21 feb 2009

Amici in cinque minuti. Parleremo più approfonditamente della prima uscita di Hillary Clinton in Asia. Per adesso basti questa stretta di mano:



Si è chiaccherato di economia e di cambio climatico. Fa fine e non impegna:

The United States and China glossed over differences on human rights as they pledged here on Saturday to work more closely in tackling the global economic crisis and climate change.
Un piccolo problema di ordine pubblico non ha turbato la cordialità della visita:
More than a dozen Chinese dissidents have been questioned, followed or detained during U.S. Secretary of State Hillary Clinton's weekend visit to Beijing, fellow activists said Saturday.
The stepped-up controls come as international human rights groups expressed outrage over a statement by Clinton ahead of her Friday arrival that issues such as climate change, the world financial crisis and North Korea would likely take precedence over traditional U.S. concerns about human rights in her discussions.

19 feb 2009

Corea del Nord. Una tragedia evitata?



Lo scorso giugno la Corea del Nord si trovava, secondo alcuni riconosciuti esperti, sull'orlo di una nuova carestia. I prezzi degli alimenti erano esplosi e la scarsità di cibo stava provocando le prime morti nelle campagne, soprattutto nel nord-est del paese. Si descrivevano scene già viste dieci anni prima durante la grande fame che uccise da uno a due milioni di persone. Famiglie costrette a mangiare erbe, rinascita del mercato nero e perfino rivolte più o meno estese nei centri urbani ed in alcune fabbriche. Ma soprattutto i granai dell'esercito erano vuoti e i militari, la prima linea del potere di Kim Jong Il, mostravano segnali di insofferenza che in alcuni casi sfioravano l'insubordinazione. Anche nella capitale Pyongyang, dove le classi dirigenti vivono al riparo dalle avversità che quotidianamente colpiscono il resto della popolazione, le razioni alimentari avevano subito una brusca riduzione. Oggi, otto mesi dopo, gli stessi esperti constatano che la temuta carestia non si è prodotta e che addirittura i prezzi del riso, alimento essenziale nella scarna dieta dei nordcoreani, stanno sensibilmente diminuendo: in media, rispetto a due mesi fa, un chilogrammo di riso costa 300-400 won in meno, un quinto del totale. Cosa è accaduto? Erano sbagliate le previsioni catastrofiste o il regime è corso ai ripari? In effetti gli elementi per una ripetizione della crisi alimentare c'erano tutti, non ultima una serie di inondazioni che avevano devastato parte dei raccolti nel 2007 lasciando allo scoperto milioni di persone. Ma probabilmente - e quando si parla di Corea del Nord il condizionale diventa imperativo - il rischio di una rivolta dell'esercito ha fatto scattare l'allarme nei palazzi del potere, in cui in questi mesi peraltro ha comandato non si sa bene chi, causa malattia del Caro Leader. E' successo allora che il governo ha deciso di comprare cibo, convertendo i proventi dell'export in alimenti e sopperendo in questo modo alla carenza interna. Informa la stazione Open Radio, che trasmette illegalmente in alcune zone di territorio nordcoreano, che a gennaio è arrivato il primo carico di 500 tonnellate di riso dalla Cina, acquistato con una sorta di baratto sulle materie prime esportate. "Il carbone - si legge sul sito web della stazione - è normalmente venduto per l'equivalente di 65 $ per tonnellata ma l'importo guadagnato con queste transazioni è in questo momento convertito in cibo e trasportato in Corea. Per 7,5 tonnellate di carbone si ottiene una tonnellata di riso". Questo riso non è destinato a nutrire direttamente la popolazione ma piuttosto a soddisfare le necessità dell'esercito. Il risultato finale è lo stesso, considerato che la paura di confische per mantenere fedeli i militari era stata una delle cause principali dell'impazzimento dei prezzi nei mesi scorsi: "Il riso - leggiamo ancora - è immagazzinato per l'emergenza e non viene venduto nei mercati ai cittadini. Sembra che queste attività siano finalizzate a creare scorte per i soldati in preparazione di un inasprimento delle ostilità fra nord e sud". E' quindi probabile che la Corea del nord, nel ripristinare una situazione alimentare accettabile, abbia comunque come primo obiettivo la compattezza delle truppe in vista di uno scontro con il sud. Potrebbe sembrare fantascienza ma vista la retorica e soprattutto la natura del regime di Pyongyang non lo è affatto. Proprio in occasione del viaggio di Hillary Clinton, i comunisti hanno alzato il livello dello scontro, minacciando il lancio di nuovi missili e sfidando apertamente Seoul. Che Kim Jong Il si stia davvero preparando per la guerra o meno, è certo che l'importazione di cibo ha determinato una drastica riduzione dei prezzi e scongiurato per il momento la carestia. A questo elemento si devono aggiungere un raccolto 2008 certamente superiore al previsto e un verosimile aumento di aiuti provenienti dagli Stati Uniti (nonostante lo stallo sul nucleare) e dalla Cina. Il quadro ad oggi, se non stabile, è almeno quello di una tragedia evitata. Interessante comunque notare alcune dinamiche interne all'economia nordcoreana che dimostrano tutta la nocività di una politica di controllo assoluto dello stato sull'economia. Quando parliamo di mercati nel caso nordcoreano non dobbiamo pensare ad un giro di compravendite o di transazioni nemmeno lontanamente paragonabile a quello cui siamo abituati. Stiamo invece ragionando su attività economiche il più delle volte improvvisate, createsi in maniera spontanea, per necessità o disperazione, al di fuori dei vincoli della pianificazione statale, quasi sempre represse e a volte tollerate in situazioni di particolare emergenza. Una valvola di sfogo naturale, l'unica possibile, per una popolazione costantemente alle prese con problemi di sussistenza. Queste attività, quando raggiungono livelli di diffusione che il regime considera suscettibili di sfuggire al suo controllo, vengono schiacciate senza troppi patemi. E'successo più volte negli ultimi anni e, nota ancora Open Radio, è stato proprio in occasione di queste ondate repressive che i prezzi alimentari sono schizzati verso l'alto: "L'aumento del prezzo del riso nell'ottobre 2005 fu influenzato dall'annuncio del governo di ritornare al vecchio sistema di razionamento del cibo. Nel maggio 2006 il governo riprese il controllo dei mercati con il pretesto di piantare più riso e provocarne un innalzamento del prezzo. Nell'agosto 2007, quando vennero lanciate diverse campagne di controllo dei mercati sotto lo slogan "Sconfiggiamo gli elementi antisocialisti", il prezzo del riso crebbe di nuovo drasticamente. Infine, nell'aprile scorso anno, ha toccato il tetto dei 4000 won al chilogrammo, una quota senza precedenti. Durante questo periodo sono state adottate misure che limitavano l'età delle donne nei mercati". Insomma, solo nei rari e brevi momenti in cui una società totalmente oppressa ha trovato la forza di sfidare le regole, l'economia ha respirato. Per il resto sono stati sessant'anni di catastrofi e arretratezza, in uno dei più folli esperimenti sociali mai concepiti.

