23 sept 2010

Turchia. I riflessi della diversità.



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Altri album di viaggio qui e qui.
Maldive. Il mare della tranquillità.



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Dubai. Gli spigoli della distanza.



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30 jul 2010

Memento prohibere semper. Dell’erosione degli spazi del dibattito pubblico e del disconoscimento dei diritti delle minoranze ad opera del politicamente corretto: stavolta è toccato alle corride. La prossima?
Il modello editoriale del futuro/39. Aria di celebrazione tra i compagni del Post. 

28 jul 2010

Radical-fascio. Quello di prima è un pezzo che trovate sul Foglio ma non leggerete mai sul Post. A voi le riflessioni del caso.
Update. Sul Post, puntualissimo, l’editoriale anti-Langone di Flavia Perina. Da ridere.
Fascio. Camillo Langone ci ricorda quale sia l’ambiente intellettuale della destra post-fascista italiana tra XX e XXI secolo. 

27 jul 2010

Juden. Giulio Meotti ci ricorda quale sia l’ambiente intellettuale in Europa all’inizio del XXI secolo.

23 jul 2010

Due popoli, due Guinness. Ma non erano tutti denutriti?

22 jul 2010

Il modello editoriale del futuro/38. Ma tra inventarsi le interviste alla Debenedetti e copiare gli articoli alla Sofri, secondo voi, cosa si avvicina di più al concetto di giornalismo?

21 jul 2010

Due popoli, due supermercati. I tremendi risultati del blocco israeliano a Gaza.
La fine del sogno cinese? Pare che qualcuno si stia lentamente risvegliando.
I dissociati. Era solo in questione il quando, ma non il che né il come. E’ già arrivata l’immancabile lettera della docente scandalizzata dalla cerimonia di laurea della figlia del premier. E’ sciocca e banale, come solo un documento scritto da un accademico irregimentato può essere. L’intelligentsia agisce ormai in base ad un prevedibile meccanismo di azione-reazione, un riflesso condizionato che fa sbavare i soloni appena sentono quel nome. Fate ridere assai.

15 jul 2010

Il pregiudizio anti-religioso/3. Nel tentativo di eliminare l’elemento religioso dalla categoria dei fenomeni sociali, i laicisti finiscono per cadere nell’eccesso opposto, quello di sopravvalutare l’influenza che la religione esercita sugli individui, sulle comunità e sulle istituzioni. Questa tendenza va oltre la condanna della religione cattolica (che, come si è visto, dipende nella maggior parte dei casi da riflessi condizionati anti-capitalisti e anti-occidentali) e si estende ad altre religioni storiche, principalmente all’ebraismo e all’Islam. La stessa lettura delle vicende geopolitiche internazionali ne esce falsata. E’ frequente ad esempio, nell’interpretazione degli avvenimenti in medioriente, cadere nella semplificazione secondo cui il decennale scontro tra Israele e i suoi vicini rientrerebbe nella casistica della lotta fra integralismi religiosi uguali e contrari. Di nuovo, la religione come causa di tutti i mali. Questa visione ha il grande merito, agli occhi dei suoi fautori, di risparmiare l’analisi delle dinamiche politiche e sociali interne ai paesi coinvolti e di evitare paragoni che potrebbero risultare non in linea con i dogmi del politicamente corretto. Se faccio notare che Israele è una democrazia nella quale vivono centinaia di migliaia di cittadini di origine araba mentre i suoi vicini sono generalmente dittature nel cui territorio non posso nemmeno mettere piede se sul mio passaporto c’è un timbro israeliano, normalmente verrò accusato di imperialismo e sionismo. Ma se accomuno in un’unica censura il fanatismo religioso dei rabbini con le invocazioni filo-terroriste degli imam, allora ho qualche possibilità di essere ascoltato e preso sul serio. Prendiamo poi il caso della (defunta) strategia americana di diffusione della democrazia in medioriente. Ci sono diversi modi di rifiutarne metodi e finalità: dire che è tutta una montatura per coprire interessi geo-strategici ed economici, tacciarla di imperialismo e di militarismo, presentarla come una nuova crociata e così via. Ma esiste anche forma più subdola di denigrazione, quella che fa leva sull’irriformabilità dell’Islam, sull’impossibilità per le società musulmane di raggiungere livelli di sviluppo politico e sociale paragonabili a quelli occidentali. E’ inutile tentare di democratizzare paesi condannati per l’eternità al medioevo islamico. Ancora una volta, non sarebbe la struttura autocratica e illiberale delle società coinvolte a impedirne l’affrancamento, ma il peso della religione sulla vita dei cittadini. Non varrebbe la pena, in sostanza, cercare di aprire al mondo popoli soggetti alla dittatura e alla repressione, in quanto l’elemento religioso finirebbe sempre per prevalere, impedendo qualsiasi evoluzione. Pensiero consolante e vagamente razzista. Pensiero che assegna alla religione un ruolo totalizzante e ai principi della democrazia liberale una funzione del tutto marginale. Pensiero proprio di chi non crede che l’individuo possa trasformarsi nel motore del cambiamento. Se l’Islam è il problema maggiore, la tirannia, le camere di tortura, l’assenza delle libertà fondamentali diventano automaticamente questioni secondarie. Non ha senso scomodarsi per aprire società chiuse se alla fine la chiusura dipende dalla religione e non dalle ideologie totalitarie che ne determinano la radicalizzazione. In questa inversione delle responsabilità sta l’ennesima manipolazione su cui il pregiudizio anti-religioso fonda la sua presunta legittimità. Come ogni forma di discriminazione ha bisogno di presentare l’oggetto della sua disapprovazione in forma caricaturale, per guadagnare appoggio e visibilità. Ma, al contrario di altre forme di discriminazione, gode di un consenso sociale generalizzato e aumenta progressivamente i suoi adepti. Insieme al politicamente corretto, di cui è manifestazione preminente, sarà probabilmente ricordato tra qualche decennio come un esempio paradigmatico dell’impazzimento ideologico che ha caratterizzato la società occidentale tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo (fine).