Free Burma's Political Prisoners Now! Di norma non sono molto a favore delle raccolte-firme e meno di quelle online. Credo siano sostanzialmente una perdita di tempo, non riuscendo mai a raggiungere l'obiettivo che si propongono e spesso nemmeno i destinatari dell'iniziativa. L'unica ragione per condurre azioni di questo genere mi sembra quella di far arrivare alle vittime un sostegno morale. Ma il più delle volte sono proprio le vittime le ultime a saperlo. Faccio un'eccezione per questa campagna, per due motivi: la prima è che riguarda un paese e una realtà cui tengo particolarmente, come noto ai pochi che continuano a leggere questo blog; la seconda è che sul sito dell'associazione che la promuove ci sono tutti i nomi e i volti dei prigionieri di coscienza detenuti nelle carceri birmane. Non è cosa da poco, perché dietro i numeri esistono delle storie e dietro le storie ferite profonde nella carne delle persone, non solo quelle direttamente coinvolte ma anche le loro famiglie e i loro conoscenti. Dico spesso che i nomi e le facce sono importanti, bisogna conoscerli, ripeterli, impararli a memoria. Se no rischiamo di distrarci e magari un giorno pensare che quello del re cattivo che rinchiude i giovani del suo regno nelle segrete del suo castello sia solo un racconto triste per bambini e non la realtà di tutti i giorni in molti paesi del nostro bel mondo. Poi una volta liberati i prigionieri politici ci sarebbe da liberare il resto della popolazione, ma da qualcosa bisogna pur cominciare.
15 mar 2009
14 mar 2009
12 mar 2009
Washington-Pyongyang. Prove di dialogo.
Stephen Bosworth, il nuovo inviato per la Corea del Nord del Dipartimento di Stato americano, l'ha detto chiaro e tondo: "Noi con Pyongyang vogliamo il dialogo". E' la prima diretta conseguenza del viaggio di Hillary Clinton in Asia, che verrà ricordato probabilmente come l'inizio di una nuova era per l'America dopo gli otto anni (diciamo sei) di promozione della democrazia: torna alla ribalta il concetto di appeasement con i dittatori, la parola magica che piace tanto qui in Europa e che fa tanto statista, soprattutto se la chiamano engagement o dialogo. Stephen Bosworth è il degno successore di Christopher Hill, quello che ha speso due anni a farsi prendere in giro da Kim Jong Il, quello delle missioni impossibili, degli accordi definitivi con il regime, che infatti sono durati lo spazio di due giorni, quando Kim era di buon umore. Lui, Bosworth, ancora prima di essere confermato nell'incarico aveva spiegato che Pyongyang aveva una voglia matta di fare la pace con gli Stati Uniti, secondo una teoria cara al realismo da salotto che è tornato ad imperversare nello scenario internazionale. Una teoria che se ne frega della natura dei regimi e ragiona solo in termini di svantaggi e benefici, come se gli interlocutori fossero tutti uguali, come se la differenza fra uno stato-gulag e una democrazia fosse solo una questione formale, così formale che sarebbe un peccato che rovinasse il dialogo, come insegnano Hillary e Stephen.
Una formalità è stata certo la farsa elettorale che si è celebrata nel fine settimana nel regno comunista di Kim, con partecipazione del cento per cento e unanimità assoluta sui candidati unici scelti dal Partito. Ci mancherebbe altro. Curioso il comunicato diramato dalla KCNA e ripreso dalle nostre solerti agenzie (il cui senso dell'umorismo ormai dev'essere ai minimi termini) che annunciava la "rielezione" del Caro Leader. Proprio così, non è uno scherzo. Per trovare un motivo di interesse in questa cosa, gli osservatori si sono inventati la probabile apparizione (di figure al limite del religioso stiamo pur sempre parlando) nella "nuova" Assemblea del Popolo del terzogenito di Kim, quel Kim Jong-un che i pyongyangologi danno in pole position per succedere al padre, non si sa come, non si sa quando. Ora, lui, il Sol dell'avvenire è sembrato assai magro mentre faceva finta di votare per se stesso domenica scorsa. E questa forse, ammesso e non concesso che si trattasse proprio del Caro Leader, è certamente l'immagine più significativa di tutta questa messinscena.
