sull'intimità del dittatore siriano e della sua famiglia (poi ritirato per vergogna) rimarrà una pagina indelebile nella storia della disinformazione, così come le affettuose missive dei corrispondenti occidentali alla segretaria tuttofare dello stesso Assad, descritte dal Weekly Standard. Ma, in generale, era compito arduo riuscire a trovare negli articoli di stampa il termine dittatura, in riferimento ai regimi arabi pre-rivolta. Questo atteggiamento omertoso, riflesso condizionato di un terzomondismo invecchiato male, ha avuto ricadute anche sull'incapacità manifesta di descrivere il contesto in cui gli avvenimenti stavano prendendo forma e quindi di anticiparne lo svolgimento e le conseguenze. Se gli analisti politici hanno mancato il bersaglio, spesso anche clamorosamente, diverso dev'essere il giudizio complessivo sul lavoro degli inviati nelle zone di protesta o di guerra. Forse perché in certe situazioni non c'è il tempo di elaborare le notizie, dal punto di vista giornalistico è sicuramente la cronaca la grande trionfatrice della primavera araba. Complice l'immediatezza di Twitter, stiamo assistendo da un anno a questa parte alla redazione di reportages in tempo reale dai luoghi dell'azione. Come in una diretta televisiva arricchita dai meccanismi dell'interazione tra giornalisti e freelance, la notizia, l'immagine, l'intervista anticipano il lavoro delle redazioni, perfino di quelle online. Stavolta non è stato solo il citizen journalism a by-passare i tradizionali canali di comunicazione, ma anche l'uso (per la prima volta) sapiente che gli inviati hanno fatto dei nuovi media. Nonostante la retorica che ne sta accompagnando la diffusione, Twitter e Facebook restano essenzialmente mezzi di trasmissione rapida del pensiero e delle informazioni, e non per il fatto di essere usati durante le proteste si trasformano di per sé in strumenti rivoluzionari. Le istituzioni sono gerarchiche, i social media smantellano le gerarchie. E' importante, ma finisce qui. Le reti sociali veicolano la critica al potere, ma non legittimano l'alternativa ai regimi, non costituiscono i governi. Bisogna stare con i piedi per terra per poter volare alto.

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2 comentarios:

  1. complimenti, ci voleva un punto della situazione; come al solito ineccepibile (sarei stato giusto un pizzico meno severo su Giordania e Marocco)
    ciao

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    1. Grazie Federico. Prima di tutto è servito a me, per ordinare le idee. Un saluto.

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