21 dic 2008

Zimbabwe. Il collasso di una nazione.



La foto è vecchia e ingenerosa. Ma chi può ancora credere nella lungimiranza delle cancellerie occidentali e nell'utilità della comunità internazionale dopo questo scempio?

20 dic 2008

Silenzio, parla Hu.



O era la direzione nazionale del PD?

18 dic 2008

Rivoluzione Culturale reloaded. Anche sul Foglio online.



Il 21 novembre scorso Yang Shiqun, professore di cinese antico alla East China University of Political Science and Law di Shanghai, scrive quasi incredulo sul suo blog: "Oggi sono stato convocato dal mio superiore. Alcuni studenti del mio corso mi hanno denunciato all'Ufficio di Pubblica Sicurezza e al Comitato Educativo Cittadino per aver criticato il governo. E' in corso un'investigazione”. Il professor Yang fa riferimento a un interrogatorio cui i dirigenti dell’istituto lo avevano sottoposto per verificare se durante le lezioni avesse fatto cenno ad organizzazioni illegali o a siti web stranieri. L’umiliazione si sarebbe ripetuta il giorno dopo, questa volta alla presenza di ufficiali di polizia. Le minute delle venti lezioni del corso smascherano gli orrendi crimini del docente: l’aver messo l’accento sull’importanza della conoscenza storica, della libertà di insegnamento, del pensiero critico. "Ricordo che due studentesse si sono avvicinate a me attaccandomi con rabbia per aver osato contestare la cultura e il governo cinese: avevano persino le lacrime agli occhi", aggiunge Yang prima di cancellare il post per le minacce ricevute. A inchiesta ancora in corso, il suo caso presenta diversi elementi di interesse. A sorprendere non è tanto la mentalità poliziesca dimostrata da una parte del corpo studentesco quanto la predisposizione, propria di un dogmatismo ideologico d’altri tempi, a rendersi complici del regime fino a diventarne gli occhi e le orecchie; si aggiunga il peso della pressione sociale esercitata sul professore per eliminare dal suo blog il racconto di quanto avvenuto: se da altri internauti sono giunti messaggi di solidarietà, sul forum online dell'università studenti e colleghi hanno in maggioranza espresso supporto per l'azione dei delatori; infine va sottolineato come la vicenda sia riuscita a penetrare le maglie della censura fino ad arrivare sulle pagine della stampa nazionale, dall’impertinente Southern Metropolis Weekly all'ufficiale China Daily, testata che normalmente pubblica solo le veline del regime in inglese. Se è vero che episodi simili si erano verificati altre volte negli ultimi anni, avevano però coinvolto istituzioni didattiche di località periferiche, lontane dalla centralità propagandistica dell’Università di Scienze Politiche di Shanghai. “Quando penso alle cose che stanno succedendo ultimamente nelle scuole di questo paese non posso fare altro che pregare in silenzio per la società cinese e la sua gente”, conclude Yang in attesa di conoscere il suo destino di controrivoluzionario.

17 dic 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso/2. Federico Punzi nota l'intensificarsi della repressione nei confronti dei firmatari della Charta 08, di cui avevo già scritto qualche giorno fa. Un altro importante elemento è il crescente numero di adesioni che il documento sta ricevendo. Sottoscrivere un manifesto del genere in Cina non è esattamente come raccogliere firme per la protezione del gabbiano maremmano in piazza del Popolo.
More than 3600 people from all walks of Chinese society have now signed "Charter 08", an internet manifesto calling for the Communist Party to relinquish its absolute political control.
Questa la mappa degli arresti, almeno quelli di cui si ha notizia (se non vedete bene andate qui):

14 dic 2008

Mosca, un giorno imprecisato nel tempo.

11 dic 2008

Cambogia. La giustizia può attendere.