Ma torniamo al dialogo, perché parlando la gente si capisce e così via. Stephen Bosworth avrà un bel da fare, sembra, vsto che il dialogo è cominciato la scorsa settimana con la più miserabile minaccia che un regime criminale possa concepire, quella di abbattere gli aerei civili sudcoreani che non solo attraversino il suo spazio aereo ma addirittura ci passino vicini. Ovviamente la diplomazia ha spiegato che non bisogna farci troppo caso, che i nordcoreani sono abituati ad alzare un po' i toni, che i ragazzacci di Pyongyang in realtà non volevano dire quel che hanno detto: un incredibile dispaccio dell'Associated Press riportava che non era ben chiaro cosa davvero intendessero i comunisti del nord quando affermavano che "la sicurezza dei voli sudcoreani non sarebbe stata garantita". Effettivamente non è chiaro se li tireranno giù con missili o cerbottane. Qualche tempo fa sarebbe bastato molto meno per far drizzare le antenne a Washington, particolarmente attenta, - si direbbe - a minacce concernenti mezzi dell'aviazione. Anche perché la Corea del Nord non è nuova a situazioni di questo genere: si ricordi l'attentato del 1987 con la bomba che uccise 115 passggeri a bordo del volo sudcoreano o l'incidente del 1969 quando un aereo americano in perlustrazione fu abbattuto con i suoi 31 uomini dell'equipaggio. Insomma ci sarebbe di che preoccuparsi, o almeno prendere sul serio le promesse del regime. Invece dal Dipartimento di Stato americano è arrivata la solita sonnolenta reazione: unhelpful, si sono limitate a dire fonti americane, non aiuta. Questa rischia di diventare un'espressione chiave nei prossimi anni: si distingueranno le azioni tra helpful e unhelpful. Immagino che non aiuti il dialogo, che zapaterianamente rischia di trasformarsi da mezzo (uno dei tanti) ad obiettivo in se stesso. La dichiarazione di Pyongyang ha i toni dell'ultimatum terrorista, senza se e senza ma: "inumana" l'ha definita Seul che, proprio mentre ritrova il nerbo perduto sotto le precedenti sunshine administrations deve fare i conti con un alleato che ha molta voglia di scopare la polvere sotto il tappeto e di non farsi troppo notare. Certo che, alla luce di fatti, anzi della retorica, sembra ancora più balzana la decisione di Bush di togliere la Corea dalla lista degli stati terroristi in cambio di un accordo sul disarmo che visto oggi sa di beffa colossale. Giugno 2008, questa la data in cui gli USA abdicarono al loro ruolo di protezione dei vicini e degli alleati dell'area e preferirono credere a Kim Jong Il. Su questo punto Obama sembra perfettamente in linea col suo predecessore.
Un'esercitazione congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud con migliaia di effettivi militari impegnati è stata l'occasione per un ulteriore innalzamento del livello di tensione. Il regime ha subito fatto sapere che considera questa manovra alla stregua di una aggressione e che è pronto a rispondere, dal momento che le sue truppe sono state poste in assetto di guerra. Prove di dialogo anche queste, si vede, che si aggiungono a quelle cominciate durante la visita del segretario di stato, accolta con la minaccia, l'ennesima, di un lancio di missili dalla postazione di Musudan-ri. Il missile deve ancora partire e nel frattempo fonti nordcoreane hanno fatto sapere che l'azione è prevista per l'inizio di aprile e che, nel caso "il satellite" dovesse essere abbattuto dai giapponesi o dagli americani, anche questo sarebbe interpretato come un atto di guerra con le conseguenze che si possono immaginare. Il fatto che finora alle parole non siano seguiti i fatti dipende principalmente dalla consapevolezza che, per quanto enorme e per quanto armato, l'esercito nordcoreano non sarebbe in grado di vincere una guerra contro il sud supportato dagli Stati Uniti. L'escalation verbale, però, indica anche che Pyongyang sta tastando il terreno e la determinazione della nuova amministrazione statunitense e che le risposte finora ottenute, blande a dir poco, al limite dell'appeasement, hanno dato fiato alle trombe e polvere ai cannoni del regime. Kim è debole, invecchiato, e ha bisogno di una prova di forza per dimostrare ai suoi - i generali, non l'opinione pubblica che non ovviamente non esiste - di essere ancora il leader senza macchia e senza paura e che sarà lui, e non altri, a decidere il futuro del paese, a partire dalla successione. E' un posto, il suo, che fa gola a molti, quadri dell'esercito, famigliari e potenti vicini (Cina soprattutto). Ma se Kim dimostra di avere ancora intatte le potenzialità di costruire la bomba, di poter lanciare missili sull'Alaska e di non farsi scrupoli ad abbattere aerei sudcoreani, non solo condiziona l'agenda americana nell'area ma fa capire che alla fine, nonostante tutti i tavoli a sei del mondo, è ancora una volta Sua Maestà a tenere il coltello dalla parte del manico e a tenere sotto scacco la diplomazia mondiale e i pretendenti al trono. Evviva il dialogo.
Stephen Bosworth, il nuovo inviato per la Corea del Nord del Dipartimento di Stato americano, l'ha detto chiaro e tondo: "Noi con Pyongyang vogliamo il dialogo". E' la prima diretta conseguenza del viaggio di Hillary Clinton in Asia, che verrà ricordato probabilmente come l'inizio di una nuova era per l'America dopo gli otto anni (diciamo sei) di promozione della democrazia: torna alla ribalta il concetto di appeasement con i dittatori, la parola magica che piace tanto qui in Europa e che fa tanto statista, soprattutto se la chiamano engagement o dialogo. Stephen Bosworth è il degno successore di Christopher Hill, quello che ha speso due anni a farsi prendere in giro da Kim Jong Il, quello delle missioni impossibili, degli accordi definitivi con il regime, che infatti sono durati lo spazio di due giorni, quando Kim era di buon umore. Lui, Bosworth, ancora prima di essere confermato nell'incarico aveva spiegato che Pyongyang aveva una voglia matta di fare la pace con gli Stati Uniti, secondo una teoria cara al realismo da salotto che è tornato ad imperversare nello scenario internazionale. Una teoria che se ne frega della natura dei regimi e ragiona solo in termini di svantaggi e benefici, come se gli interlocutori fossero tutti uguali, come se la differenza fra uno stato-gulag e una democrazia fosse solo una questione formale, così formale che sarebbe un peccato che rovinasse il dialogo, come insegnano Hillary e Stephen.
