30 sept 2009

Monaco, settantuno anni fa.



L'eterno ritorno.

19 sept 2009

Sri Lanka. La storia sospesa.



Altre immagini qui.
Altri album di viaggio qui e qui.
Giordania. La storia infinita.



Altre immagini qui.

11 sept 2009

C'era una volta un fumo nero. Il primo giorno fu l'orrore. Il secondo, l'indignazione. Il terzo, il silenzio. Il quarto, la comprensione. Il quinto, la giustificazione. Oggi, il sonno della memoria, come se la storia fosse una sequenza di eventi slegati l'uno dall'altro. E' ovvio che il terrorismo ha vinto, almeno nelle nostre menti assuefatte e incapaci di empatia.

quando la fiamma col suo fumo nero lasciò la terra e si alzò verso il cielo (...)

4 ago 2009

Foto surreale dell'anno.





Credo che la politica estera di Obama sia perfettamente riassunta in questo incredibile ritratto di famiglia.
P.S. Adesso che Euna e Laura sono libere, il minimo che potrebbe fare la moglie di Bill è dimettersi, vista la ormai patente inutilità del suo ruolo.
Da OFK:

So who thinks Clinton is arriving empty-handed?  Obviously, there’s much about this mission that’s hidden from us, but there are a few things that we either know or can infer with near certainty.
Diciamo che la domanda sorge spontanea: che cosa ha ricevuto Kim Jong-il come contropartita?

Update. Da notare il pronto intervento del NYT a supporto di Hillary.
Dall'Economist:

Mr Clinton travelled with John Podesta, his former chief of staff who now runs a think-tank, the Centre for American Progress, that is close to the current American president. They were greeted by festivities in what looked more like an official state visit than one by a private citizen. The lead North Korean nuclear negotiator was seen in pictures greeting the former president. The state-run news agency claimed there had been an “exhaustive conversation”.

It is clear that America’s leaders should be wary of the bilateral talks that Mr Kim seeks: North Korea has a history of negotiating in bad faith. It signed a 1994 deal with the Clinton administration, only to cheat on it.
L'uomo giusto al posto giusto.

Dal WSJ:

Kim Kye Gwan, North Korea’s chief nuclear negotiator, was on hand at the airport in Pyongyang to greet Mr. Clinton as he arrived—a clear sign Pyongyang, at least, is linking the two issues.
This marks a significant break with previous U.S. policy. During the last years of the Bush administration, the State Department constantly warned Tokyo’s diplomats that concerns over Japanese citizens abducted by North Korea shouldn’t interfere with initiatives to resolve the nuclear problem.

If Mr. Clinton is conducting any nuclear discussions he would be rewarding Pyongyang for jailing the two reporters and making them bargaining chips.
This matters because Ms. Ling and Ms. Lee were not Pyongyang’s only hostages. In March, North Korea detained Yu Song-jin, a South Korean manager working in the Kaesong industrial zone, for criticizing Kim’s paradise. Last week, a North Korean patrol boat seized a South Korean fishing vessel that accidentally strayed into the North’s waters, and Pyongyang is now keeping the four-member crew for no good reason. North Korea may be holding 100 or more Japanese abductees and at least 1,000 South Koreans, some of them prisoners from the Korean War and others kidnapped since then. More broadly, Kim uses all his 23 million people as hostages.
Che vuoi che sia.

19 jul 2009

Cadevano le bombe come neve...

16 jul 2009

L'aria che tira a Pyongyang. Questo video è del maggio scorso, girato dopo il secondo test nucleare. In teoria è una celebrazione.

10 jul 2009

Nel Far West cinese/2. La rivolta dello Xinjiang permette di evidenziare alcuni elementi di grande interesse dal punto di vista della propaganda dei regimi in generale e di quello cinese in particolare. Si parlava ieri dell'intervista ai genitori del ragazzo di etnia han morto negli scontri. Una conversazione giornalistica apparentemente scontata, in realtà ricca di spunti. La Cina ha un problema, il classico rompicapo che ha sempre assillato i sistemi comunisti plurinazionali ed è poi sistematicamente esploso in faccia ai governi centrali: la periferia dell'impero. Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.