A gennaio saranno passati 30 anni da quando l'esercito vietnamita entrò in territorio cambogiano liberando i sopravvissuti dal regime sanguinario dei khmer rossi. Pol Pot e i suoi si sarebbero rifugiati da quel momento sulle montagne nel nord e nell'est del paese, continuando la loro triste vicenda umana con una guerra di guerriglia che si sarebbe conclusa solo molti anni dopo. Se dal punto di vista politico e morale la Cambogia ha già fatto i conti con il suo recente passato, non così da quello giudiziario. I cambogiani parlano apertamente della loro storia, del genocidio che costò la vita a quasi due milioni di persone su sette, in una follia ideologica insuperata per intensità e metodologia di sterminio. Se visitate la Cambogia troverete innumerevoli testimonianze del periodo 1975-1979, musei del genocidio, campi di sterminio, librerie dove predominano i testi sull'era di Pol Pot. Ma soprattutto potrete fare domande sulle vicende personali di ciascuno e riceverete quasi sempre risposta: non c'è nessuna famiglia che sia stata risparmiata, nessuno che non abbia perso madri, padri, fratelli maggiori, in un delirio collettivo in cui i bambini potevano decidere della vita e della morte dei loro genitori dentro un immenso campo di concentramento piagato di scheletri. Difficile trovare un cinquantenne nella Cambogia del XXI secolo tra milioni di giovani che conoscono quell'epoca più per i racconti dei superstiti che per esperienza diretta. Ma stupisce la maturità di un popolo che comprende l'enormità di quanto accaduto e che dimostra almeno la volontà di cercare risposte. Sembra che queste risposte non arriveranno dal tribunale misto ONU/cambogiano istituito due anni fa al termine di un lungo e faticoso peregrinare ma ancora al palo. Sono sei gli illustri imputati, ex leader di primo piano del movimento comunista, che a partire da gennaio dovrebbero essere giudicati dalla corte speciale insediatasi in un quartiere periferico della capitale Phnom Penh: tra di loro Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (questo il nome ufficiale che si era dato il regime totalitario), e Kaing Guek Eav (meglio conosciuto come Duch), direttore della famigerata prigione di Tuol Sleng, la S-21, un ex liceo adibito a centro di detenzione e tortura: da qui passarono, per uscirne solo da morte, circa 17000 persone, bambini, giovani, anziani, tutti nemici della rivoluzione. Ma una serie di problemi procedurali sta condizionando l'avvio di un processo che la comunità internazionale e le istituzioni nazionali devono da troppo tempo ai cambogiani. L'ultima diatriba sembra anche la più grave perché nasconde dietro ad un cavillo legale una questione di sostanza assolutamente fondamentale: ovvero se oltre alle accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità ed omicidio premeditato, Duch debba rispondere anche di cospirazione, di impresa criminale congiunta in concorso con altri esponenti del gruppo dirigente. L'eventuale aggiunta di questo capo d'imputazione implicherebbe verosimilmente il coinvolgimento di personaggi finora rimasti fuori dall'inchiesta, alcuni dei quali riciclatisi all'interno degli apparati dello stato. Non si dimentichi che l'attuale primo ministro Hun Sen aveva combattuto con i khmer rossi, pur senza assumere un ruolo di primo piano: l'occhio di vetro che orgogliosamente ostenta è il risultato degli scontri che precedettero l'entrata a Phnom Pehn da parte dei miliziani di Pol Pot. Hun Sen si era allontanato dal regime prima della sua caduta ed era stato poi scelto dai vietnamiti come il loro uomo di fiducia durante l'occupazione, prima di diventare il leader di quel Cambodian People's Party al governo del paese da quindici anni. I giudici cambogiani (il tribunale è formalmente misto ma di fatto la giurisdizione è nazionale) si sono già opposti all'estensione dell'incriminazione al reato di cospirazione e lo stesso ha fatto uno dei due procuratori che sostengono l'accusa, quello di casa appunto. Il che ha creato un conflitto con il collega internazionale Robert Petit, il quale ritienendo che altri esponenti dell'antico regime debbano rispondere davanti alla giustizia ha ufficializzato l'impasse attraverso un documento di disaccordo formale consegnato alla corte. L'ennesimo incidente procedurale rischia di far saltare le  prime udienze previste per gennaio, rinviando ancora una volta un dibattimento che potrebbe contribuire a dare risposta ad alcuni degli interrogativi più inquietanti della storia del XX secolo: non solo il classico come è potuto succedere, ma i più interessanti come un nutrito ma ristretto gruppo di cambogiani ha potuto umiliare, torturare e annichilire milioni di connazionali e come venivano prese le decisioni all'interno del regime, come funzionava la catena di comando, chi decideva che cosa: per oliare una macchina di morte come quella dei khmer rossi non bastava la volontà del capo supremo,  il fratello numero uno, il diavolo in persona. Era necessaria una struttura organizzata di volenterosi carnefici pronti a firmare ed eseguire le sentenze di morte e le deportazioni. Se andate a Tuol Sleng lo capirete meglio. Lo scheletro è ancora quello della scuola, ma  al posto della classi vedrete le camere di tortura e le celle delle prigioni, recintate dal filo spinato per evitare che i detenuti si buttassero di sotto, per morire da soli, senza aiuto. La S-21 è l'essenza del centro di sterminio, un luogo lugubre come pochi altri, l'emblema della banalità del male. All'entrata ti accolgono le foto dei condannati, bambini anche piccolissimi, giovani, anziani. I carnefici le scattavano dopo l'arresto e sono le ultime immagini di migliaia di uomini e donne che avrebbero di lì a poco sofferto l'indicibile: alcuni di loro sorridono, forse per sfida, forse per incoscienza. Nelle stanze della morte il letto metallico e gli attrezzi dei torturatori, poi le macchie di sangue sul muro, sul tetto, dove uno non pensa mai che gli schizzi possano arrivare. Le scale da cui salivano e scendevano i prigionieri, prima e dopo i pestaggi, trascinati dalla bestia umana. Il cigolio degli stipiti delle celle di isolamento, colpite dal lamento del vento che sembra non poter dimenticare. Sui registri i nomi di ciascuno, scrupolosamente appuntati, l'amministrazione dello sterminio in una capitale deserta. Dicono che lì vicino fosse rimasta solo l'ambasciata cinese, a Pechino c'erano i grandi protettori di Pol Pot. Più di un funzionario finì in manicomio per ciò che aveva visto e sentito. I muri di Tuol Sleng non hanno mai smesso di urlare.

