11 dic. 2008

Cambogia. La giustizia può attendere.



A gennaio saranno passati 30 anni da quando l'esercito vietnamita entrò in territorio cambogiano liberando i sopravvissuti dal regime sanguinario dei khmer rossi. Pol Pot e i suoi si sarebbero rifugiati da quel momento sulle montagne nel nord e nell'est del paese, continuando la loro triste vicenda umana con una guerra di guerriglia che si sarebbe conclusa solo molti anni dopo. Se dal punto di vista politico e morale la Cambogia ha già fatto i conti con il suo recente passato, non così da quello giudiziario. I cambogiani parlano apertamente della loro storia, del genocidio che costò la vita a quasi due milioni di persone su sette, in una follia ideologica insuperata per intensità e metodologia di sterminio. Se visitate la Cambogia troverete innumerevoli testimonianze del periodo 1975-1979, musei del genocidio, campi di sterminio, librerie dove predominano i testi sull'era di Pol Pot. Ma soprattutto potrete fare domande sulle vicende personali di ciascuno e riceverete quasi sempre risposta: non c'è nessuna famiglia che sia stata risparmiata, nessuno che non abbia perso madri, padri, fratelli maggiori, in un delirio collettivo in cui i bambini potevano decidere della vita e della morte dei loro genitori dentro un immenso campo di concentramento piagato di scheletri. Difficile trovare un cinquantenne nella Cambogia del XXI secolo tra milioni di giovani che conoscono quell'epoca più per i racconti dei superstiti che per esperienza diretta. Ma stupisce la maturità di un popolo che comprende l'enormità di quanto accaduto e che dimostra almeno la volontà di cercare risposte. Sembra che queste risposte non arriveranno dal tribunale misto ONU/cambogiano istituito due anni fa al termine di un lungo e faticoso peregrinare ma ancora al palo. Sono sei gli illustri imputati, ex leader di primo piano del movimento comunista, che a partire da gennaio dovrebbero essere giudicati dalla corte speciale insediatasi in un quartiere periferico della capitale Phnom Penh: tra di loro Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (questo il nome ufficiale che si era dato il regime totalitario), e Kaing Guek Eav (meglio conosciuto come Duch), direttore della famigerata prigione di Tuol Sleng, la S-21, un ex liceo adibito a centro di detenzione e tortura: da qui passarono, per uscirne solo da morte, circa 17000 persone, bambini, giovani, anziani, tutti nemici della rivoluzione. Ma una serie di problemi procedurali sta condizionando l'avvio di un processo che la comunità internazionale e le istituzioni nazionali devono da troppo tempo ai cambogiani. L'ultima diatriba sembra anche la più grave perché nasconde dietro ad un cavillo legale una questione di sostanza assolutamente fondamentale: ovvero se oltre alle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità ed omicidio premeditato, Duch debba rispondere anche di cospirazione, di impresa criminale congiunta in concorso con altri esponenti del gruppo dirigente. L'eventuale aggiunta di questo capo d'imputazione implicherebbe verosimilmente il coinvolgimento di personaggi finora rimasti fuori dall'inchiesta, alcuni dei quali riciclatisi all'interno degli apparati dello stato. Non si dimentichi che l'attuale primo ministro Hun Sen aveva combattuto con i khmer rossi, pur senza assumere un ruolo di primo piano: l'occhio di vetro che orgogliosamente ostenta è il risultato degli scontri che precedettero l'entrata a Phnom Pehn da parte dei miliziani di Pol Pot. Hun Sen si era allontanato dal regime prima della sua caduta ed era stato poi scelto dai vietnamiti come il loro uomo di fiducia durante l'occupazione, prima di diventare il leader di quel Cambodian People's Party al governo del paese da quindici anni. I giudici cambogiani (il tribunale è formalmente misto ma di fatto la giurisdizione è nazionale) si sono già opposti all'estensione dell'incriminazione al reato di cospirazione e lo stesso ha fatto uno dei due procuratori che sostengono l'accusa, quello di casa appunto. Il che ha creato un conflitto con il collega internazionale Robert Petit, il quale ritienendo che altri esponenti dell'antico regime debbano rispondere davanti alla giustizia ha ufficializzato l'impasse attraverso un documento di disaccordo formale consegnato alla corte. L'ennesimo incidente procedurale rischia di far saltare le  prime udienze previste per gennaio, rinviando ancora una volta un dibattimento che potrebbe contribuire a dare risposta ad alcuni degli interrogativi più inquietanti della storia del XX secolo: non solo il classico come è potuto succedere, ma i più interessanti come un nutrito ma ristretto gruppo di cambogiani ha potuto umiliare, torturare e annichilire milioni di connazionali e come venivano prese le decisioni all'interno del regime, come funzionava la catena di comando, chi decideva che cosa: per oliare una macchina di morte come quella dei khmer rossi non bastava la volontà del capo supremo,  il fratello numero uno, il diavolo in persona. Era necessaria una struttura organizzata di volenterosi carnefici pronti a firmare ed eseguire le sentenze di morte e le deportazioni. Se andate a Tuol Sleng lo capirete meglio. Lo scheletro è ancora quello della scuola, ma  al posto della classi vedrete le camere di tortura e le celle delle prigioni, recintate dal filo spinato per evitare che i detenuti si buttassero di sotto, per morire da soli, senza aiuto. La S-21 è l'essenza del centro di sterminio, un luogo lugubre come pochi altri, l'emblema della banalità del male. All'entrata ti accolgono le foto dei condannati, bambini anche piccolissimi, giovani, anziani. I carnefici le scattavano dopo l'arresto e sono le ultime immagini di migliaia di uomini e donne che avrebbero di lì a poco sofferto l'indicibile: alcuni di loro sorridono, forse per sfida, forse per incoscienza. Nelle stanze della morte il letto metallico e gli attrezzi dei torturatori, poi le macchie di sangue sul muro, sul tetto, dove uno non pensa mai che gli schizzi possano arrivare. Le scale da cui salivano e scendevano i prigionieri, prima e dopo i pestaggi, trascinati dalla bestia umana. Il cigolio degli stipiti delle celle di isolamento, colpite dal lamento del vento che sembra non poter dimenticare. Sui registri i nomi di ciascuno, scrupolosamente appuntati, l'amministrazione dello sterminio in una capitale deserta. Dicono che lì vicino fosse rimasta solo l'ambasciata cinese, a Pechino c'erano i grandi protettori di Pol Pot. Più di un funzionario finì in manicomio per ciò che aveva visto e sentito. I muri di Tuol Sleng non hanno mai smesso di urlare.

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