Una formalità è stata certo la farsa elettorale che si è celebrata nel fine settimana nel regno comunista di Kim, con partecipazione del cento per cento e unanimità assoluta sui candidati unici scelti dal Partito. Ci mancherebbe altro. Curioso il comunicato diramato dalla KCNA e ripreso dalle nostre solerti agenzie (il cui senso dell'umorismo ormai dev'essere ai minimi termini) che annunciava la "rielezione" del Caro Leader. Proprio così, non è uno scherzo. Per trovare un motivo di interesse in questa cosa, gli osservatori si sono inventati la probabile apparizione (di figure al limite del religioso stiamo pur sempre parlando) nella "nuova" Assemblea del Popolo del terzogenito di Kim, quel Kim Jong-un che i pyongyangologi danno in pole position per succedere al padre, non si sa come, non si sa quando. Ora, lui, il Sol dell'avvenire è sembrato assai magro mentre faceva finta di votare per se stesso domenica scorsa. E questa forse, ammesso e non concesso che si trattasse proprio del Caro Leader, è certamente l'immagine più significativa di tutta questa messinscena.
Ma torniamo al dialogo, perché parlando la gente si capisce e così via. Stephen Bosworth avrà un bel da fare, sembra, vsto che il dialogo è cominciato la scorsa settimana con la più miserabile minaccia che un regime criminale possa concepire, quella di abbattere gli aerei civili sudcoreani che non solo attraversino il suo spazio aereo ma addirittura ci passino vicini. Ovviamente la diplomazia ha spiegato che non bisogna farci troppo caso, che i nordcoreani sono abituati ad alzare un po' i toni, che i ragazzacci di Pyongyang in realtà non volevano dire quel che hanno detto: un incredibile dispaccio dell'Associated Press riportava che non era ben chiaro cosa davvero intendessero i comunisti del nord quando affermavano che "la sicurezza dei voli sudcoreani non sarebbe stata garantita". Effettivamente non è chiaro se li tireranno giù con missili o cerbottane. Qualche tempo fa sarebbe bastato molto meno per far drizzare le antenne a Washington, particolarmente attenta, - si direbbe - a minacce concernenti mezzi dell'aviazione. Anche perché la Corea del Nord non è nuova a situazioni di questo genere: si ricordi l'attentato del 1987 con la bomba che uccise 115 passggeri a bordo del volo sudcoreano o l'incidente del 1969 quando un aereo americano in perlustrazione fu abbattuto con i suoi 31 uomini dell'equipaggio. Insomma ci sarebbe di che preoccuparsi, o almeno prendere sul serio le promesse del regime. Invece dal Dipartimento di Stato americano è arrivata la solita sonnolenta reazione: unhelpful, si sono limitate a dire fonti americane, non aiuta. Questa rischia di diventare un'espressione chiave nei prossimi anni: si distingueranno le azioni tra helpful e unhelpful. Immagino che non aiuti il dialogo, che zapaterianamente rischia di trasformarsi da mezzo (uno dei tanti) ad obiettivo in se stesso. La dichiarazione di Pyongyang ha i toni dell'ultimatum terrorista, senza se e senza ma: "inumana" l'ha definita Seul che, proprio mentre ritrova il nerbo perduto sotto le precedenti sunshine administrations deve fare i conti con un alleato che ha molta voglia di scopare la polvere sotto il tappeto e di non farsi troppo notare. Certo che, alla luce di fatti, anzi della retorica, sembra ancora più balzana la decisione di Bush di togliere la Corea dalla lista degli stati terroristi in cambio di un accordo sul disarmo che visto oggi sa di beffa colossale. Giugno 2008, questa la data in cui gli USA abdicarono al loro ruolo di protezione dei vicini e degli alleati dell'area e preferirono credere a Kim Jong Il. Su questo punto Obama sembra perfettamente in linea col suo predecessore.
Un'esercitazione congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud con migliaia di effettivi militari impegnati è stata l'occasione per un ulteriore innalzamento del livello di tensione. Il regime ha subito fatto sapere che considera questa manovra alla stregua di una aggressione e che è pronto a rispondere, dal momento che le sue truppe sono state poste in assetto di guerra. Prove di dialogo anche queste, si vede, che si aggiungono a quelle cominciate durante la visita del segretario di stato, accolta con la minaccia, l'ennesima, di un lancio di missili dalla postazione di Musudan-ri. Il missile deve ancora partire e nel frattempo fonti nordcoreane hanno fatto sapere che l'azione è prevista per l'inizio di aprile e che, nel caso "il satellite" dovesse essere abbattuto dai giapponesi o dagli americani, anche questo sarebbe interpretato come un atto di guerra con le conseguenze che si possono immaginare. Il fatto che finora alle parole non siano seguiti i fatti dipende principalmente dalla consapevolezza che, per quanto enorme e per quanto armato, l'esercito nordcoreano non sarebbe in grado di vincere una guerra contro il sud supportato dagli Stati Uniti. L'escalation verbale, però, indica anche che Pyongyang sta tastando il terreno e la determinazione della nuova amministrazione statunitense e che le risposte finora ottenute, blande a dir poco, al limite dell'appeasement, hanno dato fiato alle trombe e polvere ai cannoni del regime. Kim è debole, invecchiato, e ha bisogno di una prova di forza per dimostrare ai suoi - i generali, non l'opinione pubblica che non ovviamente non esiste - di essere ancora il leader senza macchia e senza paura e che sarà lui, e non altri, a decidere il futuro del paese, a partire dalla successione. E' un posto, il suo, che fa gola a molti, quadri dell'esercito, famigliari e potenti vicini (Cina soprattutto). Ma se Kim dimostra di avere ancora intatte le potenzialità di costruire la bomba, di poter lanciare missili sull'Alaska e di non farsi scrupoli ad abbattere aerei sudcoreani, non solo condiziona l'agenda americana nell'area ma fa capire che alla fine, nonostante tutti i tavoli a sei del mondo, è ancora una volta Sua Maestà a tenere il coltello dalla parte del manico e a tenere sotto scacco la diplomazia mondiale e i pretendenti al trono. Evviva il dialogo.