10 dic 2008

Cina. Charta 08, il manifesto del dissenso.



Nel sessantesimo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani segnalo la surreale intervista rilasciata dal direttore del Dipartimento Informazione del Consiglio di Stato, Wang Chen, sulla situazione cinese. Tutto questo mentre fuori continuano gli arresti e noti dissidenti vengono preventivamente tolti di mezzo:

A leading dissident who organised a charter signed by hundreds of Chinese thinkers, academics and writers calling for dramatic political and legal reforms was under arrest yesterday.
Liu Xiaobo, a literary critic first jailed for his role in the 1989 Tiananmen Square demonstrations, was taken from his home in Beijing late on Monday by a dozen police officers and was asked to sign a document acknowledging his detention.


His arrest came hours before the release on the internet of the “08 Charter”, a rare, outspoken document challenging the ruling Communist Party to grant greater freedom of expression and to hold free elections. Its publication was timed to coincide with the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights today.
Sulla Charta 08 (una riedizione della Charta 77) anche Time:
A group of prominent Chinese scholars, lawyers and former officials issued a manifesto this week calling on the Communist Party to back wide-ranging political reforms including direct elections, a separation of powers and the rehabilitation of people persecuted under authoritarian rule.

"So we ask: Where is China headed in the twenty-first century? Will it continue with 'modernization' under authoritarian rule, or will it embrace universal human values, join the mainstream of civilized nations, and build a democratic system? There can be no avoiding these questions."

Several prominent lawyers and writers who are actively working and publishing also signed, giving "Charter 08" more clout than it would carry if it was only the work of politically isolated dissidents. "It seems like a varied bunch and I think the Internet helped bring these people together," says Joshua Rosenzweig, a Hong Kong-based official with the Dui Hua Foundation, a human rights group. "It's not simply what many people call 'dissidents.' There are a number of well-known liberal intellectuals and lawyers."

8 dic 2008

L'eterno ritorno. Il tempo è circolare, lo spazio anche. Immagine scattata in Afghanistan, quest'anno.



Le dieci foto dell'anno secondo Time e tutte le altre classifiche.

2 dic 2008

Il rebus thailandese/5.



