28 oct 2008

E volò via.



Era troppo vicina quella linea per non essere mai attraversata:

A North Korean soldier has defected to South Korea through the heavily fortified border dividing the two countries, an official from the South's spy agency said Tuesday, in only the second such defection in a decade.

The soldier recently approached a South Korean guard post in a central part of the Demilitarized Zone asking for asylum in the South, the NIS official said.
The soldier told South Korean officials he was frustrated by life in North Korea and concerned about his future in the communist country, the NIS official said. The official asked not to be named, citing the agency policy.


Defections across the border — one of the world's most heavily armed — are rare. The vast majority of North Koreans fleeing their communist homeland travel by land through China and Southeast Asia before arriving in the South.

17 oct 2008

Cina. Terra promessa.



C'era attesa in Cina per l'esito dell'ultima riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista, un fatto già di per sé singolare visto che normalmente questi meeting non sono certo forieri di novità eclatanti né tantomeno le deliberazioni adottate vengono date in pasto all'opinione pubblica. Ma stavolta l'ordine del giorno prevedeva una serie di misure riguardanti la riforma agraria che, se approvate, costituirebbero un primo importante passo verso quella privatizzazione della proprietà della terra che gli esperti considerano fondamentale nel processo di sviluppo, incalzante ma incompleto e contraddittorio, dell'Impero di Mezzo. In Cina le terre sono ancora proprietà collettiva, cioè dello stato, il quale concede solo un diritto di uso trentennale ai contadini. E' un residuo dell'epoca maoista, un bastione di quel comunismo ortodosso che, contariamente a quanto in genere si ritiene, non resta confinato alla sfera politica ma condiziona ancora parte di quella economica. La riforma dovrebbe garantire agli agricoltori la possibilità di noleggiare, trasferire, vendere i loro diritti di utilizzo delle terre o darli in garanzia per ottenere crediti dalle banche: un'apertura che tuttavia non si spingerebbe fino al riconoscimento della proprietà individuale, ancora tabù in ambito agricolo. Gli obiettivi dichiarati della riforma sono l'aumento dell'efficienza nella produzione agricola, il miglioramento progressivo delle entrate dei contadini (da raddoppiare entro il 2020), la riduzione del gap agroalimentare con l'occidente e gli Stati Uniti in particolare, lo stemperamento delle tensioni sociali che i costanti abusi dei funzionari pubblici nei villaggi cinesi stanno provocando, con gravi ricadute su quella armonia sociale così cara alla propaganda di Pechino. Il condizionale è d'obbligo, però. Infatti, nonostante i nuovi provvedimenti fossero annunciati da settimane dalle agenzie di stampa statali e nonostante la visita di Hu Jintao in persona ad un villaggio modello della campagna cinese, nel documento finale che ha chiuso la riunione dei 368 del Comitato Centrale non era presente nessun cenno a concrete misure di liberalizzazione in materia. Solo un vago e generico richiamo alla necessità di "portare avanti le riforme agrarie e di emancipare le menti".
Marcia indietro? E' presto per dirlo perché sarà solo nel prossimo mese di marzo che l'Assemblea Nazionale sarà chiamata a ratificare ufficialmente le decisioni prese la settimana scorsa dagli alti dignitari del partito. Ma c'è chi insinua che la linea dura abbia vinto ancora una volta all'interno del PCC. Sulla questione agraria si scaldano i cuori dei fedelissimi alla linea del comunismo duro e puro che avvertono che un rilassamento del controllo statale sull'economia agricola, seppur parziale, produrrebbe disordini sociali con conseguenze gravi per la tenuta del Partito al potere. Hu Jintao, da parte sua, si è dimostrato tutt'altro che un riformista in questi anni e, pur avendo esperienza diretta delle condizioni degli agricoltori, non ha né la volontà né la forza per imporre una riforma sostanziale: "nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che si continui la tendenza sperimentale invece di perseguire una trasformazione ideologica di fondo", osserva  in un'intervista a Time Russel Moses, analista di cose cinesi. In realtà qualunque sia la portata reale della riforma annunciata, la stessa è destinata a scontrarsi con il più grosso ostacolo sulla via della modernizzazione definitiva dell'ex grande proletaria: l'assenza di uno stato di diritto, di un insieme di regole condivise che garantiscano la correttezza delle transazioni e proteggano in questo caso i contadini dai soprusi del potere politico ed economico. "L'implementazione della legge è un fattore chiave", spiega Keliang Zhu, avvocato del Rural Development Institute, con base a Seattle. "Dobbiamo assicurare che le istituzioni supportino lo sviluppo delle leggi e delle politiche di riforma". Un obiettivo ancora lontano nella Cina del Partito Comunista che continua a non risolvere la contraddizione insita nella struttura stessa di un partito-stato: come conciliare potere e legalità, come istituire un sistema di regole cui anche la classe dirigente debba sottostare, senza cedere porzioni di autorità. Si tratta di una dicotomia irriducibile: dove c'è il potere assoluto del partito non ci sono vere riforme; dove ci sono vere riforme non c'è più il potere assoluto del partito. 
Uno degli effetti che il nuovo regime di trasferimento dei diritti potrebbe generare sarebbe la creazione di aziende agricole in grado di competere sul mercato globale, quando oggi l'agricoltura cinese resta confinata ad una dimensione prettamente familiare, rivolta al consumo interno; posto che la vera rivoluzione agraria si avrà solo nel momento in cui sarà riconosciuta la proprietà privata delle terre, certamente la possibilità di concentrare i diritti d'uso di molti contadini in un solo soggetto giuridico implicherebbe una trasformazione delle dinamiche attualmente esistenti nel campo. Inoltre consentirebbe un'emigrazione più responsabile e in un certo senso più sicura verso le città, dal momento che i contadini avrebbero le spalle coperte - almeno in parte - dai benefici derivati dalle transazioni compiute. Questo in teoria. In pratica la Cina di oggi è patria di uno sviluppo senza regole, se non quella dell'arbitrio dei potenti sugli umili, e nessuno è in grado di scommettere sulla corretta implementazione di un'eventuale serie di misure liberalizzatrici al riparo dai consueti abusi