9 mar 2009
L'ex dittatore grasso.

Mentre faceva finta di votare per se stesso, il Caro Leader appariva un filino gracile.
Mentre faceva finta di votare per se stesso, il Caro Leader appariva un filino gracile.
6 mar 2009
21 feb 2009
Amici in cinque minuti. Parleremo più approfonditamente della prima uscita di Hillary Clinton in Asia. Per adesso basti questa stretta di mano:

Si è chiaccherato di economia e di cambio climatico. Fa fine e non impegna:
Si è chiaccherato di economia e di cambio climatico. Fa fine e non impegna:
The United States and China glossed over differences on human rights as they pledged here on Saturday to work more closely in tackling the global economic crisis and climate change.Un piccolo problema di ordine pubblico non ha turbato la cordialità della visita:
More than a dozen Chinese dissidents have been questioned, followed or detained during U.S. Secretary of State Hillary Clinton's weekend visit to Beijing, fellow activists said Saturday.
The stepped-up controls come as international human rights groups expressed outrage over a statement by Clinton ahead of her Friday arrival that issues such as climate change, the world financial crisis and North Korea would likely take precedence over traditional U.S. concerns about human rights in her discussions.
19 feb 2009
Corea del Nord. Una tragedia evitata?

Lo scorso giugno la Corea del Nord si trovava, secondo alcuni riconosciuti esperti, sull'orlo di una nuova carestia. I prezzi degli alimenti erano esplosi e la scarsità di cibo stava provocando le prime morti nelle campagne, soprattutto nel nord-est del paese. Si descrivevano scene già viste dieci anni prima durante la grande fame che uccise da uno a due milioni di persone. Famiglie costrette a mangiare erbe, rinascita del mercato nero e perfino rivolte più o meno estese nei centri urbani ed in alcune fabbriche. Ma soprattutto i granai dell'esercito erano vuoti e i militari, la prima linea del potere di Kim Jong Il, mostravano segnali di insofferenza che in alcuni casi sfioravano l'insubordinazione. Anche nella capitale Pyongyang, dove le classi dirigenti vivono al riparo dalle avversità che quotidianamente colpiscono il resto della popolazione, le razioni alimentari avevano subito una brusca riduzione. Oggi, otto mesi dopo, gli stessi esperti constatano che la temuta carestia non si è prodotta e che addirittura i prezzi del riso, alimento essenziale nella scarna dieta dei nordcoreani, stanno sensibilmente diminuendo: in media, rispetto a due mesi fa, un chilogrammo di riso costa 300-400 won in meno, un quinto del totale. Cosa è accaduto? Erano sbagliate le previsioni catastrofiste o il regime è corso ai ripari? In effetti gli elementi per una ripetizione della crisi alimentare c'erano tutti, non ultima una serie di inondazioni che avevano devastato parte dei raccolti nel 2007 lasciando allo scoperto milioni di persone. Ma probabilmente - e quando si parla di Corea del Nord il condizionale diventa imperativo - il rischio di una rivolta dell'esercito ha fatto scattare l'allarme nei palazzi del potere, in cui in questi mesi peraltro ha comandato non si sa bene chi, causa malattia del Caro Leader. E' successo allora che il governo ha deciso di comprare cibo, convertendo i proventi dell'export in alimenti e sopperendo in questo modo alla carenza interna. Informa la stazione Open Radio, che trasmette illegalmente in alcune zone di territorio nordcoreano, che a gennaio è arrivato il primo carico di 500 tonnellate di riso dalla Cina, acquistato con una sorta di baratto sulle materie prime esportate. "Il carbone - si legge sul sito web della stazione - è normalmente venduto per l'equivalente di 65 $ per tonnellata ma l'importo guadagnato con queste transazioni è in questo momento convertito in cibo e trasportato in Corea. Per 7,5 tonnellate di carbone si ottiene una tonnellata di riso". Questo riso non è destinato a nutrire direttamente la popolazione ma piuttosto a soddisfare le necessità dell'esercito. Il risultato finale è lo stesso, considerato che la paura di confische per mantenere fedeli i militari era stata una delle cause principali dell'impazzimento dei prezzi nei mesi scorsi: "Il riso - leggiamo ancora - è immagazzinato per l'emergenza e non viene venduto nei mercati ai cittadini. Sembra che queste attività siano finalizzate a creare scorte per i soldati in preparazione di un inasprimento delle ostilità fra nord e sud". E' quindi probabile che la Corea del nord, nel ripristinare una situazione alimentare accettabile, abbia comunque come primo obiettivo la compattezza delle truppe in vista di uno scontro con il sud. Potrebbe sembrare fantascienza ma vista la retorica e soprattutto la natura del regime di Pyongyang non lo è affatto. Proprio in occasione del viaggio di Hillary Clinton, i comunisti hanno alzato il livello dello scontro, minacciando il lancio di nuovi missili e sfidando apertamente Seoul. Che Kim Jong Il si stia davvero preparando per la guerra o meno, è certo che l'importazione di cibo ha determinato una drastica riduzione dei prezzi e scongiurato per il momento la carestia. A questo elemento si devono aggiungere un raccolto 2008 certamente superiore al previsto e un verosimile aumento di aiuti provenienti dagli Stati Uniti (nonostante lo stallo sul nucleare) e dalla Cina. Il quadro ad oggi, se non stabile, è almeno quello di una tragedia evitata. Interessante comunque notare alcune dinamiche interne all'economia nordcoreana che dimostrano tutta la nocività di una politica di controllo assoluto dello stato sull'economia. Quando parliamo di mercati nel caso nordcoreano non dobbiamo pensare ad un giro di compravendite o di transazioni nemmeno lontanamente paragonabile a quello cui siamo abituati. Stiamo invece ragionando su attività economiche il più delle volte improvvisate, createsi in maniera spontanea, per necessità o disperazione, al di fuori dei vincoli della pianificazione statale, quasi sempre represse e a volte tollerate in