La decisione della Corte Suprema di sciogliere il partito di maggioranza (PPP) e di interdire dai pubblici uffici per i prossimi cinque anni il primo ministro Somchai e una sessantina di dirigenti risolve l’impasse ma non la crisi istituzionale in cui è sprofondata la Thailandia. La stampa – specialmente quella italiana – si sofferma soprattutto sulla fine delle proteste annunciata per domani dalla leadership del PAD e sulla riapertura degli aeroporti. Se questa è certamente una notizia, rappresenta però solo in maniera parziale la complessa situazione che il paese sta vivendo. I manifestanti, che per quasi duecento giorni hanno dato vita a continue proteste contro il governo legittimo della nazione, interpretano ovviamente l’attesa pronuncia come una vittoria, dato che il loro principale obiettivo era la caduta dell’esecutivo pro-Thaksin. Ma il vuoto istituzionale che si apre a questo punto lascia presagire un ulteriore periodo di instabilità politica difficilmente sanabile a breve termine. Il precedente è di quelli che lasceranno il segno in ogni caso, perché la forma, i contenuti e i tempi dell’azione giudiziaria sono quelli di un golpe mascherato. E’ la seconda volta in poche settimane che i tribunali si incaricano di togliere di mezzo un primo ministro in carica: era successo con Samak, grazie ad un cavillo costituzionale da operetta (il programma di cucina), è capitato di nuovo con Somchai, per una storia di brogli elettorali per nulla chiara. Alla luce della sentenza assumono una connotazione più definita sia l’incredibile escalation dell’opposizione culminata con l’occupazione degli aeroporti, sia la strategia attendista dell’esercito che si sarebbe probabilmente sporcato le mani se non fosse stato sicuro che la Corte avebbe svolto il lavoro al suo posto. La compagine governativa (formata, oltre che dal PPP, da altre due formazioni minori anch’esse colpite dalla pronuncia) ha reagito oggi con una flemma perfino sospetta, evitando di mettere in discussione la legittimità del giudizio e limitandosi a rilanciare politicamente sulla nomina di un nuovo primo ministro affine, in una prossima sessione parlamentare convocata ad hoc. I membri della Camera dei Rappresentanti che non sono stati toccati dal provvedimento di interdizione hanno, secondo la costituzione, sessanta giorni per confluire in un altro partito: pare che la nuova casa sia già pronta e si chiamerà Puea Thai Party. Toccherà a loro, almeno nelle intenzioni, eleggere il successore di Somchai e ci sarebbero già una ventina di nomi a disposizione. Ma proprio su questa designazione si annuncia il prossimo scontro: se c’è stata frode non dovrebbe essere invalidato tutto il processo? E’ sull'interpretazione della legge elettorale che si giocheranno le prossime mosse dei diversi schieramenti in campo. Certo che se alla maggioranza dei senza partito fosse impedito di eleggere un premier, la violazione delle regole costituzionali sarebbe flagrante, avallata per di più da un giudiziario che potrebbe prendere in mano la situazione nominando un Consiglio Supremo con funzioni di garanzia istituzionale sotto l’egida delle forze armate. La volontà popolare verrebbe a quel punto completamente esautorata e il pericolo di una reazione di quella parte di paese che ha dato la sua fiducia al PPP (le classi meno abbienti) si materializzerebbe. Se invece si convocassero nuove elezioni (ma chi potrebbe farlo senza violare le regole?) la probabile vittoria del fronte governativo riproporrebbe la stessa situazione che ha condotto alla presente crisi. E’ vero infatti che il PAD si è per il momento dichiarato soddisfatto del risultato raggiunto ma i suoi leaders si sono detti pronti a riprendere la battaglia non appena le condizioni si dovessero ripresentare. In parole povere, l’opposizione non si ritira dopo aver raggiunto un accordo soddisfacente, ma lo fa solo a patto che gli organi costituzionali si incarichino di tenere lontani dal potere i fedelissimi di Thaksin (o presunti tali). Si tratta di un’ipoteca constante sul destino politico della Thailandia. Le classi medie, filo-monarchiche e filo-militari rappresentate dal PAD non sono disposte ad accettare nulla che non sia un governo amico, che escluda una parte significativa del paese da qualsiasi ruolo di rappresentanza istituzionale. Se questa è una soluzione io sono il re Bhumibol che domani, se ce la fa, parlerà alla nazione in occasione del suo ottantunesimo compleanno. Tutti lo attendono come una rivelazione.