18 sept 2008

Felicità.



E l'Italia è questa qua.

5 sept 2008

Fine di una presidenza.

31 ago 2008

Bangkok dangerous. Il 2 agosto scorso mi trovavo nei pressi del complesso del Palazzo Reale di Bangkok. C'era molta gente, troppa per una semplice folla di turisti. I colori predominanti erano il giallo e il blu e si sventolavano striscioni e bandiere. A parte qualche figuro poco raccomandabile, più intento ad offrire qualcosa da sniffare che a sfilare, l'atmosfera era in genere piuttosto rilassata. I manifestanti, supporters del partito di opposizione (PAD) al governo di Samak, avevano organizzato per quel giorno l'ennesima protesta nei confronti dell'esecutivo. Ecco, sembra che un mese dopo il clima si sia fatto decisamente più teso.



Update. C'è scappato il morto:
At least one person was killed and 34 hurt, four critically, in clashes on Tuesday between pro- and anti-government demonstrators in Bangkok, a Thai health ministry official said.

About 400 Thai soldiers were ordered to Bangkok on Tuesday to help police struggling to keep order.
Update/2. Dopo gli scontri tra gruppi pro-governo e pro-opposizione il primo ministro (e ministro della difesa) ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale. L'esercito dal canto suo sembra nicchiare sulla prospettiva reale di un uso della forza contro i manifestanti, confermando la sua posizione di sostanziale indipendenza. I militari restano il vero deus ex machina dell'intera situazione, anche se formalmente finora non si sono pronunciati. Qui c'è tutto quello che dovete sapere sulla crisi, comprese le connivenze più o meno esplicite tra PAD e generali e le divisioni all'interno dell'armata. Per seguire gli eventi in diretta andate su Bangkok Pundit o Jotman. La Thailandia si dimostra una paese quasi ingovernabile e il golpe del 2006 non ha fatto altro che accentuare questa tendenza, alla faccia della restaurazione di una democrazia ordinata. Al di là della soluzione politica che dovrà necessariamente essere trovata, il vero problema sono le ricadute che la protratta instabilità avrà su investimenti e turismo.

16 jul 2008

Dall'archivio.



Cina, 1984.

12 jul 2008

Giorni vietnamiti.



Il viaggio dello scorso anno in Birmania ebbe una stupenda seconda parte nella Repubblica Socialista del Vietnam. Per ragioni varie su questo blog si è parlato molto di cronache birmane e poco della realtà vietnamita, dinamica e contraddittoria come poche altre. Ci torneremo più spesso, anche in radio. Intanto qui c'è una piccola selezione di fotografie scattate in quei giorni.

4 jul 2008

Americani.

29 jun 2008

Zimbabwe. Vie d'uscita. Secondo me con un bel dossier di 60 pagine si potrebbe mettere tutto a posto

24 jun 2008

Sotto il segno del silenzio. Su Liberal a pagina 9 articolo del sottoscritto su una storia vietnamita di giornalismo e corruzione. Appena è online (fra una quindicina di giorni) la metto. Per ora fidatevi. 

19 jun 2008

Cento di questi giorni.















Oggi è il compleanno di ASSK. Il regime l'ha festeggiato così:

Pro-Junta thugs broke up a rally by supporters of Myanmar's democracy icon Aung San Suu Kyi on Thursday, detaining several people shouting slogans demanding her release on her 63rd birthday, witnesses said.
They said at least six truckloads of Swan-Arr-Shin, or 'Masters of Force", gang members waded into the crowd outside the dilapidated headquarters of Suu Kyi's National League for Democracy (NLD) in the former capital, Yangon.
'We saw some of them slapping and beating NLD members,' said one witness who saw several people taken away.
Qui altri dettagli dell'imboscata.

18 jun 2008

Birmania. Uomini e no.