situazioni di particolare emergenza. Una valvola di sfogo naturale, l'unica possibile, per una popolazione costantemente alle prese con problemi di sussistenza. Queste attività, quando raggiungono livelli di diffusione che il regime considera suscettibili di sfuggire al suo controllo, vengono schiacciate senza troppi patemi. E'successo più volte negli ultimi anni e, nota ancora Open Radio, è stato proprio in occasione di queste ondate repressive che i prezzi alimentari sono schizzati verso l'alto: "L'aumento del prezzo del riso nell'ottobre 2005 fu influenzato dall'annuncio del governo di ritornare al vecchio sistema di razionamento del cibo. Nel maggio 2006 il governo riprese il controllo dei mercati con il pretesto di piantare più riso e provocarne un innalzamento del prezzo. Nell'agosto 2007, quando vennero lanciate diverse campagne di controllo dei mercati sotto lo slogan "Sconfiggiamo gli elementi antisocialisti", il prezzo del riso crebbe di nuovo drasticamente. Infine, nell'aprile scorso anno, ha toccato il tetto dei 4000 won al chilogrammo, una quota senza precedenti. Durante questo periodo sono state adottate misure che limitavano l'età delle donne nei mercati". Insomma, solo nei rari e brevi momenti in cui una società totalmente oppressa ha trovato la forza di sfidare le regole, l'economia ha respirato. Per il resto sono stati sessant'anni di catastrofi e arretratezza, in uno dei più folli esperimenti sociali mai concepiti.
Lo scorso giugno la Corea del Nord si trovava, secondo alcuni riconosciuti esperti, sull'orlo di una nuova carestia. I prezzi degli alimenti erano esplosi e la scarsità di cibo stava provocando le prime morti nelle campagne, soprattutto nel nord-est del paese. Si descrivevano scene già viste dieci anni prima durante la grande fame che uccise da uno a due milioni di persone. Famiglie costrette a mangiare erbe, rinascita del mercato nero e perfino rivolte più o meno estese nei centri urbani ed in alcune fabbriche. Ma soprattutto i granai dell'esercito erano vuoti e i militari, la prima linea del potere di Kim Jong Il, mostravano segnali di insofferenza che in alcuni casi sfioravano l'insubordinazione. Anche nella capitale Pyongyang, dove le classi dirigenti vivono al riparo dalle avversità che quotidianamente colpiscono il resto della popolazione, le razioni alimentari avevano subito una brusca riduzione. Oggi, otto mesi dopo, gli stessi esperti constatano che la temuta carestia non si è prodotta e che addirittura i prezzi del riso, alimento essenziale nella scarna dieta dei nordcoreani, stanno sensibilmente diminuendo: in media, rispetto a due mesi fa, un chilogrammo di riso costa 300-400 won in meno, un quinto del totale. Cosa è accaduto? Erano sbagliate le previsioni catastrofiste o il regime è corso ai ripari? In effetti gli elementi per una ripetizione della crisi alimentare c'erano tutti, non ultima una serie di inondazioni che avevano devastato parte dei raccolti nel 2007 lasciando allo scoperto milioni di persone. Ma probabilmente - e quando si parla di Corea del Nord il condizionale diventa imperativo - il rischio di una rivolta dell'esercito ha fatto scattare l'allarme nei palazzi del potere, in cui in questi mesi peraltro ha comandato non si sa bene chi, causa malattia del Caro Leader. E' successo allora che il governo ha deciso di comprare cibo, convertendo i proventi dell'export in alimenti e sopperendo in questo modo alla carenza interna. Informa la stazione Open Radio, che trasmette illegalmente in alcune zone di territorio nordcoreano, che a gennaio è arrivato il primo carico di 500 tonnellate di riso dalla Cina, acquistato con una sorta di baratto sulle materie prime esportate. "Il carbone - si legge sul sito web della stazione - è normalmente venduto per l'equivalente di 65 $ per tonnellata ma l'importo guadagnato con queste transazioni è in questo momento convertito in cibo e trasportato in Corea. Per 7,5 tonnellate di carbone si ottiene una tonnellata di riso". Questo riso non è destinato a nutrire direttamente la popolazione ma piuttosto a soddisfare le necessità dell'esercito. Il risultato finale è lo stesso, considerato che la paura di confische per mantenere fedeli i militari era stata una delle cause principali dell'impazzimento dei prezzi nei mesi scorsi: "Il riso - leggiamo ancora - è immagazzinato per l'emergenza e non viene venduto nei mercati ai cittadini. Sembra che queste attività siano finalizzate a creare scorte per i soldati in preparazione di un inasprimento delle ostilità fra nord e sud". E' quindi probabile che la Corea del nord, nel ripristinare una situazione alimentare accettabile, abbia comunque come primo obiettivo la compattezza delle truppe in vista di uno scontro con il sud. Potrebbe sembrare fantascienza ma vista la retorica e soprattutto la natura del regime di Pyongyang non lo è affatto. Proprio in occasione del viaggio di Hillary Clinton, i comunisti hanno alzato il livello dello scontro, minacciando il lancio di nuovi missili e sfidando apertamente Seoul. Che Kim Jong Il si stia davvero preparando per la guerra o meno, è certo che l'importazione di cibo ha determinato una drastica riduzione dei prezzi e scongiurato per il momento la carestia. A questo elemento si devono aggiungere un raccolto 2008 certamente superiore al previsto e un verosimile aumento di aiuti provenienti dagli Stati Uniti (nonostante lo stallo sul nucleare) e dalla Cina. Il quadro ad oggi, se non stabile, è almeno quello di una tragedia evitata. Interessante comunque notare alcune dinamiche interne all'economia nordcoreana che dimostrano tutta la nocività di una politica di controllo assoluto dello stato sull'economia. Quando parliamo di mercati nel caso nordcoreano non dobbiamo pensare ad un giro di compravendite o di transazioni nemmeno lontanamente paragonabile a quello cui siamo abituati. Stiamo invece ragionando su attività economiche il più delle volte improvvisate, createsi in maniera spontanea, per necessità o