1 dic 2008

GWO?


10:42 a.m. Mr. Obama’s new national security team is now on stage: Mrs. Clinton; Robert M. Gates, the current defense secretary, who will remain in that job; Gen. James L. Jones, the former NATO commander, will be national security adviser; Gov. Janet Napolitano of Arizona will be homeland security chief; Eric Holder will be attorney general; and Susan Rice, ambassador to the United Nations.
La nomina di Susan Rice all'ONU è interessante ma tutto dipende da come interpreterà il suo ruolo. Un mastino anti-genocidio dovrebbe servire a smascherare ambiguità e complicità delle Nazioni Unite, evitando di mettersi al servizio della burocrazia onusiana per finirne inghiottita:
The choice of Ms. Rice to represent the United States before the United Nations will make her one of the most visible faces of the Obama administration to the outside world aside from Mrs. Clinton. It will also send to the world organization a prominent and forceful advocate of stronger action, including military force if necessary, to stop mass killings like those in the Darfur region of Sudan in recent years.

John R. Bolton, who was one of Mr. Bush’s ambassadors at the United Nations, would not discuss Ms. Rice’s selection, but said it was unwise to elevate the position to the cabinet again.
“One, it overstates the role and importance the U.N. should have in U.S. foreign policy,” Mr. Bolton said. “Second, you shouldn’t have two secretaries in the same department.

27 nov 2008

Lasciate ogni speranza.



Quello che più mi colpisce delle cronache da Bombay sono le immagini, oscure, tetre, fumose, pesanti. L'inferno dev'essere così.
Il rebus thailandese/3. Il punto della situazione, prima della dichiarazione dello stato di emergenza negli aeroporti. Sarà una lunga notte a Bangkok.
Anche sul Foglio online (solo a pagamento).