Al di là del tenore un po' superficiale dell'articolo (mancano cifre esatte, stime e verifiche concrete), è certamente vero che la mobilitazione dei privati e di piccoli gruppi di cittadini ha impedito che il disastro umanitario post-Nargis risultasse ancora più drammatico. La contrapposizione tra uno stato impegnato a ritardare il più possibile i soccorsi e una comunità che ha fatto delle poche risorse disponibili un tesoro inestimabile si rivela oggi in tutta la sua enormità. I cinici dicono che ogni popolo ha il governo che si merita ma questa facezia non è mai stata così fuori luogo come nel caso birmano. La speranza è che l'embrione di società civile nato dall'emergenza possa in un futuro non troppo lontano costituire la base per la rinascita del paese:
“Our group started with five people,” said a young Rangoon doctor. “We didn’t collect money, food and other supplies, but just told our relatives and friends that we would go to the Irrawaddy Delta to help people there. Then people who know us donated cash, rice and other relief items for the survivors.”
Some local relief initiatives grew to scores of volunteer workers.
“These civic groups born in the aftermath of Cyclone Nargis are unlike civil society in western countries,” said Khin Zaw Win, a Burmese researcher in Rangoon. “They are rooted in goodwill, replacing the irresponsible people.”
Ma in assenza di un consistente intervento esterno le cui forme restano da definire, questo ammirevole sforzo collettivo è destinato a perdersi come sempre nel labirinto della repressione e dell'indifferenza. 

27 may 2008

Aung San Suu Kyi. Il sussurro proibito.



Il patto era che quel nome non si sarebbe dovuto pronunciare. Né nelle segrete stanze del palazzo di Naypyidaw al cospetto di sua eccellenza il Generalissimo Than Shwe, né nella sala conferenze dell'hotel di Rangoon in cui i generali hanno rinchiuso i rappresentanti di una cinquantina di paesi per estorcere il denaro della "ricostruzione". Inutile precisare che Ban Ki-moon e i suoi hanno eseguito alla lettera le disposizioni ed il divieto è stato solennemente rispettato. Perfino in conferenza-stampa il numero uno dell'ONU, interpellato su quel nome, ha risposto senza proferirlo. Mai, nemmeno una volta, neppure per sbaglio. "Si è parlato di vittime, non di politica", ha sentenziato come se fossero due storie diverse.
Il nome probito si declina come un sussurro: Aung San Suu Kyi. Per lei oggi si compivano cinque anni di arresti domiciliari ininterrotti (dei quasi tredici che ha passato rinchiusa) e "secondo la legge birmana" avrebbe dovuto essere rilasciata. Curiosa espressione e ingenua speranza in un paese dove il diritto è morto di pena e la sorte individuale dipende dalla parola o dal silenzio di un'alta uniforme. Un ufficiale si è disturbato ad andarla a trovare nella sua casa-prigione per comunicarle che l'arresto continuerà, sei mesi o un anno, ancora non è chiaro ma non importa perché il rituale è vuoto e conta solo l'arbitrio.
Un bagno di realtà per gli illusi, per chi continua a credere che la benevolenza dei tiranni si possa comprare, per quelli che non si stancano mai di omaggiare il carceriere pretendendo di fare il bene del prigioniero. Vanno a salvare la Birmania e non sono neanche capaci di pronunciarne il nome.

24 may 2008

Il sacco della Birmania.



Cittadini birmani messi in fila dal regime per la visita di Ban Ki-moon a Kyondah, il villaggio Potemkin dell'Irrawaddy.

Domani 45 paesi si preparano a consegnare nelle mani di Than Shwe qualche miliardo di dollari (i generali ne chiedono modestamente undici) a fondo perduto. La fretta da parte delle autorità nel dichiarare chiusa la fase dei soccorsi (mai iniziata veramente) e aperta quella della ricostruzione si spiega facilmente pensando alle cifre che circolano. La Birmania è il secondo paese più corrotto del mondo, dopo la Somalia. Tutto il potere economico, come quello politico, è detenuto dai generali, dalle loro famiglie e dalla ristretta cerchia di sodali che monopolizzano le attività finanziarie. Non è difficile immaginare quali forzieri andranno ad ingrossare i finanziamenti che verranno stanziati. Il sacco della Birmania può continuare nel silenzio assenso della comunità delle nazioni:
Of the billion, Than Shwe has spent only about $5 million on assistance, so instead of shoveling more money into his pockets, donors ought to demand to know where his money is. Than Shwe has made Burma the second most corrupt country globally, and I hope the world has learned by now that dumping money into a corrupt system makes the problem worse, not better.
Tre settimane e un giorno. La gente muore di fame, le navi di noia:
The U.S., along with the British and French, have assembled a huge response force off Myanmar.
The U.S. force is led by the USS Essex, an aircraft-carrier-like flattop ship that carries more than a dozen helicopters, amphibious landing craft and about 1,000 U.S. Marines. The Essex, joined by three other ships, has been waiting almost within sight of the coast.
The French amphibious assault vessel Mistral and the British frigate HMS Westminister were also in the area, ready to respond.
I monaci non hanno bisogno di permessi.