9 jul. 2009

Nel Far West cinese. Non conosco lo Xinjiang e gli uiguri li ho visti una volta sola, almeno che io sappia. Fu a Pechino, nell'estate del 2004, mentre si esibivano in uno spettacolo circense per stranieri. Un circo, sì, a tutti gli effetti, organizzato in un locale della capitale, uno strumento di propaganda in più nella descrizione di quella società armoniosa che piace tanto ad Hu Jintao e a cui l'occidente finge di credere (speriamo, almeno, che finga). Erano bravi quegli artisti, e sorridevano. Molti erano bambini, in venti in equilibrio su una bicicletta, accompagnati da canzoni regionali che promettevano allo spettatore una stabile felicità protetta dal Partito. Vorrei conoscere lo Xinjiang, per capire come si canta davvero da quelle parti, e soprattutto se si sorride tanto. Il viaggio l'ha compiuto l'anno scorso un fotoreporter di stanza in Cina, il cui blog è ospitato da Le Monde, lasciando una testimonianza di immagini e testi che, di questi tempi, diventa lettura obbligata per chiunque voglia saperne di più sul riottoso occidente cinese. Qui la prima parte di una serie in sette episodi che potete seguire mano a mano. Alcuni degli scatti di Gilles Sabrié, questo il nome dell'autore del servizio fotografico, accompagneranno il seguito di questo post.
Il faut parfois les convaincre un peu et remettre les pendules à l’heure de Pékin. Le chef du Parti Communiste régional, Wang Lequan, a annoncé le 15 septembre dernier une grande campagne de rééducation destinée à « renforcer l’identification à la Nation et à la culture chinoise ».


Nazionalismo han contro nazionalismo uiguro? Indipendenza contro centralismo? Democrazia contro dittatura? Islamismo radicale contro ateismo di stato? Difficile decifrare il rebus dello Xinjiang, soprattutto dopo la confusione iraniana, alimentata dall'ingenuità occidentale. Forse un po' di tutto questo, mescolato in una miscela esplosiva. Uno che ha già la diagnosi pronta però è Francesco Sisci, perfino più rapido del solito questa volta nello scrivere un articolo favorevole al governo di Pechino. Per la punta di diamante del giornalismo italico in ambito cinese, il PCC non ha sparato sulla folla e i 156 morti non devono essere attribuiti alla repressione armata ma ai manifestanti:

There is abundant evidence that the protesters set the city on fire, causing the casualties directly (by beating people) or indirectly (because innocents were in the buses on fire). Their actions could have reasonable motives and could be justified, but the killing of scores of innocent people is blood on their hands, and it is not pretty.
Alla base delle proteste, secondo Sisci, gruppi anti-cinesi con base all'estero. Insomma la stessa versione del Politburo.



Adesso però il suo amico Hu Jintao dovrà spiegare a Sisci cosa intende quando parla di "punizione severa" e di esecuzioni per chi è sceso in piazza:

"The planners of the incident, the organisers, key members and the serious violent criminals must be severely punished according to law," it said.
La legge è legge, direbbe Sisci.
Le truppe intanto sono pronte ad una seconda ondata di violenza, secondo quanto riferisce il Times:

Along one road ringing the capital of the western region of Xianjiang where 156 people died in riots on Sunday, The Times counted more than 30 paramilitary trucks, each followed by about two dozen men, many in black body armour, and most carrying riot shields, batons and fire arms.

In the centre of the city around People's Square, army helicopters circled overhead as hundreds more paramilitary troops marched in brigades of 20 to 30 chanting: "Defend the Motherland, defend the people."


Il problema fondamentale, come in ogni colonizzazione che si rispetti, è che i soldati mandati a "ripristinare l'ordine" dal governo centrale sono amici degli uni e nemici degli altri. In questo caso la polizia cinese, nonostante la retorica ufficiale, è nello Xinjiang per difendere l'etnia han. Le famiglie cinesi protagoniste della grande migrazione nel far west vivono il loro dramma come un dilemma tra appartenenza (nazionale) e condivisione (di un territorio). C'è chi negli scontri ha perso i figli e nonostante il lutto continua ad esprimersi naturalmente secondo lo schema della propaganda imposta da Pechino:

“We wanted to do business,” Lu Sifeng, 47, the father, said Tuesday, his eyes glistening with tears as he sat smoking on his bed. “There was a calling by the government to develop the west. This place would be nothing without the Han.”

“Of course, in recent days, we’ve been angry toward the Uighur,” Mr. Lu said. “And of course we’re scared of them.”
Nel caso specifico ovviamente non non si può biasimare la reazione, ma sì riflettere sull'uso sapiente delle pedine (cioè delle persone) che il regime continua a fare. La Cina del XXI secolo è un luogo molto più complicato di prima: il Partito Comunista da una parte compra l'obbedienza e dall'altra castiga l'insubordinazione. La quantità di violenza totale dispiegata per mantenere la "stabilità" è inferiore rispetto al passato ma la cifra di tensione sociale aumenta esponenzialmente, così come la frattura fra etnia dominante e popolazioni minoritarie. Le nazionalità le inventò in un certo senso il maoismo, seguendo lo schema sovietico, ma oggi che il riconoscimento formale pretende un'evoluzione sostanziale, la situazione diventa impossibile da gestire per un esecutivo ancora fortemente autoritario, anche se non più totalitario.



Ritratto di Rebiya Kadeer, la Aung San Suu Kyi uigura, se mi si permette la forzatura. Lei però è in esilio a Washington, dove può vivere e lavorare liberamente, dopo aver pagato un alto prezzo personale per la sua difesa della causa.

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