Un'opposizione di piazza che cerca l'anarchia, un governo che si arrocca sulle sue posizioni ma ha le mani legate, un re che non si pronuncia, un esercito che chiede elezioni: la Thailandia si risveglia immersa in una impasse socio-istituzionale da incubo mentre Bangkok è di fatto tagliata fuori da tutti i collegamenti internazionali. Con l'occupazione dei due aeroporti della capitale da parte di migliaia di manifestanti del PAD (People's Alliance for Democracy) si è probabilmente raggiunto il punto di non ritorno nella lunga contesa che oppone il movimento del magnate dei media Sondhi Limthongkul alla maggioranza del PPP (People Power Party) attualmente al potere, la formazione politica in cui sono confluiti i seguaci dell'ex premier Thaksin Shinawatra dopo il golpe militare che lo depose nel 2006. Ed è proprio dai carri armati nelle strade di Bangkok che conviene partire per provare a districare la complicata matassa della crisi thailandese: l'attuale instabilità infatti è soprattutto figlia di un anno e mezzo di amministrazione militare che, lungi dal restituire ai successori un paese rimesso a nuovo, ha invece contribuito ad incancrenire i problemi e a ritardare la resa dei conti. Tanto è vero che, quando i thailandesi sono tornati alle urne lo scorso dicembre sotto una nuova costituzione, hanno riconsegnato il paese agli uomini di Thaksin, nel frattempo convertitosi in presidente del Manchester City dal suo esilio londinese. L'opposizione non ha mai accettato il risultato di quel voto, accusando il nuovo premier Samak di essere solo un portavoce del suo influente predecessore. Da qui una serie di manifestazioni di piazza quasi quotidiane, in una continua escalation culminata nell'occupazione degli edifici governativi a fine agosto. A settembre scontri tra fazioni anti e filo-governative imponevano il massiccio intervento delle forze dell'ordine a Bangkok, ma la dichiarazione dello stato d'emergenza da parte di Samak non veniva portata alle estreme conseguenze per il rifiuto del capo dell'esercito, il generale Anupong, di usare la forza contro i manifestanti. Poi ad inizio ottobre un primo tentativo di blocco del parlamento, con l'intervento della polizia, il lancio di lacrimogeni e un morto tra le file dell'opposizione, il primo martire da annoverare e commemorare. Intanto Samak era stato costretto alle dimissioni da un giudiziario sempre più intraprendente che aveva dichiarato l'incompatibilità della sua carica di primo ministro con la presenza in un programma televisivo di cucina (sic!). Al suo posto Somchai, cognato dello stesso Thaksin, il quale aveva avuto il tempo di tornare trionfalmente in patria solo per essere processato e condannato per corruzione insieme alla moglie. Adesso è in cerca di un paese che gli dia asilo, come ricercato dalla giustizia del suo paese.
In un comunicato diffuso ieri dalla torre di controllo dell'aeroporto internazionale di Bangkok il PAD ha annunciato che non si fermerà fino alle dimissioni di un esecutivo "corrotto", responsabile - a suo dire - di ogni infamia: dal tentativo di riscrivere la costituzione per favorire il ritorno al potere di Thaksin, alla manipolazione dei media, alla violazione dei diritti umani, all'insulto alle istituzioni monarchiche. Ma è un errore pensare a quello in atto come ad uno scontro tra un governo autoritario e un'opposizione democratica che rivendica diritti politici. Piuttosto la situazione va letta come una prova di forza tra un'élite populista che ha saputo canalizzare ed utilizzare il malcontento degli strati meno abbienti della popolazione per installarsi al potere ed una combinazione di gruppi di interesse che si considerano i depositari della tradizione politica thailandese e che vedono come un'usurpazione l'ascesa e i successi dei Thaksin-boys. Le parole d'ordine del PAD - la cui base sociale è formata dalle classi urbane, conservatrici, filo-monarchiche e vicine all'esercito - hanno ben poco a che vedere con la rappresentanza democratica: i suoi leaders sono anzi fautori della nomina corporativa di parte dei seggi parlamentari e denunciano apertamente che le classi popolari non sono preparate per decidere il corso politico della nazione. Dal canto suo Thaksin, elevatosi a difensore dei deboli, è un magnate delle comunicazioni con interessi trasversali all'interno dell'arco politico ed economico del paese. Difficilmente etichettabile ideologicamente, rappresenta bene l'essenza di un peronismo in salsa asiatica anch'esso a-liberale se non illiberale, in grado comunque di restituire una speranza alla Thailandia rurale e operaia che, durante il suo mandato quinquennale, ha beneficiato dei programmi sociali del governo.
In questo scenario da lotta di classe, con un paese paralizzato economicamente e istituzionalmente e i primi scontri armati tra fazioni contrapposte nelle strade della capitale, si inserisce il pronunciamento politico del generale Anupong che ha chiesto all'esecutivo di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni e al movimento di protesta di sgomberare gli aeroporti. Una soluzione di compromesso che respinge al mittente, almeno per ora, gli inviti più o meno esplitici ad un nuovo golpe (sarebbe il diciannovesimo) provenienti da importanti settori anti-governativi, ma che allo stesso tempo non risolve lo stallo. Il premier Somchai ha fatto sapere che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo: in sostanza, se l'esercito vuole dare ordini sa cosa deve fare. Il PAD è sulla stessa linea ma per motivi opposti: la fine della legislatura non cambierebbe le cose e l'obiettivo resta la caduta del governo senza compromessi. Il paradosso è che l'opposizione sa che un ritorno alle urne sancirebbe una probabile riconferma del partito di governo, che continua a godere di un consenso piuttosto ampio proprio mentre l'appeal della protesta va scemando a causa dei suoi eccessi. Il PAD è quindi costretto a sperare in un intervento di quelle forze armate che teoricamente dovrebbero rimanere fedeli all'esecutivo: la strategia del caos è funzionale a questo obiettivo.
A togliere di mezzo il PPP e ad aprire la strada ad un cambio al vertice potrebbe pensarci però la Corte Suprema, che nei prossimi giorni è chiamata ad un verdetto sulle irregolarità di cui si sarebbero resi protagonisti alcuni parlamentari in campagna elettorale. Se convalidata, la pronuncia di colpevolezza porterebbe allo scioglimento di tutto il partito (e di conseguenza alla caduta del governo) e alla nomina da parte dei giudici di un Consiglio Supremo facente le funzioni dell'esecutivo. Ma sia un golpe sia una decisione sfavorevole delle massime istanze giudiziarie sarebbero interpretati dallo schieramento pro-Thaksin come un sopruso e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Il PAD può solo ottenere una vittoria di Pirro in un paese spaccato dalla sua stessa irresponsabile condotta.