6 feb 2009

L'angelo (e il diavolo nei dettagli).



Angelina Jolie visita un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.



Angelina Jolie si fa fotografare in un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.

3 feb 2009

L'incredibile e triste storia. Se solo esistesse una comunità internazionale, le cose si metterebbero malissimo per la Thailandia:
Indonesian authorities found 198 refugees from Myanmar early Tuesday off the country's west coast who claimed they had been drifting in a wooden boat for three weeks after being set adrift by Thai military forces.
A survivor told Indonesian immigration officials that his boat was part of a group of boats carrying about 1,200 people who were cast out to sea by Thai military forces who had found them.
"They were part of the nine boats containing Rohingya refugees from Myanmar and Bangladesh that were set adrift by the Thai security forces," said Iwan Riyanto, an Indonesian immigration official.
Qui c'è la foto (il reportage è di Dan Rivers della CNN) di quando i militari thailandesi tagliano la corda dell'imbarcazione piena di Rohingya.

2 feb 2009

Charta 08. Gutta cavat lapidem.



Che il fruscio sottile dei fogli su cui è stata scritta (fogli virtuali in questo caso) avrebbe propagato l'effetto della Charta 08 oltre la cortina di ferro che avvolge la società cinese non era così difficile prevederlo, a meno di non essere scettici inguaribili sulle possibilità dello spirito umano. Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente. La dichiarazione dei trecento ufficialmente non esiste ma di fatto comincia  far parlare di sé, anche se in negativo, anche se per contrapposizione. Il potere sente la pressione ed affida alle sue istituzioni culturali (che sono prima di tutto politiche) il compito di disinnescare le micce, prima che il fuoco si alimenti della sua stessa forza. Curioso e significativo il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino, prima che iniziassero le vacanze per l'anno nuovo cinese. Un documento in quattro punti, distribuito agli studenti, che informa di una "riunione di emergenza" del comitato universitario del Partito e della Lega della Gioventù per discutere della Charta 08 (nominata testualmente). Seguono le raccomandazioni del caso:
1) Gli studenti devono avere ben chiaro di che cosa si tratta: attività anti-partitica e anti-socialista;
2) Come membri del Partito gli studenti devono riaffermare la leadership dello stesso, mantenere un'attitudine mentale cristallina e boicottare tentativi di destabilizzazione. Echi di Tiananmen, quando i comunicati invitavano gli studenti a lasciar perdere, a tornare nelle loro aule, a non occuparsi di materie estranee alla loro competenza. "Non dovrebbero seguire - continua il comunicato - ciecamente le azioni della massa (allora esiste una massa?) , né distribuire informazioni dannose attraverso i media e altri canali di comunicazione";
3) Gli studenti devono mantenere una vigilanza attiva (significa fare le spie nel linguaggio decrittato) sui loro colleghi e compagni di lezione al fine di preservare "l'armonia e la stabilità del paese". Qui si passa ad un esplicito invito alla delazione, comune nell'ambiente accademico cinese. Si ricordi il caso del professor Yang Shiqun, denunciato da alcuni suoi studenti per i contenuti delle sue lezioni, considerati contrari al governo e alla tradizione cinese. Qui emergono le radici di quel comportamento ma anche il livello di controllo che le autorità pretendono di esercitare sulle istituzioni scolastiche e il grado di fedeltà richiesto al corpo studentesco. Un organismo solo, una società compatta nella denuncia di influenze che ne possano compromettere la sbandierata "armonia": dal Partito, all'Università, alla Gioventù. La Cina del 2009 usa metodi più sofisticati ma la sostanza del messaggio è la stessa di 40 anni fa;
4) Se gli studenti vengono a conoscenza di situazioni dubbie, devono inmediatamente riferirlo all'organizzazione del Partito. Cellule di trasmissione delle informazioni, burattini in mano ai grandi burattinai chiusi a Zhongnanhai. Poi il comunicato orwelliano termina con un incredibile augurio di splendide vacanze, come se avesse appena annunciato le date degli esami. 
Dall'università alla casa di Bao Tong, 76 anni, ex collaboratore di Zhao Zyiang, prima che questi cadesse in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen. Con lui era caduto anche Bao, sette anni di carcere, per diffusione di segreti di stato e propaganda controrivoluzionaria, l'accusa che è piombata su tutti i martiri della protesta repressa dai carri armati del regime. Da allora ha vissuto come un dissidente, "la prigione mi ha aperto gli occhi e la mente" dice a chi gli chiede un giudizio su quegli anni. Al punto che Bao è stato uno dei firmatari più autorevoli della Charta 08 e per questo la polizia l'ha interrogato come centinaia di altri valorosi ma non ha infierito su di lui, in considerazione del suo passato organico. Chi di voi ha un po' di dimestichezza con le voci del dissenso cinese lo conoscerà: spesso su Asia News compaiono suoi scritti e con frequenza rilascia interviste e commenti a Radio Free Asia. L'inviato di Time è andato a trovarlo a Pechino, dove vive praticamente agli arresti, costantemente sorvegliato e registrato. "Ho firmato la Charta percorreggere il mio errore di 60 anni fa", fa sapere riferendosi a quando aveva deciso di aderire al Partito Comunista Cinese per imporre "il leninismo con la violenza". La dichiarazione è un atto di patriottismo - sostiene -, rovesciando così l'accusa di comportamento antipatriottico che le autorità hanno riversato sugli autori del testo. A chi gli fa notare che forse non era il momento, viste le difficoltà economiche che stanno oscurando il cielo cinese, Bao risponde che proprio questo è il contesto favorevole ai cambiamenti, e che solo la riforma politica può far uscire davvero la Cina dalla crisi. D'altra parte, aggiungo io, per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare.
Ad aver perso ogni speranza nell'autoriforma del sistema (e forse basta conoscere gli elementi essenziali della storia del comunismo per sapere che partito e riforme sono concetti incompatibili) è il professor Xu Youyu, dell'Universita di Scienze Politiche, centro della strategia di indottrinamento cultural-politico del regime. Nonostante le intimidazioni seguite alla firma del documento, lui continua diritto per la sua strada. Non crede alla democrazia alla cinese, scudo dietro al quale i mandarini si riparano dal vento del cambiamento. L'ha sentito Richard Spencer del Daily Telegraph, una delle poche testate occidentali che si sono prese il disturbo di seguire quel che sta avvenendo all'interno della dissidenza cinese dopo la pubblicazione della Charta. "Non si può essere ottimisti per il futuro - confessa il professore - non resta che chiamarsi fuori e mantenere una posizione di rigore intellettuale in difesa di certi principi". Sulla falsa contrapposizione tra universalità dei diritti umani e occidentalità degli stessi, Xu è categorico : "A chi mi nega il valore universale dei diritti chiedo se sta parlando seriamente".