disperazione, al di fuori dei vincoli della pianificazione statale, quasi sempre represse e a volte tollerate in situazioni di particolare emergenza. Una valvola di sfogo naturale, l'unica possibile, per una popolazione costantemente alle prese con problemi di sussistenza. Queste attività, quando raggiungono livelli di diffusione che il regime considera suscettibili di sfuggire al suo controllo, vengono schiacciate senza troppi patemi. E'successo più volte negli ultimi anni e, nota ancora Open Radio, è stato proprio in occasione di queste ondate repressive che i prezzi alimentari sono schizzati verso l'alto: "L'aumento del prezzo del riso nell'ottobre 2005 fu influenzato dall'annuncio del governo di ritornare al vecchio sistema di razionamento del cibo. Nel maggio 2006 il governo riprese il controllo dei mercati con il pretesto di piantare più riso e provocarne un innalzamento del prezzo. Nell'agosto 2007, quando vennero lanciate diverse campagne di controllo dei mercati sotto lo slogan "Sconfiggiamo gli elementi antisocialisti", il prezzo del riso crebbe di nuovo drasticamente. Infine, nell'aprile scorso anno, ha toccato il tetto dei 4000 won al chilogrammo, una quota senza precedenti. Durante questo periodo sono state adottate misure che limitavano l'età delle donne nei mercati". Insomma, solo nei rari e brevi momenti in cui una società totalmente oppressa ha trovato la forza di sfidare le regole, l'economia ha respirato. Per il resto sono stati sessant'anni di catastrofi e arretratezza, in uno dei più folli esperimenti sociali mai concepiti.
6 feb 2009
L'angelo (e il diavolo nei dettagli).

Angelina Jolie visita un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.

Angelina Jolie si fa fotografare in un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.
Angelina Jolie visita un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.
Angelina Jolie si fa fotografare in un campo di rifugiati birmani dell'etnia Karenni nel nord della Thailandia.
3 feb 2009
L'incredibile e triste storia. Se solo esistesse una comunità internazionale, le cose si metterebbero malissimo per la Thailandia:

Indonesian authorities found 198 refugees from Myanmar early Tuesday off the country's west coast who claimed they had been drifting in a wooden boat for three weeks after being set adrift by Thai military forces.Qui c'è la foto (il reportage è di Dan Rivers della CNN) di quando i militari thailandesi tagliano la corda dell'imbarcazione piena di Rohingya.
A survivor told Indonesian immigration officials that his boat was part of a group of boats carrying about 1,200 people who were cast out to sea by Thai military forces who had found them.
"They were part of the nine boats containing Rohingya refugees from Myanmar and Bangladesh that were set adrift by the Thai security forces," said Iwan Riyanto, an Indonesian immigration official.
2 feb 2009
Charta 08. Gutta cavat lapidem.

Che il fruscio sottile dei fogli su cui è stata scritta (fogli virtuali in questo caso) avrebbe propagato l'effetto della Charta 08 oltre la cortina di ferro che avvolge la società cinese non era così difficile prevederlo, a meno di non essere scettici inguaribili sulle possibilità dello spirito umano. Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente. La dichiarazione dei trecento ufficialmente non esiste ma di fatto comincia far parlare di sé, anche se in negativo, anche se per contrapposizione. Il potere sente la pressione ed affida alle sue istituzioni culturali (che sono prima di tutto politiche) il compito di disinnescare le micce, prima che il fuoco si alimenti della sua stessa forza. Curioso e significativo il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino, prima che iniziassero le vacanze per l'anno nuovo cinese. Un documento in quattro punti, distribuito agli studenti, che informa di una "riunione di emergenza" del comitato universitario del Partito e della Lega della Gioventù per discutere della Charta 08 (nominata testualmente). Seguono le raccomandazioni del caso:
1) Gli studenti devono avere ben chiaro di che cosa si tratta: attività anti-partitica e anti-socialista;
2) Come membri del Partito gli studenti devono riaffermare la leadership dello stesso, mantenere un'attitudine mentale cristallina e boicottare tentativi di destabilizzazione. Echi di Tiananmen, quando i comunicati invitavano gli studenti a lasciar perdere, a tornare nelle loro aule, a non occuparsi di materie estranee alla loro competenza. "Non dovrebbero seguire - continua il comunicato - ciecamente le azioni della massa (allora esiste una massa?) , né distribuire informazioni dannose attraverso i media e altri canali di comunicazione";
3) Gli studenti devono mantenere una vigilanza attiva (significa fare le spie nel linguaggio decrittato) sui loro colleghi e compagni di lezione al fine di preservare "l'armonia e la stabilità del paese". Qui si passa ad un esplicito invito alla delazione, comune nell'ambiente accademico cinese. Si ricordi il caso del professor Yang Shiqun, denunciato da alcuni suoi studenti per i contenuti delle sue lezioni, considerati contrari al governo e alla tradizione cinese. Qui emergono le radici di quel comportamento ma anche il livello di controllo che le autorità pretendono di esercitare sulle istituzioni scolastiche e il grado di fedeltà richiesto al corpo studentesco. Un organismo solo, una società compatta nella denuncia di influenze che ne possano compromettere la sbandierata "armonia": dal Partito, all'Università, alla Gioventù. La Cina del 2009 usa metodi più sofisticati ma la sostanza del messaggio è la stessa di 40 anni fa;
4) Se gli studenti vengono a conoscenza di situazioni dubbie, devono inmediatamente riferirlo all'organizzazione del Partito. Cellule di trasmissione delle informazioni, burattini in mano ai grandi burattinai chiusi a Zhongnanhai. Poi il comunicato orwelliano termina con un incredibile augurio di splendide vacanze, come se avesse appena annunciato le date degli esami.