Mi soffermo qui sul secondo, partendo sempre dall'intervista citata ieri. Quando il padre del ragazzo afferma che lo Xinjiang "non sarebbe nulla se non fossero arrivati i cinesi" (gli han) fa sua senza riserve la narrativa ufficiale propagandata dal Partito Comunista durante decenni. Come per il Tibet "strappato al feudalesimo" i cinesi pensano davvero di essere stati mandati in missione civilizzatrice nei confronti di popolazioni arretrate che abitavano territori inospitali. Se io - han - mi sono preso il disturbo di colonizzare, è stato per sottrarre alle tenebre una parte del mio paese altrimenti condannata all'arretratezza e al sottosviluppo. Quindi non solo le etnie originarie dovrebbero rispettarmi, ma da loro mi aspetto un riconoscimento. Le immagini delle truppe inviate da Pechino accolte nelle strade di Urumqi dagli applausi dei cinesi non dimostrano solo sollievo ma segnalano la consapevolezza dell'arrivo di coloro che riporteranno l'ordine prestabilito nelle strade, difendendo gli han - vittime della barbarie locale - da qualsiasi sopruso. Molte guerre civili sono cominciate così: ricordate Milosevic a Kosovo Polje?



Le cose non succedono per caso ed ogni azione ha delle conseguenze. Vale per le persone, figuriamoci per i governi. La situazione dello Xinjiang, i disordini odierni, la necessità dell'intimidazione per reprimere le proteste sono il segno evidente del fallimento della politica nazionale del Partito Comunista Cinese. E' l'eterno circolo vizioso delle dittature: la negazione del problema porta all'impossibilità di prevederne l'evoluzione e quindi di anticiparne gli effetti. Per questo i regimi illiberali finiscono, perché sono fondamentalmente ottusi. La Cina che pretende di essere una grande potenza internazionale si sta comportando come la più becera delle cricche autoritarie: prima permette la presenza di giornalisti stranieri nella convinzione di veicolare meglio la propaganda di stato; poi si accorge che altrove funzionano meccanismi diversi e li fa arrestare, minacciando ulteriori ritorsioni; prima attribuisce la rivolta a gruppi anti-cinesi di stanza all'estero e all'estremismo islamico, poi chiude le moschee dove la popolazione - tutta la popolazione di fede musulmana - si riunisce per pregare. Fa riflettere come le reazioni dei despoti siano sempre così simili tra loro, come manchino completamente le soluzioni originali nell'affrontare le emergenze interne che lo stesso autoritarismo ha creato. La dittatura finisce per ingoiare se stessa, a cominciare dalle periferie.



Le immagini sono sempre tratte da qui.

9 jul 2009

Nel Far West cinese. Non conosco lo Xinjiang e gli uiguri li ho visti una volta sola, almeno che io sappia. Fu a Pechino, nell'estate del 2004, mentre si esibivano in uno spettacolo circense per stranieri. Un circo, sì, a tutti gli effetti, organizzato in un locale della capitale, uno strumento di propaganda in più nella descrizione di quella società armoniosa che piace tanto ad Hu Jintao e a cui l'occidente finge di credere (speriamo, almeno, che finga). Erano bravi quegli artisti, e sorridevano. Molti erano bambini, in venti in equilibrio su una bicicletta, accompagnati da canzoni regionali che promettevano allo spettatore una stabile felicità protetta dal Partito. Vorrei conoscere lo Xinjiang, per capire come si canta davvero da quelle parti, e soprattutto se si sorride tanto. Il viaggio l'ha compiuto l'anno scorso un fotoreporter di stanza in Cina, il cui blog è ospitato da Le Monde, lasciando una testimonianza di immagini e testi che, di questi tempi, diventa lettura obbligata per chiunque voglia saperne di più sul riottoso occidente cinese. Qui la prima parte di una serie in sette episodi che potete seguire mano a mano. Alcuni degli scatti di Gilles Sabrié, questo il nome dell'autore del servizio fotografico, accompagneranno il seguito di questo post.
Il faut parfois les convaincre un peu et remettre les pendules à l’heure de Pékin. Le chef du Parti Communiste régional, Wang Lequan, a annoncé le 15 septembre dernier une grande campagne de rééducation destinée à « renforcer l’identification à la Nation et à la culture chinoise ».