26 ene 2009

Inauguration D-etail. Per i feticisti delle cerimonie. Qui trovate tutto, perfino i peli nel naso dei presenti.

20 ene 2009

Un paese meraviglioso.


The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness.

19 ene 2009

Un abbraccio. Gli hanno schiantato addosso quattro aerei e lui ha risposto piantando la democrazia liberale in mezzo al deserto. Lo hanno insultato come mai nessuno prima e lui ha riscattato sessanta milioni di persone da due tirannie intollerabili. Errori ne ha commessi, grandi come i suoi propositi. In un mondo normale sarebbe un eroe, in quest'altro mondo lo hanno trattato da villano. Io gli ho voluto bene e ci tengo che resti scritto.



Five days from now, the world will witness the vitality of American democracy. In a tradition dating back to our founding, the presidency will pass to a successor chosen by you, the American people. Standing on the steps of the Capitol will be a man whose history reflects the enduring promise of our land. This is a moment of hope and pride for our whole nation. And I join all Americans in offering best wishes to President-Elect Obama, his wife Michelle, and their two beautiful girls.

In the 21st century, security and prosperity at home depend on the expansion of liberty abroad. If America does not lead the cause of freedom, that cause will not be led.

18 ene 2009

Charta 08. Un'analisi. Articolo molto lungo.
Vorrei provare ad analizzare il contenuto e le implicazioni politiche della Charta 08, il documento firmato da almeno duemila (ma c’è chi dice settemila) cittadini cinesi in favore dell'instaurazione di un regime democratico e rispettoso dei diritti umani in Cina. Tra di loro attivisti, intellettuali, leaders rurali, avvocati, professori e perfino funzionari del partito di livello intermedio. La carta è stata resa nota il 10 dicembre, in occasione dell'anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, e si basa sull'analoga esperienza della Charta 77, il manifesto della dissidenza cecoslovacca, attorno a cui si costituì quel nucleo di resistenza che avrebbe portato dodici anni dopo alla fine del regime a partito unico. Proprio il superamento del monopolio politico del PCC e la costituzione di un gruppo informale di cittadini che si richiamano ai principi della carta sono i due campanelli d'allarme più preoccupanti per la dirigenza cinese. Esaminiamo nel dettaglio prima il testo del documento, poi la reazione del governo e infine le conseguenze che la Charta 08 potrebbe avere sul futuro della Cina.
In rete, dove il documento è stato diffuso, circolano due traduzioni del testo, la prima del giornalista Perry Link pubblicata sulla New York Review of Books, la seconda sul sito dell’organizzazione Human Rights in China. Pare che Link abbia fatto riferimento ad una prima bozza del documento, mentre quella di HRC sarebbe la versione definitiva, leggermente riveduta prima della pubblicazione. A livello di contenuti non vi sono differenze sostanziali tra i due scritti, fatta eccezione per un riferimento esplicito al massacro di piazza Tiananmen contenuto nel preambolo, che scompare nel testo finale, forse in seguito all’arresto preventivo di Liu Xiaobo (noto dissidente attivo fin dall’89 e primo firmatario della dichiarazione) avvenuto due giorni prima della sua diffusione. Farò riferimento alla versione di HRC, se non altro perché più sobria e per enfatizzare c’è sempre tempo. La Charta 08 si divide in tre sezioni: un lungo preambolo (forse la parte nel complesso più significativa), una dichiarazione di principi fondamentali e infine una serie di proposte. Dico subito che a mio avviso si tratta del documento più significativo mai prodotto dagli oppositori al regime comunista cinese, innanzitutto per il richiamo esplicito alla tradizione liberale e illuminista del costituzionalismo occidentale che pervade tutta la stesura e poi per il salto di qualità che suppone il non limitarsi ad esigere un processo riformatore interno al regime ma il proclamare la necessità di un suo superamento. I coraggiosi sottoscrittori certamente non incitano alla rivolta ma dichiarano esplicitamente di lavorare per una rivoluzione politica finalizzata all’instaurazione di una democrazia liberale al posto del partito-stato. Al di là delle conseguenza che a breve termine la Charta potrebbe avere (e a mio avviso non c’è dubbio che a lungo termine ne avrà di decisive), questo è già di per sé un fatto storico, una pietra miliare nella lotta per il riscatto civile del popolo cinese.