Dall'università alla casa di Bao Tong, 76 anni, ex collaboratore di Zhao Zyiang, prima che questi cadesse in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen. Con lui era caduto anche Bao, sette anni di carcere, per diffusione di segreti di stato e propaganda controrivoluzionaria, l'accusa che è piombata su tutti i martiri della protesta repressa dai carri armati del regime. Da allora ha vissuto come un dissidente, "la prigione mi ha aperto gli occhi e la mente" dice a chi gli chiede un giudizio su quegli anni. Al punto che Bao è stato uno dei firmatari più autorevoli della Charta 08 e per questo la polizia l'ha interrogato come centinaia di altri valorosi ma non ha infierito su di lui, in considerazione del suo passato organico. Chi di voi ha un po' di dimestichezza con le voci del dissenso cinese lo conoscerà: spesso su Asia News compaiono suoi scritti e con frequenza rilascia interviste e commenti a Radio Free Asia. L'inviato di Time è andato a trovarlo a Pechino, dove vive praticamente agli arresti, costantemente sorvegliato e registrato. "Ho firmato la Charta percorreggere il mio errore di 60 anni fa", fa sapere riferendosi a quando aveva deciso di aderire al Partito Comunista Cinese per imporre "il leninismo con la violenza". La dichiarazione è un atto di patriottismo - sostiene -, rovesciando così l'accusa di comportamento antipatriottico che le autorità hanno riversato sugli autori del testo. A chi gli fa notare che forse non era il momento, viste le difficoltà economiche che stanno oscurando il cielo cinese, Bao risponde che proprio questo è il contesto favorevole ai cambiamenti, e che solo la riforma politica può far uscire davvero la Cina dalla crisi. D'altra parte, aggiungo io, per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare.
Ad aver perso ogni speranza nell'autoriforma del sistema (e forse basta conoscere gli elementi essenziali della storia del comunismo per sapere che partito e riforme sono concetti incompatibili) è il professor Xu Youyu, dell'Universita di Scienze Politiche, centro della strategia di indottrinamento cultural-politico del regime. Nonostante le intimidazioni seguite alla firma del documento, lui continua diritto per la sua strada. Non crede alla democrazia alla cinese, scudo dietro al quale i mandarini si riparano dal vento del cambiamento. L'ha sentito Richard Spencer del Daily Telegraph, una delle poche testate occidentali che si sono prese il disturbo di seguire quel che sta avvenendo all'interno della dissidenza cinese dopo la pubblicazione della Charta. "Non si può essere ottimisti per il futuro - confessa il professore - non resta che chiamarsi fuori e mantenere una posizione di rigore intellettuale in difesa di certi principi". Sulla falsa contrapposizione tra universalità dei diritti umani e occidentalità degli stessi, Xu è categorico : "A chi mi nega il valore universale dei diritti chiedo se sta parlando seriamente".
Che il fruscio sottile dei fogli su cui è stata scritta (fogli virtuali in questo caso) avrebbe propagato l'effetto della Charta 08 oltre la cortina di ferro che avvolge la società cinese non era così difficile prevederlo, a meno di non essere scettici inguaribili sulle possibilità dello spirito umano. Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente. La dichiarazione dei trecento ufficialmente non esiste ma di fatto comincia far parlare di sé, anche se in negativo, anche se per contrapposizione. Il potere sente la pressione ed affida alle sue istituzioni culturali (che sono prima di tutto politiche) il compito di disinnescare le micce, prima che il fuoco si alimenti della sua stessa forza. Curioso e significativo il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino, prima che iniziassero le vacanze per l'anno nuovo cinese. Un documento in quattro punti, distribuito agli studenti, che informa di una "riunione di emergenza" del comitato universitario del Partito e della Lega della Gioventù per discutere della Charta 08 (nominata testualmente). Seguono le raccomandazioni del caso:
1) Gli studenti devono avere ben chiaro di che cosa si tratta: attività anti-partitica e anti-socialista;
2) Come membri del Partito gli studenti devono riaffermare la leadership dello stesso, mantenere un'attitudine mentale cristallina e boicottare tentativi di destabilizzazione. Echi di Tiananmen, quando i comunicati invitavano gli studenti a lasciar perdere, a tornare nelle loro aule, a non occuparsi di materie estranee alla loro competenza. "Non dovrebbero seguire - continua il comunicato - ciecamente le azioni della massa (allora esiste una massa?) , né distribuire informazioni dannose attraverso i media e altri canali di comunicazione";
3) Gli studenti devono mantenere una vigilanza attiva (significa fare le spie nel linguaggio decrittato) sui loro colleghi e compagni di lezione al fine di preservare "l'armonia e la stabilità del paese". Qui si passa ad un esplicito invito alla delazione, comune nell'ambiente accademico cinese. Si ricordi il caso del professor Yang Shiqun, denunciato da alcuni suoi studenti per i contenuti delle sue lezioni, considerati contrari al governo e alla tradizione cinese. Qui emergono le radici di quel comportamento ma anche il livello di controllo che le autorità pretendono di esercitare sulle istituzioni scolastiche e il grado di fedeltà richiesto al corpo studentesco. Un organismo solo, una società compatta nella denuncia di influenze che ne possano compromettere la sbandierata "armonia": dal Partito, all'Università, alla Gioventù. La Cina del 2009 usa metodi più sofisticati ma la sostanza del messaggio è la stessa di 40 anni fa;
4) Se gli studenti vengono a conoscenza di situazioni dubbie, devono inmediatamente riferirlo all'organizzazione del Partito. Cellule di trasmissione delle informazioni, burattini in mano ai grandi burattinai chiusi a Zhongnanhai. Poi il comunicato orwelliano termina con un incredibile augurio di splendide vacanze, come se avesse appena annunciato le date degli esami.