26 nov 2008

Il rebus thailandese/2.



Oggi è successo di tutto, tanto che se n'è accorta perfino Repubblica. La giornata si è aperta con il blocco totale dell'aeroporto di Bangkok, uno dei più importanti snodi di tutta l'Asia, da parte dei manifestanti del PAD (Alleanza Popolare per la Democrazia). La Thailandia è simbolicamente tagliata fuori dai collegamenti con il resto del mondo al punto che anche il primo ministro di ritorno dal Perù ha dovuto atterrare a Chiang Mai. Il PAD, che ricordiamolo non è un partito politico ma un movimento di opposizione extra-parlamentare, ha diffuso un comunicato tanto solenne quanto velleitario in cui dichiara i motivi della protesta, rivendica la sua natura noviolenta (tutti hanno visto però un suo membro sparare ieri tra la folla) e accusa il governo di ogni misfatto. Chiede scusa per gli inconvenienti che le sue azioni potrebbero causare alla popolazione, un tentativo evidente di ingraziarsi un'opinione pubblica sempre più perplessa per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Tra questi inconvenienti sono forse da annoverare anche le cinque bombe esplose in diversi punti della capitale nelle prime ore della mattinata: i capi ovviamente negano qualunque responsabilità. Poi nel pomeriggio è arrivato il pronunciamento dei militari, nella persona del capo delle forze armate Gen. Anupong il quale ha suggerito (o intimato) al governo di farsi da parte e di convocare nuove elezioni (che i seguaci di Thaksin comunque rivincerebbero). La replica dell'esecutivo è stata che non se parla nemmeno, che la maggioranza è legittimata dal voto popolare e che continuerà a lavorare fino all'ultimo. Questi i fatti, adesso qualche opinione in ordine sparso:
- il governo non è senza peccato ma nella fattispecie ha ragione. Se si instaura il precedente per cui un esecutivo legittimato dalle urne può essere rovesciato da un golpe di popolo, per le già fragili democrazie del sud-est asiatico è finita;
- il sospetto che le azioni sempre più eclatanti del PAD siano il risultato di una collaborazione piuttosto stretta con l'esercito si fa sempre più forte: l'aeroporto è una installazione cruciale per la sicurezza nazionale e l'esercito lo pattuglia regolarmente. Come è possibile che migliaia di militanti in giallo siano entrati così facilmente e si siano addirittura impossessati della torre di controllo?
- il pericolo di guerra civile questa volta è alto per una serie di motivi: lo scontro sta chiaramente dividendo la società thailandese in classi contrapposte, da una parte (semplificando) i poveri con il PPP, dall'altra i ricchi con il PAD; entrambe la fazioni sono armate; un governo post-golpe appoggiato dai militari sarebbe visto, più che in passato, come la nemesi del precedente e la maggioranza della popolazione si considererebbe (a torto o a ragione) a rischio ritorsione; sia un golpe, sia una decisione delle massime istanze giudiziarie contro il partito attualmente al potere sarebbero interpretati dal PPP come un sopruso intollerabile e scatenerebbero una contro-reazione di piazza dalle conseguenze imprevedibili. Insomma, il rebus thailandese sta diventando un problema serio.

25 nov 2008

Il rebus thailandese.



Negli ultimi due giorni l'opposizione del PAD (People Alliance for Democracy) ha nell'ordine: bloccato il parlamento, convocato uno sciopero generale, assediato l'aeroporto provocando la sospensione dei voli e cominciato una guerriglia urbana con tanto di armi da fuoco. Eppure la sua protesta va perdendo peso e stancando l'opinione pubblica. Non è una battaglia tra forze democratiche e una classe politica arroccata al potere: è lo scontro tra una élite provvisoriamente senza governo e un governo provvisoriamente senza élites. Da una parte professionisti, filo-monarchici, amici dei militari e fautori del corporativismo parlamentare (il PAD), dall'altra i prestanome di Thaksin (che cerca asilo all'estero) e la Thailanda rurale e proletaria che si riconosce nel peronismo in salsa asiatica di un magnate delle comunicazioni.
Precedenti articoli:
Thailandia, un copione gattopardesco
;
Thailandia, il ritorno dell'uomo della provvidenza
;
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