Il testo
- Il preambolo comincia con un riferimento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, alla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici firmata anche dalla Cina e alla breve ma intensa esperienza del muro della democrazia, che per quasi un anno animò le spente strade di una Pechino che stava faticosamente provando a recuperarsi dall’incubo maoista. Segue immediatamente il riconoscimento della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti umani come “principi comuni e universali condivisi dall’intera umanità” e della democrazia e del governo costituzionale come strutture politiche essenziali alla protezione di questi valori fondamentali. Tradizione liberale allo stato puro ed anche il rifiuto netto di quella strana teoria, tanto cara agli autocrati e purtroppo accettata perfino da buona parte dell’opinione pubblica occidentale, secondo la quale esisterebbe una via cinese alla democrazia, un sistema alternativo di valori adattato alla realtà asiatica. La Charta fa piazza pulita di questa forma di paternalismo peloso e trasversale: solo la democrazia liberale è in grado di garantire i diritti e le libertà fondamentali dell’individuo; ogni versione riveduta e corretta altro non è che una scusa per non cambiare.
Quale direzione prenderà la Cina del XXI secolo, si chiedono gli autori? Continuerà la sua “modernizzazione” all’interno di un sistema autoritario o riconoscerà i valori universali (di nuovo torna l’insistenza sul concetto di universalità dei diritti) aggiungendosi al novero delle nazioni civilizzate e costruendo un sistema politico democratico? Mi fermo ancora perché è importante estrapolare i concetti. Qui ce ne sono due: il primo è che quella cinese è una crescita economica senza una reale modernizzazione, perché solo una società aperta, in cui i cittadini possano liberamente esercitare le loro prerogative può consentire ad una nazione in via di sviluppo di diventare definitivamente un paese moderno; il secondo è che l’idea di civiltà deve essere intimamente legata al rispetto dei principi di libertà ed uguaglianza e dei diritti umani, e che in assenza di queste condizioni essenziali non si può parlare di contesto civile. Alla faccia di tutti i relativismi. Il preambolo prosegue con un rapido excursus dei regimi che dal XIX secolo ad oggi hanno governato la Cina. Quando arrivano alla vittoria dei comunisti del ’49 i firmatari denunciano “l’abisso totalitario” che da quegli eventi è derivato, responsabile di una “serie di catastrofi umanitarie” come la Campagna contro gli elementi di destra, il Grande balzo in avanti, la Rivoluzione culturale e, sacrilegio, il 4 giugno, ovvero la data del massacro di piazza Tiananmen che compare qui nel testo per la prima e unica volta.
Pur riconoscendo che le riforme economiche del post-maoismo hanno portato ad un miglioramento delle condizioni sociali per una parte significativa della popolazione, i redattori constatano che il potere è rimasto arroccato alle sue posizioni di privilegio e di monopolio, rifiutando qualsiasi cambiamento significativo dal punto di vista politico: “in Cina ci sono molte leggi ma non esiste uno stato di diritto, c’è una costituzione ma non un governo costituzionale”, e soprattutto c’è un blocco di potere che “insiste nel perpetuare il regime autoritario”. Da qui la corruzione diffusa, il declino dell’etica, la polarizzazione sociale e lo sviluppo economico diseguale, l’impunità delle classi dirigenti. E ancora la mancata protezione della proprietà e gli ostacoli che il potere oppone alla "ricerca della felicità" (avete letto bene, la Charta prende a prestito l’esatta espressione della Dichiarazione di Indipendenza del 1776), con il progressivo aumento dei conflitti sociali per l’intensificarsi dell’ostilità tra ufficiali del governo e popolazione. Il cambiamento – conclude il preambolo – non è più rinviabile.
- La seconda parte del documento è dedicata all'enunciazione dei principi ispiratori della Charta. Al primo posto la libertà, declinata secondo il paradigma delle libertà negative, le libertà dallo stato: espressione, stampa, religione, riunione, movimento, protesta. Senza libertà non c'è civiltà possibile. La difesa dei diritti umani si richiama espressamente alla tradizione giusnaturalistica: i diritti non sono concessi dallo stato ma inerenti alla persona umana fin dalla nascita. Lo stato esiste solo per garantire la protezione di questi diritti ed il loro libero esercizio. Basterebbe questo enunciato da solo ad aprire e chiudere l'intera dichiarazione. Si tratta della più netta difesa dell'universalità dei diritti umani mai pronunciata in territorio cinese. Un concetto di per sé così evidente che risulta incomprensibile come possa essere messo continuamente in discussione non solo (ovviamente) dal potere costituito, ma anche da ampi settori all'interno della stessa popolazione cinese (e qui i motivi possono essere molteplici) e da buona parte dell'opinione pubblica occidentale (in questo caso si tratta invece solo di cattiva coscienza o ignoranza). Poi l'uguaglianza, degli individui tra di loro e di fronte alla legge. Si parla sempre di singoli, mai di comunità, il messaggio è rivoluzionario per la Cina. L'uguaglianza è nei diritti, non necessariamente nelle condizioni, nelle situazioni di partenza, non in quelle finali. Il repubblicanesimo, inteso come bilanciamento dei poteri tra i diversi organi dello stato e degli interessi dei diversi gruppi sociali, che devono poter esprimersi in un clima di giustizia e correttezza istituzionale. La democrazia, il governo "dal popolo, attraverso il popolo, per il popolo". La sovranità popolare è l'unica fonte di legittimazione delle classi dirigenti. Le mura di Zhongnanhai registrano a questo punto una scossa. Solo i cittadini e non il partito che ne ha sequestrato le prerogative politiche possono decidere chi li governerà. Diritto di voto, elezioni regolari e rispetto delle minoranze. Infine il costituzionalismo, il riconoscimento delle libertà e dei diritti e la loro protezione all'interno della costituzione, ma soprattutto una chiara definizione dei limiti dell'azione governativa, sottoposta anch'essa alle regole dello stato di diritto. Il contrario di quanto sta avvenendo nella Cina attuale. Occore passare - chiosano gli autori - da un sistema in cui il cittadino si affida totalmente alla benevolenza dei suoi governanti, ad un contesto in cui egli diventi protagonista in prima persona dello sviluppo della nazione in cui vive, sviluppando una coscienza civile in un contesto in cui i diritti corrispondano alle responsabilità. L'autoritarismo è in declino ovunque - si nota - e anche per la Cina deve finire l'era dei poteri imperiali, dell'assolutismo di qualsiasi colore.
- Da qui una serie di proposte che costituiscono la terza ed ultima parte del documento. Sono 17 punti, alcuni dei quali forse entrano troppo nel dettaglio rischiando di attenuarne la solennità, più proposte elettorali che dichiarazioni di principio: parlo ad esempio della riforma fiscale (che però contiene il fondamentale principio della no taxation without representation), della protezione dell'ambiente o della creazione di una repubblica federale (una prospettiva al momento difficilmente concretizzabile). Ma questa sezione contiene altri elementi di portata dirompente. L'abolizione di tutte quelle disposizioni costituzionali non in linea con il principio della sovranità popolare: in pratica la cesura drastica con i pilastri che reggono attualmente l'edificio del regime. Il principio della separazione dei poteri e la chiara definizione dell'autorità del potere centrale, sia in chiave politico-amministrativa che territoriale. L'elezione diretta di tutti i corpi legislativi. Altro che voto a livello di villaggi, pratica truffaldina su cui si sta costruendo una letteratura scandalosamente apologetica volta ad accreditare una presunta volontà riformatrice dei gerarchi del PCC. L'indipendenza del potere giudiziario dai diktat del partito e la conseguente abolizione di quei Comitati Politici e Legislativi attraverso cui la struttura di potere controlla e condiziona l'amministrazione della giustizia. Primo avviso ai naviganti. Sottrazione delle forze armate al controllo del partito. L'esercito deve rispondere solo alla costituzione e mantenere la neutralità, così come gli altri corpi di pubblica sicurezza a cominciare dalla polizia. Divieto di discriminazioni tra i pubblici ufficiali a seconda dell'appartenenza politica. Secondo avviso ai naviganti. Creazione di una commissione per i diritti umani contro gli abusi del potere (in uno stato di diritto però dovrebbero bastare i tribunali ordinari, almeno in teoria); abolizione del sistema carcerario chiamato rieducazione attraverso il lavoro, uno dei cardini dell'arcipelago-gulag cinese. Elezione dei pubblici ufficiali secondo il principio una persona un voto. Abolizione dell'attuale sistema di registrazione per i lavoratori che dalle campagne si trasferiscono nelle città, fonte di palesi disuguagliaze tra cittadini. Garanzia della libertà di associazione, articolo fondamentale della dichiarazione: abolizione del divieto di formazione di partiti politici (terzo avviso ai naviganti) e fine del monopolio politico del partito unico (quarto e definitivo avviso, nave affondata). Nessun infingimento, nessuna blandizie. La dittatura di una élite deve lasciare il posto alla libera concorrenza fra idee e schieramenti. Non esistono alternative credibili per il futuro democratico della Cina. Libertà di assemblea, di religione e di espressione: "la pratica di considerare le parole come crimini non è più accettabile". Le ultime osservazioni riguardano altri due fattori assai controversi nell'attuale situazione politico-sociale del paese: il primo è l'educazione, attualmente al servizio dell'ideologia del partito-stato, da riformare in senso liberale; il secondo è la protezione della proprietà, formalmente riconosciuta nella costituzione ma di fatto continuamente oggetto di provvedimenti abusivi da parte delle autorità: è necessario che si costruisca un'economia di mercato realmente libera e aperta alla partecipazione di tutti i soggetti (un'implicita denuncia del capitalismo di stato e dei monopoli economici ed amministrativi che determinano e condizionano la crescita dell'economia cinese) e che si avvii una riforma agraria finalizzata alla privatizzazione delle terre. Rilevante anche il richiamo conclusivo all'esigenza di ristabilire la verità storica, compensare moralmente ed economicamente le vittime delle persecuzioni politiche e liberare tutti i prigionieri di coscienza. Non c'è libertà senza giustizia, non c'è riconciliazione senza verità, questo il messaggio dei trecento (e più) coraggiosi. "Oggi la Cina resta l'unica tra le grandi nazioni a rimanere infangata in politiche autoritarie, ciò che non solo condiziona lo sviluppo cinese ma limita anche il progresso dell'intera civiltà umana". Per cui, prosegue il testo, "ci auguriamo che tutti i cittadini che provino un senso di crisi, di responsabilità e di missione simile al nostro mettano da parte le differenze ed abbraccino gli ampi obiettivi di questo movimento di cittadini".