Dall'università alla casa di Bao Tong, 76 anni, ex collaboratore di Zhao Zyiang, prima che questi cadesse in disgrazia dopo la rivolta di Tiananmen. Con lui era caduto anche Bao, sette anni di carcere, per diffusione di segreti di stato e propaganda controrivoluzionaria, l'accusa che è piombata su tutti i martiri della protesta repressa dai carri armati del regime. Da allora ha vissuto come un dissidente, "la prigione mi ha aperto gli occhi e la mente" dice a chi gli chiede un giudizio su quegli anni. Al punto che Bao è stato uno dei firmatari più autorevoli della Charta 08 e per questo la polizia l'ha interrogato come centinaia di altri valorosi ma non ha infierito su di lui, in considerazione del suo passato organico. Chi di voi ha un po' di dimestichezza con le voci del dissenso cinese lo conoscerà: spesso su Asia News compaiono suoi scritti e con frequenza rilascia interviste e commenti a Radio Free Asia. L'inviato di Time è andato a trovarlo a Pechino, dove vive praticamente agli arresti, costantemente sorvegliato e registrato. "Ho firmato la Charta percorreggere il mio errore di 60 anni fa", fa sapere riferendosi a quando aveva deciso di aderire al Partito Comunista Cinese per imporre "il leninismo con la violenza". La dichiarazione è un atto di patriottismo - sostiene -, rovesciando così l'accusa di comportamento antipatriottico che le autorità hanno riversato sugli autori del testo. A chi gli fa notare che forse non era il momento, viste le difficoltà economiche che stanno oscurando il cielo cinese, Bao risponde che proprio questo è il contesto favorevole ai cambiamenti, e che solo la riforma politica può far uscire davvero la Cina dalla crisi. D'altra parte, aggiungo io, per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare.
Ad aver perso ogni speranza nell'autoriforma del sistema (e forse basta conoscere gli elementi essenziali della storia del comunismo per sapere che partito e riforme sono concetti incompatibili) è il professor Xu Youyu, dell'Universita di Scienze Politiche, centro della strategia di indottrinamento cultural-politico del regime. Nonostante le intimidazioni seguite alla firma del documento, lui continua diritto per la sua strada. Non crede alla democrazia alla cinese, scudo dietro al quale i mandarini si riparano dal vento del cambiamento. L'ha sentito Richard Spencer del Daily Telegraph, una delle poche testate occidentali che si sono prese il disturbo di seguire quel che sta avvenendo all'interno della dissidenza cinese dopo la pubblicazione della Charta. "Non si può essere ottimisti per il futuro - confessa il professore - non resta che chiamarsi fuori e mantenere una posizione di rigore intellettuale in difesa di certi principi". Sulla falsa contrapposizione tra universalità dei diritti umani e occidentalità degli stessi, Xu è categorico : "A chi mi nega il valore universale dei diritti chiedo se sta parlando seriamente".
26 ene 2009
Inauguration D-etail. Per i feticisti delle cerimonie. Qui trovate tutto, perfino i peli nel naso dei presenti.

20 ene 2009
Un paese meraviglioso.
The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness.
19 ene 2009
Un abbraccio. Gli hanno schiantato addosso quattro aerei e lui ha risposto piantando la democrazia liberale in mezzo al deserto. Lo hanno insultato come mai nessuno prima e lui ha riscattato sessanta milioni di persone da due tirannie intollerabili. Errori ne ha commessi, grandi come i suoi propositi. In un mondo normale sarebbe un eroe, in quest'altro mondo lo hanno trattato da villano. Io gli ho voluto bene e ci tengo che resti scritto.
Five days from now, the world will witness the vitality of American democracy. In a tradition dating back to our founding, the presidency will pass to a successor chosen by you, the American people. Standing on the steps of the Capitol will be a man whose history reflects the enduring promise of our land. This is a moment of hope and pride for our whole nation. And I join all Americans in offering best wishes to President-Elect Obama, his wife Michelle, and their two beautiful girls.
In the 21st century, security and prosperity at home depend on the expansion of liberty abroad. If America does not lead the cause of freedom, that cause will not be led.
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