Nazionalismo han contro nazionalismo uiguro? Indipendenza contro centralismo? Democrazia contro dittatura? Islamismo radicale contro ateismo di stato? Difficile decifrare il rebus dello Xinjiang, soprattutto dopo la confusione iraniana, alimentata dall'ingenuità occidentale. Forse un po' di tutto questo, mescolato in una miscela esplosiva. Uno che ha già la diagnosi pronta però è Francesco Sisci, perfino più rapido del solito questa volta nello scrivere un articolo favorevole al governo di Pechino. Per la punta di diamante del giornalismo italico in ambito cinese, il PCC non ha sparato sulla folla e i 156 morti non devono essere attribuiti alla repressione armata ma ai manifestanti:

There is abundant evidence that the protesters set the city on fire, causing the casualties directly (by beating people) or indirectly (because innocents were in the buses on fire). Their actions could have reasonable motives and could be justified, but the killing of scores of innocent people is blood on their hands, and it is not pretty.
Alla base delle proteste, secondo Sisci, gruppi anti-cinesi con base all'estero. Insomma la stessa versione del Politburo.



Adesso però il suo amico Hu Jintao dovrà spiegare a Sisci cosa intende quando parla di "punizione severa" e di esecuzioni per chi è sceso in piazza:

"The planners of the incident, the organisers, key members and the serious violent criminals must be severely punished according to law," it said.
La legge è legge, direbbe Sisci.
Le truppe intanto sono pronte ad una seconda ondata di violenza, secondo quanto riferisce il Times:

Along one road ringing the capital of the western region of Xianjiang where 156 people died in riots on Sunday, The Times counted more than 30 paramilitary trucks, each followed by about two dozen men, many in black body armour, and most carrying riot shields, batons and fire arms.

In the centre of the city around People's Square, army helicopters circled overhead as hundreds more paramilitary troops marched in brigades of 20 to 30 chanting: "Defend the Motherland, defend the people."


Il problema fondamentale, come in ogni colonizzazione che si rispetti, è che i soldati mandati a "ripristinare l'ordine" dal governo centrale sono amici degli uni e nemici degli altri. In questo caso la polizia cinese, nonostante la retorica ufficiale, è nello Xinjiang per difendere l'etnia han. Le famiglie cinesi protagoniste della grande migrazione nel far west vivono il loro dramma come un dilemma tra appartenenza (nazionale) e condivisione (di un territorio). C'è chi negli scontri ha perso i figli e nonostante il lutto continua ad esprimersi naturalmente secondo lo schema della propaganda imposta da Pechino:

“We wanted to do business,” Lu Sifeng, 47, the father, said Tuesday, his eyes glistening with tears as he sat smoking on his bed. “There was a calling by the government to develop the west. This place would be nothing without the Han.”

“Of course, in recent days, we’ve been angry toward the Uighur,” Mr. Lu said. “And of course we’re scared of them.”
Nel caso specifico ovviamente non non si può biasimare la reazione, ma sì riflettere sull'uso sapiente delle pedine (cioè delle persone) che il regime continua a fare. La Cina del XXI secolo è un luogo molto più complicato di prima: il Partito Comunista da una parte compra l'obbedienza e dall'altra castiga l'insubordinazione. La quantità di violenza totale dispiegata per mantenere la "stabilità" è inferiore rispetto al passato ma la cifra di tensione sociale aumenta esponenzialmente, così come la frattura fra etnia dominante e popolazioni minoritarie. Le nazionalità le inventò in un certo senso il maoismo, seguendo lo schema sovietico, ma oggi che il riconoscimento formale pretende un'evoluzione sostanziale, la situazione diventa impossibile da gestire per un esecutivo ancora fortemente autoritario, anche se non più totalitario.



Ritratto di Rebiya Kadeer, la Aung San Suu Kyi uigura, se mi si permette la forzatura. Lei però è in esilio a Washington, dove può vivere e lavorare liberamente, dopo aver pagato un alto prezzo personale per la sua difesa della causa.

24 jun 2009

Baharestan Square. Seguite su Twitter gli aggiornamenti. Anche filtrando tutto il filtrabile sembra che oggi a Teheran sia corso molto sangue.
Una testimonianza.
Baharestan Square è vicino al Parlamento iraniano.



Altre fonti.

14 jun 2009

Teheran. Trovate le differenze.



Conservatori



Riformisti

10 jun 2009

Berlusconi-Gheddafi watch.



Noi invece il realismo non l'abbiamo mai abbandonato.