La reazione del governo
L'accenno finale al movimento non è causale, come già spiegato all'inizio. Era un movimento civico aperto quello nato intorno alla Charta 77 della dissidenza cecoslovacca: almeno nelle intenzioni dei suoi promotori è questo il cammino da seguire in Cina. Non un partito, non un gruppo ristretto di intellettuali, ma una piattaforma attorno a cui si possano riunire sensibilità molteplici, accomunate dal fine ultimo della democratizzazione del paese. Proprio attorno a questa temuta prospettiva si stanno concentrando gli sforzi delle autorità cinesi per disinnescare la miccia della potenziale ribellione. Sono stati più di cento i firmatari della Charta ad essere fermati e interrogati dal 6 dicembre ad oggi. Le modalità d’azione del regime sono significative. Le persone implicate vengono avvicinate per strada, prelevate dalla propria abitazione, avvisate per telefono e successivamente sottoposte ad una serie di domande sull’identità dei promotori, sui motivi della sottoscrizione, sulle tattiche di coinvolgimento della popolazione: segue poi la minaccia di ritorsione in caso di mancato ritiro della firma. E’ successo, spiega lo stesso Perry Link, allo scrittore Wen Kejian, cui gli agenti del regime hanno fatto sapere che la Charta costituiva “un fatto di estrema gravità”; è successo a Zhao Dagong, anche lui scrittore, considerato responsabile della diffusione del documento nell’area di Shenzhen; ma è successo anche a Zhang Zuhua, a Pechino, cui hanno perquisito la casa, confiscando libri, passaporti e computers e svuotato il conto in banca. E poi a Pu Zhiqiang, avvocato, e a Jiang Qisheng, filosofo, e a Gao Yu, giornalista, e a Teng Biao, anche lui avvocato. Poi c’è la storia di Xu Youyu, professore di filosofia all’Accademia Cinese di Scienze Sociali, vero e proprio laboratorio di idee del partito. Xu ha scritto una lettera aperta, anch’essa diffusa su Internet, in cui denunciava le pressioni dei superiori affinché ritirasse il suo appoggio alla Charta, in quanto "contro la legge e la costituzione". Ex guardia rossa, convertitosi all’anticomunismo (uno che lo conosce bene insomma), il professore ha gentilmente declinato l’invito qualificando apertamente come insensate le minacce dei suoi superiori. “A tutti i firmatari – ha spiegato – sarà vietata la pubblicazione dei loro lavori in patria. E certamente, quando sono seduto a casa mia, aspetto sempre da un momento all’altro l’arrivo della polizia”. Sembra che le autorità cerchino principalmente informazioni per rompere quella rete di contatti che unisce i promotori della dichiarazione e che potrebbe costituire l’embrione di un gruppo di dissidenza attiva. Stanare i responsabili e intimidire il resto della popolazione per stroncare sul nascere qualunque movimento organizzato. E’ la soglia intollerabile del dissenso organizzato quella che la Charta 08 ha superato: finché l’opposizione rimane una manifestazione personale ed isolata, si può chiudere un occhio. Quando però comincia ad essere condivisa, a diventare piattaforma politica, a riunire istanze diverse in una causa comune, allora scatta la repressione. E’ chiaro che in questa fase il regime predilige la sorveglianza e l’intimidazione perché la sua intenzione è risalire ai mandanti. Uno di questi è Liu Xiaobo, critico letterario ed attivista dai tempi di piazza Tiananmen, l’unico dei firmatari che sia stato finora arrestato: di lui non si sa nulla dall’8 dicembre, due giorni prima della pubblicazione. Le autorità non hanno informato delle ragioni e delle modalità della sua detenzione, né si conosce il suo luogo di detenzione attuale. Liu Xiaobo è una spina nel fianco del regime proprio perché il suo nome è intimamente legato ai fatti del 4 giugno di vent’anni fa, l’anniversario terribile per il partito-stato che mobiliterà la sua macchina da guerra per evitare qualsiasi commemorazione.

