10 feb. 2012

Giustizia impopolare, giustizia giusta. Da ieri la Spagna è un paese un po' più garantista, un po' più sicuro e un po' più libero. Il Tribunal Supremo ha condannato il giudice Garzón a 11 anni di inabilitazione per aver ordinato l'intercettazione delle conversazioni carcerarie tra gli imputati del caso Gürtel e i loro avvocati. Una chiara violazione della legge che ne consente l'utilizzo solo nei casi di terrorismo (previa autorizzazione del giudice competente) e un caso lampante di prevaricazione da parte di un magistrato che ha sempre considerato i meccanismi dello stato di diritto come una opzione, piuttosto che come la cornice imprescindibile della propria attività. La sentenza riafferma i principi fondamentali del diritto alla difesa e ristabilisce l'inviolabilità delle garanzie costituzionali dei cittadini contro l'arbitrarietà del potere giudiziario. Insomma un atto di civiltà giuridica e di maturità democratica.
Non stupisce quindi che a gridare allo scandalo e all'ingiustizia siano stati soprattutto i socialisti e i comunisti, ovvero gli eredi di una mentalità totalitaria che vede nello stato e non nel cittadino il detentore dei diritti e delle prerogative costituzionali, anche quando l'abusivo esercizio delle stesse conduce alla violazione delle più elementari garanzie individuali. Nel qualificare la sentenza come franchista, espressione di una mentalità di estrema destra che a suo dire sarebbe incrostata nelle corti di giustizia spagnole, la izquierda non solo dimostra il consueto disprezzo per lo stato di diritto e le sue regole, ma evidenzia ancora una volta una preoccupante tendenza a giudicare le decisioni della magistratura in base alle convenienze ideologiche o politiche. Per salvare Garzón, il coro delle lamentazioni del progressismo sarebbe stato disposto a sacrificare la prima e fondamentale garanzia di un giusto processo. La stessa reazione, ça va sans dire, è arrivata da un'opinione pubblica formata ormai da indignados di professione, che hanno visto assolvere contro pronostico dall'accusa di corruzione l'ex presidente della comunità valenciana Francisco Camps e condannare il loro eroe dei due mondi, il giudice senza macchia e senza paura. Peccato che non si siano fermati a riflettere nemmeno per un momento sul perché, sulle ragioni di fatto e di diritto delle due sentenze, preferendo utilizzare l'unico linguaggio che conoscono, quello del populismo e della demonizzazione permanente dell'avversario politico.
Arrivati a questo punto, si è autorizzati a pensare che gli spagnoli che ieri si sono stracciati le vesti per la condanna di Garzón vedano di buon occhio che un giudice possa intercettare le conversazioni che mantengono con i loro avvocati. Credo che lo scenario sia abbastanza familiare.
Ma che socialisti, comunisti e truppe corazzate del País si siano lanciati all'attacco della sentenza con tale veemenza si deve anche ad una considerazione di carattere strettamente politico. Esaurita la catastrofica tappa dello zapaterismo ed eletto a nuovo segretario l'uomo che li ha condotti alla più contundente disfatta elettorale della loro storia, Alfredo Pérez Rubalcaba, i progre vagano sbandati alla ricerca di una ragione di esistenza politica che possa giustificarne la sopravvivenza a livello di istituzioni e di società. Non trovandola all'interno dei loro ranghi, per la terra bruciata che Zapatero ha lasciato dietro di sé, sono costretti a rincorrerla in quella fantomatica società civile che ne ha sempre mascherato e protetto i vizi e i delitti. Garzón era l'eroe perfetto per interpretare la loro frustrazione e la loro sete di vendetta, con tutto il carico di ideologia che si portava dietro ad ogni comparsata sugli scenari mediatici di mezzo mondo. Sconfitto anche lui, per una volta, dallo stato di diritto e dalla legalità democratica, diventa oggi il naturale pretendente alla poltrona di capopopolo, quello che lancerà il grido di battaglia verso l'agognata conquista del radioso avvenire. Sono fatti così, tragici sempre, seri mai.

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