9 may. 2009

Barça. Més que futbol.



Ho visto il gol per caso, da un tavolo di ristorante, lontano in Italia, ostentando disattenzione per compiacere il mio interlocutore ma esplodendo dentro come solo il calcio sa farti esplodere. Cose della vita. Ma ne ho visti tanti altri di gol quest'anno, da un asiento del Camp Nou, là in alto sulla sinistra, da dove le discese dei blaugrana sembrano ventate di desiderio. Sono juventino, ho sempre faticato a capire e ad amare il ritmo del Barça, tutti quei tocchi, quel giocarsi addosso. Ma quest'anno no. Quest'anno mi inchino, sorrido e mi sento orgoglioso di esserci. Sette anni passati qui e una famiglia di culé hanno la loro importanza nell'appiccicare addosso un senso di appartenenza che mai avrei immaginato. Però chiunque sia capitato a Barcellona - anche per sbaglio - nella stagione 2008-2009 sarà per sempre un privilegiato. La città si è rovesciata in piazza già due volte e il Barça non ha ancora vinto nulla. Ma quella di Madrid è stata la partita perfetta, una cosa che sui campi di calcio è difficile vedere: non hanno solo giocato alla grande, praticavano un altro sport. E il gol, quel gol, il gol che da solo vale tutto il calcio è la sublimazione delle ventate di desiderio che ogni settimana per un'ora e mezza chiudono ogni discorso e aprono gli occhi e le bocche dell'ammirazione. Ecco perché il Barça quest'anno non potrà mai rubare nulla. Il calcio da queste parti, nel 2008-2009, è un altro sport. Domani si comincia. Cioè, si continua.

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