Le conseguenze della Charta
La generazione di democratici che si affaccia prepotentemente sulla scena con la Charta 08 nasce a Tiananmen, da quel movimento prende ispirazione, la dichiarazione di principi liberali di oggi è l’equivalente della statua della libertà che per settimane campeggiava sulla piazza prima della repressione. Ma anche la generazione che governa il paese deve, seppur per motivi opposti, a quegli eventi la sua attuale presenza sulla scena. Tiananmen, voluta e ordinata dall’intoccabile Deng Xiaoping, ha consegnato ai suoi successori (tra cui gli attuali dirigenti) una Cina normalizzata, ammutolita, impaurita. Quello che è successo dopo è storia e cronaca insieme, il patto col diavolo delle classi medie cinesi, la ricchezza per alcuni in cambio del silenzio di quasi tutti. Questo patto osceno oggi viene messo in discussione per la prima volta dalla Charta 08, elaborata e diffusa nel momento più difficile per un regime alle prese con una crisi economica difficilmente gestibile e con i conseguenti rischi di accentuazione dell’instabilità sociale. La dichiarazione rompe volutamente l’armonia imposta dall’alto e manda in scena una storia diversa: la sfida frontale di un gruppo di persone di diversa estrazione sociale e culturale ad una casta onnipotente. Che ne ha paura e reagisce dimostrandolo, dando la caccia a chi ha osato semplicemente esprimere pubblicamente un punto di vista diverso da quello ufficiale. E’ per questo che quello della diffusione reale del documento tra la popolazione cinese è un falso problema. Gli scettici e i critici fanno notare che si tratta pur sempre di un progetto élitario, incapace di far breccia nel cittadino comune, sia egli un esponente di quella classe media accomodata sia un lavoratore del proletariato urbano e rurale: quanti conoscono l’esistenza della Charta 08 in Cina? Probabilmente più di quanti si possa pensare visto che, anche se i censori hanno fatto di tutto per bandirlo, il testo è rintracciabile su Internet e la Cina è ormai il primo paese al mondo per numero di utenti della rete. Ma in ogni caso importa poco a questo punto della storia. La carta non ha come obiettivo il provocare una rivolta popolare a breve termine, ma quello di gettare nell’uniformato panorama della società civile cinese e in quello strettamente controllato della politica una pietra dello scandalo, un testo che parla di libertà dove c’è dittatura, di diritti umani dove ci sono carceri segrete, di libertà di espressione dove si va in galera per aver firmato un foglio, di pluralismo politico nel regno del partito unico. Vi sembra poco? L’impatto della coraggiosa iniziativa dei trecento si vedrà solo con il tempo: la goccia scava la pietra, la Charta 77 ebbe bisogno di più di un decennio per avere ragione della dittatura. Non si può sottovalutare il fatto che riunire migliaia di firme attorno ad un testo che parla apertamente di diritti e di cambio di regime nella Cina di oggi rappresenta già di per sé un atto eroico per le implicazioni personali che ne possono derivare. La Charta 08 non si limita a reagire ma propone, diventa documento programmatico, e gradualmente ma inevitabilmente si trasformerà in oggetto di dibattito, fuori ma anche – nonostante gli enormi ostacoli – all’interno del paese. E’ un peccato che la stampa occidentale non si sia ancora accorta della più importante azione in favore dei diritti umani mai realizzatasi in Cina. L’attenzione che i giornali dell’occidente democratico hanno dedicato al documento è stata quasi nulla, fatte salve pochissime eccezioni. Forse lo considerano la solita iniziativa velleitaria di un gruppo di intellettuali fuori dalla realtà, forse pensano che in poche settimane il regime sarà riuscito a cancellare ogni traccia e che non valga nemmeno la pensa di parlarne. Forse hanno solo timore di offendere i boss della superpotenza emergente. Forse tutto quel liberalismo, quei richiami espliciti alle storiche dichiarazioni del XVIII secolo non vanno attualmente molto di moda nelle redazioni. Però in Cina c’è chi sta rischiando grosso per rompere il silenzio e per far nascere un’alternativa alla stagnazione politica. C’e chi ha deciso di parlare per tutti quelli che non possono farlo. In Cina c’è chi dice no e spiega chiaramente perché. Forse varrebbe la pena dare un’occhiata.

