10 jul. 2009

Nel Far West cinese/2. La rivolta dello Xinjiang permette di evidenziare alcuni elementi di grande interesse dal punto di vista della propaganda dei regimi in generale e di quello cinese in particolare. Si parlava ieri dell'intervista ai genitori del ragazzo di etnia han morto negli scontri. Una conversazione giornalistica apparentemente scontata, in realtà ricca di spunti. La Cina ha un problema, il classico rompicapo che ha sempre assillato i sistemi comunisti plurinazionali ed è poi sistematicamente esploso in faccia ai governi centrali: la periferia dell'impero. Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.



Mi soffermo qui sul secondo, partendo sempre dall'intervista citata ieri. Quando il padre del ragazzo afferma che lo Xinjiang "non sarebbe nulla se non fossero arrivati i cinesi" (gli han) fa sua senza riserve la narrativa ufficiale propagandata dal Partito Comunista durante decenni. Come per il Tibet "strappato al feudalesimo" i cinesi pensano davvero di essere stati mandati in missione civilizzatrice nei confronti di popolazioni arretrate che abitavano territori inospitali. Se io - han - mi sono preso il disturbo di colonizzare, è stato per sottrarre alle tenebre una parte del mio paese altrimenti condannata all'arretratezza e al sottosviluppo. Quindi non solo le etnie originarie dovrebbero rispettarmi, ma da loro mi aspetto un riconoscimento. Le immagini delle truppe inviate da Pechino accolte nelle strade di Urumqi dagli applausi dei cinesi non dimostrano solo sollievo ma segnalano la consapevolezza dell'arrivo di coloro che riporteranno l'ordine prestabilito nelle strade, difendendo gli han - vittime della barbarie locale - da qualsiasi sopruso. Molte guerre civili sono cominciate così: ricordate Milosevic a Kosovo Polje?



Le cose non succedono per caso ed ogni azione ha delle conseguenze. Vale per le persone, figuriamoci per i governi. La situazione dello Xinjiang, i disordini odierni, la necessità dell'intimidazione per reprimere le proteste sono il segno evidente del fallimento della politica nazionale del Partito Comunista Cinese. E' l'eterno circolo vizioso delle dittature: la negazione del problema porta all'impossibilità di prevederne l'evoluzione e quindi di anticiparne gli effetti. Per questo i regimi illiberali finiscono, perché sono fondamentalmente ottusi. La Cina che pretende di essere una grande potenza internazionale si sta comportando come la più becera delle cricche autoritarie: prima permette la presenza di giornalisti stranieri nella convinzione di veicolare meglio la propaganda di stato; poi si accorge che altrove funzionano meccanismi diversi e li fa arrestare, minacciando ulteriori ritorsioni; prima attribuisce la rivolta a gruppi anti-cinesi di stanza all'estero e all'estremismo islamico, poi chiude le moschee dove la popolazione - tutta la popolazione di fede musulmana - si riunisce per pregare. Fa riflettere come le reazioni dei despoti siano sempre così simili tra loro, come manchino completamente le soluzioni originali nell'affrontare le emergenze interne che lo stesso autoritarismo ha creato. La dittatura finisce per ingoiare se stessa, a cominciare dalle periferie.



Le immagini sono sempre tratte da qui.

No hay comentarios:

Publicar un comentario