14 ene 2009

Metropolis.



Tokyo, gennaio 2009.

24 dic 2008

Cina. C'è chi dice no.



La Cina celebra se stessa a trent'anni dall'inizio delle riforme economiche lanciate dal piccolo timoniere alla fine del 1978. Ne ha ben donde. Anche i più critici devono riconoscere che l'impresa di sollevare dalla povertà un terzo abbondante della popolazione è opera colossale. Ma la Cina non è ancora un paese moderno e non solo perché centinaia di milioni di persone non si sono accorte di quanto avvenuto. E' sul piano politico e ideologico che il ritardo accumulato appare al momento incolmabile a causa di una classe politica arroccata al potere e ossessionata dal controllo. E' stata la settimana degli arresti dei promotori della Carta 08, il manifesto della dissidenza che ha riunito più di tremila adesioni tra i diversi gruppi sociali del paese. Non solo intellettuali e attivisti politici ma anche classi medie e persino funzionari del partito, ciò che preoccupa non poco i dignitari di Zhongnanhai alle prese con un ingombrante ventennale, quello del massacro di Tiananmen, il 4 giugno prossimo. Ma altri episodi, apparentemente marginali e tuttavia significativi per capire il contesto socio-politico in cui si muove l'ex grande proletaria, si sono verificati di recente. Sono storie di ribellione civile ai tentativi di imporre il silenzio ai mezzi di comunicazione, una battaglia finora vinta con ampio margine dal regime ma sempre più difficile da condurre. Il primo caso è quello di una rivista economica della Mongolia interiore, la terza provincia cinese per estensione. L'ufficio regionale per le pubblicazioni e la stampa, organo del partito comunista, ha sospeso per tre mesi dalle pubblicazioni il China Business Post per un articolo in cui si denunciavano presunte malversazioni ad opera di una banca appartenente all'Agricultural Bank of China, uno dei colossi della finanza del paese. Fin qui tutto normale o quasi, vista la facilità sanzionatoria degli organismi ufficiali quando si tratta di questioni sensibili. La novità è rappresentata in questo caso dalla denuncia presentata davanti ad una corte locale dalla giornalista autrice dell'articolo, Cui Fan, contro l'organismo di vigilanza del partito. Un caso senza precedenti che, anche se ha ben poche possibilità di arrivare all'esame del tribunale, rappresenta una rottura con la sudditanza psicologica o la rinuncia a far valere le proprie prerogative che hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento della stampa di fronte alle intimidazioni e alle censure del potere. Cui Fan allega che le ragioni addotte per la sospensione e il provvedimento adottato non rispondono ad alcuna disposizione legale e che sono pertanto in contrasto con l'ordinamento giuridico cinese. E' una costante degli ultimi tempi questo richiamo alle leggi e alla costituzione da parte degli attivisti per la democrazia o in genere di coloro che non accettano supinamente i diktat del partito. Agire in base alla legalità vigente ha lo scopo di dimostrare che è il partito a non rispettare le sue stesse norme, che è il potere costituito a muoversi nell'illegalità. Si tratta di smascherare l'arbitrio e l'impunità che contraddistinguono gli atti delle autorità politiche ed amministrative in pregiudizio dei singoli cittadini. L'articolo, la sospensione e la conseguente denuncia arrivano in un momento particolarmente delicato per l'ABC, impegnata in un ampio processo di ristrutturazione interna a livello umano e finanziario. Ma invece di interpellare direttamente i tribunali, chiamandoli in causa per giudicare un presunto caso di diffamazione a mezzo stampa, la banca ha preferito rivolgersi direttamente all'autorità politica per chiedere protezione. Un comportamento che non sorprende in assenza di uno stato di diritto: dove la mafia governa a chi ti rivolgi se pensi di aver subito un torto? Al boss locale, mica a un giudice. Anche se la vicenda verrà progressivamente annegata nel silenzio, il coraggio di Cui Fan e della rivista per cui scrive aprono spiragli interessanti per l'esercizio della professione giornalistica in Cina: "Altri giornalisti porteranno in futuro davanti alle corti situazioni simili. Le autorità di propaganda del partito dovranno essere più caute ed attente ad emettere sanzioni amministrative nei confronti dei media", afferma un professore di scienze politiche alla stessa università del PCC. La seconda storia vede come protagonisti il direttore di una influente pubblicazione vicina ad alcuni settori della nomenclatura (quelli che sanno direbbero i più progressisti) e un ufficiale del ministero della cultura, che gli ha fatto visita per invitarlo alle dimissioni a causa di una serie di articoli in cui la figura di Zhao Ziyang, ex segretario del partito caduto in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen e da allora cancellato dall'iconografia ufficiale, era dipinta sotto una luce positiva. La coincidenza non è casuale, visto che come detto fra pochi mesi ricorre il ventesimo della protesta e della repressione, un argomento tabù per la storiografia ufficiale in Cina e un mal di testa costante per i padroni del pensiero, ancora alle prese con la necessità di prevenire quasiasi riferimento a quei fatidici giorni. Ma Du Dhaozen, il direttore ottantacinquenne, sapeva di poter contare su appoggi importanti. E' forse per questo che ha rifiutato ogni invito ad un pensionamento anticipato e ha rilanciato con un articolo di 10000 battute interamente incentrato su Zhao, da pubblicare nel prossimo numero dello Ynahuang Chunquiu (questo il nome del magazine). C'è chi dice no, insomma, anche se si tratta di casi isolati. Più generalizzata e comune è la repressione quotidiana della libera circolazione delle idee. E' di pochi giorni fa la notizia dell'oscuramento di diversi siti web tra cui BBC, VOA e RSF, provvisoriamente sbloccati durante le Olimpiadi su richiesta dei giornalisti stranieri. Da martedì sono di nuovo out e la tendenza alla censura massiva è destinata a continuare nel 2009, annus horribilis almeno potenzialmente per i mandarini di Pechino, visto che, Tiananmen, crisi economica e rischi connessi a parte, farà anche mezzo secolo dall'occupazione cinese del Tibet, quella che la propaganda chiama "liberazione dei tibetani dal giogo feudale". Troppi scheletri nell'armadio, rischia di saltare la chiave.

22 dic 2008

Thailandia. Foto di gruppo.



Oggi Abhisit ha presentato il suo nuovo governo. Tutti vestiti a festa, con la benedizione del re (che nel frattempo ha ritrovato la voce). Il ministro degli esteri, solo per darvi una idea, è un tizio che aveva definito "un divertimento" l'occupazione degli aeroporti da parte dei manifestanti del PAD. Per il resto nomine da manuale Cencelli al curry, con ricchi premi ai transfughi dell'ex maggioranza.
La Thailandia brucia presto le sue promesse, come si è visto a più riprese negli ultimi mesi. Oltretutto in casa democratica non tutti vedono di buon occhio la nuova alleanza con ex uomini del PPP, in particolare con la fazione di Newin, considerato opportunista ed inaffidabile, passato con disinvoltura dall'appoggio a Thaksin allo schieramento avversario in cambio delle prebende di cui sopra. Poi c'è un altro fattore. La maggioranza del ribaltone è di 235 a 198 e a gennaio ci saranno elezioni parziali per i seggi lasciati liberi dagli ex parlamentari del PPP inabilitati dalla pronuncia della Corte Suprema. Il margine potrebbe allora ulteriormente asssottigliarsi visto che i Democratici saranno pur bravi nelle manovre politiche e nello sfruttare i disordini di piazza ma lo sono certamente meno nelle campagne elettorali, soprattutto dove devono conquistare voti tradizionalmente appannaggio dello schieramento pro-Thaksin, ovvero il nord geografico e il sud sociale, le classi meno abbienti e i contadini. Potrebbe essere proprio questo il maggior problema di Abhisit, come collegare la sua azione politica alle esigenze di quella vasta fascia di popolazione che prima Thaksin e poi i suoi successori hanno trattato così bene, con programmi di assistenza e aiuti economici. I Democratici sono, semplificando molto, la destra, i loro programmi tradizionalmente improntati al libero mercato, il loro interventismo limitato. La situazione potrebbe cambiare però per tre ragioni principali: i compromessi cui saranno costretti con i partiti che li appoggiano e che, vista la loro dose di affidabilità, potrebbero in qualsiasi momento ripensarci; la necessità di conquistare i settori proletari e rurali della società e di strapparli al controllo del Puea Thai (ex PPP); la crisi economica che sta piombando anche sulla Thailandia, aggravata ulteriormente dai mesi di caos sociale provocati dalle proteste e dalle occupazioni del PAD. Infine, come concilierà Abhisit le sue promesse di dare più potere ai parlamentari eletti con il programma di nomine corporative portato avanti dall'organizzazione che di fatto gli ha consegnato il governo del paese?

21 dic 2008

Zimbabwe. Il collasso di una nazione.



La foto è vecchia e ingenerosa. Ma chi può ancora credere nella lungimiranza delle cancellerie occidentali e nell'utilità della comunità internazionale dopo questo scempio?

20 dic 2008

Silenzio, parla Hu.



O era la direzione nazionale del PD?